27 Febbraio 2026

«Non ci sarà la guerra». Rata neće biti

La fine di febbraio, ultime code dell’inverno, mi appare sempre un periodo nero, incerto, pericoloso. Guerre che cominciano, guerre che finiscono. Che fingono di finire. Guerre, insomma.

«Non ci sarà la guerra».

Perdonatemi, ma c’è una coincidenza molto personale: il 24 febbraio del 2022, quattro anni fa, venni ricoverato in ospedale. Fu il primo giorno di una lunga storia di salute, destinata a durare molti mesi. Quella sera, in corsia, affollata di pazienti, un’infermiera si avvicinò al mio letto e mi informò: «È scoppiata la guerra. I russi hanno invaso l’Ucraina». Non so perché lo fece, non so perché lo disse solo a me. Non era un avvenimento e una notizia inattesi. Lei veniva da un Paese dell’est europeo, ma non era ucraina. Aveva le lacrime agli occhi. Il presidente della Russia, Vladimir Putin, quella mattina aveva annunciato che «un’operazione militare speciale» era cominciata in Ucraina: aveva appena ordinato l’invasione, le truppe di Mosca stavano puntando su Kiev. Furono bloccate da una inattesa resistenza. E la guerra, la seconda sul suolo europeo dalla fine del secondo conflitto mondiale, si trasformò in una sanguinosa tragedia dalla quale, nonostante trattative, non si intravede una reale via di uscita. Le stime più accreditate parlano di un milione e duecentomila russi caduti durante le offensive e ottocentomila ucraini nella loro resistenza. Quattro anni di guerra. Provate a pensarci, a pensare al tempo.

Non c’è nessuna relazione, ma la fine di febbraio, ultime code dell’inverno, mi appare sempre un periodo nero, incerto, pericoloso. Guerre che cominciano, guerre che finiscono. Che fingono di finire. Guerre, insomma. Non lo ricordavo, ma leggo che in quella stessa settimana nel febbraio del 2014, i russi (allora furono chiamati omini verdi, soldati privi di uniformi riconoscibili, perché Mosca non volle ammettere che erano proprie forze speciali) cominciarono l’occupazione e l’annessione della Crimea. Per i giornali russi erano uomini gentili, perché, spiegarono, si comportarono «pacificamente». Semplicemente si impossessarono di un aeroporto, delle basi militari e del Parlamento.

Sono ragionevolmente vecchio per ricordare che, molti anni prima, il 24 febbraio 1991, alle 4 del mattino, dopo 38 giorni di bombardamenti aerei, cominciò l’operazione Desert Sabre, l’offensiva terrestre da parte di una coalizione di Paesi a guida statunitense per liberare il Kuwait dall’esercito invasore dell’Iraq: le guerre del Golfo segneranno tragicamente tutta la storia degli anni ’90 del secolo scorso.

Torno in Italia. Le tragedie insopportabili che avvengono nel Mediterraneo, il dramma inaccettabile dei migranti (dalle Afriche, dalle Asie) sono una vera guerra. Tre anni fa, il 26 febbraio del 2023, un caicco salpato dalla Turchia con 180 uomini, donne, bambini in fuga da una vita impossibile (provenivano da Afghanistan, Siria, Pakistan, Iran, Somalia, Palestina), andò a incagliarsi in una secca a meno di cento metri delle spiagge di Steccato di Cutro in Calabria. Il mare era forza 5, le onde rovesciarono e spezzarono la barca. Decine di migranti morirono annegati. Pescatori, gente del paese, carabinieri cercarono disperatamente di salvare più persone che poterono. Nei giorni successivi, nel PalaMilone, palazzetto dello sport di Crotone, furono allineate 67 bare di uomini e donne che avevano perso la vita nel naufragio. Quattordici erano minori. C’era un neonato con meno di un mese di vita. Alcuni non poterono avere un nome: KR46Ø, scrisse un medico legale sul legno di una bara bianca. Amnesty International scrive che, quella notte, le vittime furono almeno 94. 35 erano minorenni. Imprecisato il numero dei dispersi. In queste settimane vi è il processo contro sei funzionari della guardia costiera e della guardia di finanza italiana accusati di non aver avviato tempestive operazioni di soccorso. Il caicco naufragato si chiamava «Summer Love».

