Paragoni insidiosi

Ci sono somiglianze tra l’Italia e l’Occidente di oggi e quelli del 1930, della crisi che portò poi alla seconda guerra mondiale? Anche se la malattia non è la stessa, a ogni modo i bacilli e i virus ci sono e vanno conosciuti.
25 Settembre 2018 | di

La nascita del fascismo e del nazismo, la repubblica di Weimar, la crisi del ’29, lo scontento della piccola borghesia, persino l’Olocausto sono richiamati spesso nel dibattito politico per colpire gli avversari: un governo di cui non si approva l’operato o un’opposizione che si vuole bloccare. È quasi una legge, ha detto Mike Godwin, avvocato statunitense, osservando il fenomeno, «a mano a mano che una discussione su internet si allunga, la probabilità di un paragone con i nazisti o Hitler, tende a uno». Si finisce sempre lì, a una «reductio ad Hitlerum» molto spesso incongrua, rituale e pericolosa.

Avvertiti dal passato, dagli ammonimenti di Godwin e soprattutto dal buon senso, dovremmo evitare anche oggi ogni paragone. E, infatti, eviteremo quello più facile che riguarda gli uomini di governo e le loro iniziative. Tuttavia, una domanda (più storica che politica) pare opportuna. Ci sono somiglianze tra l’Italia e l’Europa di oggi e quella del 1930? C’è qualcosa che rende simile il mondo di Trump, della Brexit, del sovranismo europeo a quanto avvenne meno di un secolo fa? Anche in quegli anni c’era una crisi economica – ricordano gli storici –, c’era un movimento contro la globalizzazione, c’era una rottura tra le élite culturali e il popolo. Anche allora le élite apparivano sorde ai problemi che venivano dalla base ed era messo in discussione l’intero sistema. Anche allora l’aggressività verbale era diffusa e, con essa, l’odio nei confronti di un gruppo umano – gli ebrei – accusato di rubare sicurezza e benessere.

Fare un paragone storico, ripensare al passato, non significa ritenere che le cose torneranno allo stesso punto. La «reductio ad Hitlerum» rimane una sciocchezza. «Gli anni ’30 non torneranno» ha detto di recente Robert Kagan, commentatore neoconservatore statunitense. E, in effetti, una guerra mondiale è difficile da prevedere. Basta questo a rassicurarci? Basta a farci assistere inetti e silenziosi a quanto sta accadendo? No, perché, anche se la malattia non è la stessa, se le conseguenze sull’umanità possono non essere uguali al passato, a ogni modo i bacilli e i virus ci sono e vanno conosciuti.

Il respingimento dei barconi carichi di immigrati, la chiusura dei porti, l’indifferenza alla sorte in mare dei disperati che fuggono da fame e guerre, non sono la Shoah, ma in essi allignano il germe dell’intolleranza, il virus della paura del diverso, il bacillo del razzismo. La ribellione contro le élite culturali giustificata dall’indifferenza dimostrata nei confronti delle condizioni del popolo si può trasformare (anzi, si è già trasformata) in disprezzo tout court per la cultura. La denigrazione spesso proclamata per un popolo ritenuto ormai in preda a impulsi retrivi può approfondire un distacco foriero di disastri peggiori di quelli ai quali stiamo già assistendo. Insomma, se i paragoni meccanici sono impropri, la riflessione storica e politica è opportuna. Il male si manifesta in molte forme...

Data di aggiornamento: 25 Settembre 2018

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