ll messaggio di «Nazarin»

L’accettazione dell’umano e dell’umana solidarietà è il «messaggio» cristiano che il film «Nazarin» ha voluto consegnarci. Un buon motivo per riscoprire il capolavoro di Luis Buñuel.
22 Maggio 2022 | di

Dopo la pasoliniana vita di Gesù, è forse opportuno vedere un altro capolavoro, Nazarin di Luis Buñuel, del 1958. Viene dopo un’altra sua opera, Los olvidados, «i dimenticati», sui miserrimi bambini delle baracche di Città del Messico, che in Italia fu chiamato I figli della violenza, e prima di Viridiana, che vinse il gran premio a Cannes. Buñuel era spagnolo, veniva dalla storia delle avanguardie artistiche del primo dopoguerra, aveva lavorato in Francia e in patria aveva preso parte alla guerra civile da antifascista fedele alla Repubblica. Esule con la famiglia, era stato accolto in Messico (vi era presidente della Repubblica il rivoluzionario Cárdenas), e dette a quel cinema piccoli e grandi film, alternandoli con quelli girati in Francia.

Nazarin era tratto da un romanzo spagnolo del tardo Ottocento, di Benito Pérez Galdòs, che il regista trasferì in un Messico poverissimo e dittatoriale, e lo interpretò lo spagnolo Francisco Rabal. Degli anni Settanta è una famosa battuta che il regista disse rispondendo a chi gli chiedeva se era o no un credente: «Sempre ateo, grazie a Dio!». Diresse più tardi un film che fece molto discutere i credenti e i non credenti, La via lattea, sui modi in cui, nel corso dei secoli, era stato interpretato (o combattuto) il messaggio cristiano, un altro film che va assolutamente visto. 

Chi era Nazarin? Un giovane prete che in un sobborgo di Città del Messico vuole condividere la vita dei poveri e si mette nei guai per aver assistito una prostituta. Si incammina per le strade del paese, ma la donna e la sua rivale lo seguono, e quando vedono che una povera bambina moribonda guarisce dopo le preghiere del prete, lo considerano un santo. Al piccolo gruppo si accoda anche un nano, innamorato di una delle due. Quando Nazarin si offre per lavorare con i braccianti lungo una strada, non si rende conto di agire da crumiro, e di provocare, ciò facendo, nuove e gravi ingiustizie, e così via.

L’«imitazione di Cristo» è impresa difficile e delicata... Una moribonda che Nazarin assiste implora «non Gesù ma Juan», il suo sposo (l’episodio viene dal marchese de Sade, che Buñuel, come tanti, considerava un filosofo molto importante, punto estremo dell’Illuminismo: se Dio non c’è o accetta il male, che cosa ne consegue?). Uno dei malviventi con cui Nazarin è arrestato gli dice che bene e male sono ugualmente inutili, ma in una sublime scena finale, Nazarin è in una fila di incatenati e, lungo una strada che li porta alla prigione, una vecchia contadina gli offre un frutto, che egli dapprima rifiuta ma poi, tornando indietro accetta, come illuminandosi. La Carità senza aggettivi, la più semplice e pura, tra umili... Nazarin capisce e piange, mentre nel film irrompe (Buñuel detestava il commento musicale nei film), il suono fragoroso e liberatore dei tamburi di Calanda, i tanti che nella città natale del regista accompagnano la processione del Venerdì Santo. Non la ricerca della santità, dunque, ma l’accettazione dell’umano e dell’umana solidarietà è il «messaggio», certamente cristiano, che il film (facilmente reperibile in dvd) ha voluto consegnarci.

 

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Data di aggiornamento: 22 Maggio 2022
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