Rimaniamo a Est. Un oriente europeo più vicino a noi. Il 28 febbraio del 1998 è considerata la data di inizio della guerra in Kosovo, la coda feroce delle guerre dei Balcani degli anni ’90. I soldati serbi, nel conflitto che li opponeva all’Uck, l’esercito di liberazione kosovaro delle regioni meridionali di quella che era stata la Jugoslavia, uccisero decine di albanesi nella valle di Drenica, regione centrale del Kosovo. Questi massacri sono considerati l’avvio dell’ultima spietata guerra balcanica tra serbi e kosovari albanesi. Ben presto sarebbero intervenuti i bombardieri della Nato. Nel 2008, il Kosovo si è dichiarato indipendente dalla Serbia. È riconosciuto da oltre cento Paesi delle Nazioni Unite. Non lo riconoscono la Spagna ed altri quattro Stati europei. E nemmeno la Russia, la Cina, l’India, il Brasile e il Sudafrica.

Ancora una data, di un giorno che quest’anno non appare sul calendario, il 29 febbraio. È la data che viene considerata la fine dell’assedio di Sarajevo, il più lungo, 1425 giorni, del ‘900. Vero, rispetto a quella immane ingiustizia, l’ultimo atto fu quasi dichiarato per convenzione, dettato dalla necessità di dire che la guerra di Bosnia-Erzegovina era finita dopo gli accordi di Dayton, che avevano diviso il Paese in due entità e congelato il conflitto in un equilibrio precario. Oggi Sarajevo non è più la città multietnica che era, la città dove i suoi cittadini erano certi che la guerra non sarebbe mai arrivata. Le guerre lasciano crepe, scorie, ferite che spesso non si rimarginano nemmeno dopo anni, nemmeno dopo una generazione. La Bosnia era bella e fragile «come una goccia d’acqua sul palmo di una mano».

Mi ostino ad aggrapparmi ai segni piccoli e potenti. Il 22 febbraio, ultima domenica di questo mese, una imbarcazione a vela, la Safira, messa in mare dall’organizzazione Mediterranea Saving Humans, è salpata dal porto di Trapani per una cerimonia, cristiana, musulmana e laica, in ricordo delle vittime di uomini, donne e bambine che hanno perso la vita in Mediterraneo, nelle settimane in cui si è abbattuto sulle coste del sud Europa e del Nordafrica, il ciclone Harry. Il mare sta ora restituendo i corpi di queste vittime. «Chiediamo a Dio e al mare di perdonarci per questa atrocità» scrive l’equipaggio di quella barca. Le parole dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, hanno accompagnato la partenza di Safira: le vittime di questi naufragi «sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia… di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire… come uomini e donne che vogliono rimanere fedeli al senso umano». Si stima che almeno mille persone siano annegate in quella settimana.

Quest’anno, la Quaresima cristiana e il Ramadan musulmano, sono cominciati nello stesso giorno. Il 18 di febbraio. Un allineamento tra calendario solare e lunare che non accadeva da trent’anni. Coincidono le settimane in cui cristiani e musulmani sono chiamati alla riflessione, al digiuno, alla preghiera, alla carità.

Voglio aggiungere anche la piccola storia di un fotografo. Si chiama Mario Boccia ed è un collaboratore del «Messaggero di sant'Antonio». Tra i migliori che abbiano vissuto e raccontato le guerre e la vita dei Balcani. Le sue foto sono celebri e sono spesso diventate mostre importanti. Adesso una sua mostra ha cominciato un lungo (e breve, in chilometri), inatteso e coraggioso, viaggio attraverso le frontiere che la guerra in ex-Jugoslavia ci ha lasciato. Una sua mostra su quegli anni è già stata a Belgrado. Il 5 maggio sarà a Zagabria. Terminerà il suo andare a Sarajevo. Serbia, Croazia e Bosnia, terre insanguinate, terre che voglio risorgere. I ventenni di oggi, che ben poco possono sapere di cosa sia stata quella guerra, si troveranno di fronte allo specchio infranto dai loro genitori. E Mario sarà lì a raccontare.

Questa è una foto «antica»: è stata scattata nel 1992 da Mario Boccia. È la foto di alcuni libri su una bancarella di Sarajevo. Il Corano, Ku’ran, accanto a una Bibbia per Bambini (Biblija za decu). Il francescano Stjepan Duvnjak, guardiano del monastero di Kraljeva Sutjeska, a venti chilometri da Sarajevo, ha scritto: «L’identità della Bosnia necessariamente contiene in sé la molteplicità».

Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»! 

Data di aggiornamento: 27 Febbraio 2026

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