Riprendiamoci la vecchiaia
«Riprendetevi la faccia» ammoniva Barbara Alberti dalla copertina di un suo libro del 2010 (Mondadori), nel quale la famosa scrittrice metteva in guardia, soprattutto le donne, da una subdola schiavitù: il divieto di invecchiare o, meglio, di mostrare la propria età matura, anche quando la si «indossa» in modo sereno e dignitoso. Ragazze, avvertiva infatti da quelle pagine, ci stanno rubando la vecchiaia. E se ci rubano la vecchiaia, siamo fritte. Pagine e pagine di ironia pungente e arguta, sulla tendenza, sempre più evidente a livello sociale, a voler considerare una donna âgée semplicemente... una cozza! (A dire il vero, la tendenza ha coinvolto negli ultimi anni in misura crescente anche gli uomini, non solo per quanto riguarda l’aspetto fisico, ma anche per gli atteggiamenti, talmente giovanilisti, a volte, da scadere nel ridicolo). E se qualcuna pretende di sottrarsi a questa logica, c’è il rischio che venga pure fatta sentire in colpa: dal mercato in primis, ma magari anche da altre donne che considerano la sua scelta il frutto di una imperdonabile ignavia, un pigro arrendersi all’età senza «combattere».
Eppure, gli anni che precedono la vecchiaia dovrebbero insegnare proprio questo: ad arrendersi all’età che avanza, e quindi alla vita, in modo consapevole, sereno, attivo. Una resa che è capacità di vedere e di gustare ciò che rimane, i doni che ogni fase dell’esistenza elargisce. La vecchiaia, infatti, più che combattuta va accolta. Semplicemente accolta, preparandosi ad affrontarla (nel limite del possibile) al meglio, consapevoli che se essa molto toglie, molto anche dona, soprattutto se sappiamo coltivare ciò che amiamo e che ancora ci fa crescere, le emozioni che ci fanno stare bene, la curiosità, le relazioni buone.
Un Paese di vecchi
L’invecchiamento riguarda un numero sempre crescente di persone, almeno in Occidente. E l’Italia è in cima alla classifica europea. Gli indicatori demografici 2025, fotografati dall’Istat, parlano chiaro: «Gli over 65 sono 14 milioni 821mila (25,1% del totale), oltre 240mila in più rispetto all’anno precedente». E così pure crescono gli ultra ottantacinquenni (+101mila, il 4,3% della popolazione totale) e gli ultracentenari» (oltre 2mila in più rispetto all’anno precedente). Non solo. Nel panorama europeo l’Italia è anche uno dei Paesi con la più elevata speranza di vita: nel 2025 è di 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne. Quindi, la probabilità che nei prossimi venti o trent’anni l’Italia sia invasa da una «marea bianca» è piuttosto alta.
Ma a che età si diventa vecchi? «Fino a qualche tempo fa erano i 65 anni la soglia della vecchiaia – informa Rossana De Beni, già Ordinario di Psicologia all’Università di Padova e presidente della SPI, Società italiana di psicologia dell’invecchiamento, autrice di Vivere a lungo, vivere bene. Psicologia, scienza e arte della longevità (Città Nuova, 2026) –. Oggi, invece, possiamo dire che si diventa vecchi attorno ai 75 anni, quando, cioè, una persona ha davanti a sé altri dodici anni rispetto alla speranza media di vita. Poi, nel mio libro lo spiego in modo chiaro, è riduttivo parlare di una sola vecchiaia, perché oggi abbiamo tante età differenti: un’età cronologica, un’età psicologica, una sociale, una biologica. L’invecchiamento adesso è un concetto molto più complesso di un tempo».
Eppure, oggi più che mai, invecchiare accettando semplicemente l’avanzare dell’età pare sia una colpa imperdonabile. Ma come possiamo, allora, riappropriarci del diritto di invecchiare? «I vecchi – spiega ancora la professoressa De Beni – purtroppo tendono a essere considerati una sorta di “oggetti” inutili. Lo diceva già Simone de Beauvoir: in una società prestazionale, in cui vali solo per quello che produci, è chiaro che se non produci più, perdi valore. Oggi potremmo aggiungere: perdi valore anche se non rispondi più a quei canoni di avvenenza fisica, che appaiono fondamentali. Ma ci sono elementi di speranza. In fondo, fino a non molti anni fa anche i bambini non avevano valore, mentre oggi, che sono pochi, sono diventati addirittura bambini-gioiello. Possiamo dunque sperare – sempre in base a un criterio numerico, ma al contrario, visto che i vecchi stanno aumentando – che anche la vecchiaia diventi sempre più un’età nella quale godere di alcuni aspetti positivi di cui la vita fino a quel momento ci ha privato, come per esempio la possibilità di riappropriarci di ritmi umani, meno stressanti. E magari torneremo anche ad apprezzare quei bei volti veri, con una profondità di espressione. Saremo, cioè, chiamati a vivere un invecchiamento consapevole, perché è la consapevolezza la chiave della riappropriazione del diritto di invecchiare».
Ma, oltre a riappropriarci del diritto di invecchiare e di mostrarci vecchi, dovremmo anche scoprire come farlo bene. A tale riguardo, la scienza ci dice che ci sono alcuni elementi che, se ben allenati, possono aiutarci. E non stiamo parlando solo di alimentazione corretta e di attività fisica. Anche il cervello ha delle risorse, di cui la maggior parte di noi ignora addirittura l’esistenza: la plasticità cerebrale e la riserva cognitiva. «Fino a poco tempo fa – rimarca l’esperta –, avevamo un’idea errata della vecchiaia. Studi recenti dimostrano che il nostro cervello è plastico e tale rimane fino alla morte e dunque fino alla morte può cambiare. Può incrementarsi addirittura in situazione di demenza. C’è un famoso studio dell’Università del Minnesota, del 1986, di cui parlo nel libro, il “Nun study”, che lo dimostra. In esso, sono stati analizzati post mortem (perché all’epoca non esisteva ancora la risonanza magnetica funzionale) i cervelli di un gruppo di suore, ed è emerso che una di esse, tra le più attive e lucide, morta a 102 anni, aveva in realtà un cervello che mostrava i tratti fisici tipici di un Alzheimer in stadio avanzato. Che cos’era successo? Analizzando i diari personali delle suore, gli studiosi poterono verificare che questa suora, che finì addirittura sulla copertina di “Time” per questo motivo, si esprimeva con un linguaggio più articolato, più vivace. E ciò venne confermato anche con altre: chi aveva una maggiore “densità di idee” e complessità linguistica mostrava una resistenza decisamente maggiore all’Alzheimer nei decenni successivi. Anche quando aveva sviluppato la malattia. Questo significa riserva cognitiva e plasticità, significa che se noi continuiamo a coltivare la nostra mente e cioè a nutrirla, a tenerla attiva, senza stressarla, ma vivendo normalmente con curiosità, con passione, con consapevolezza, la nostra mente invecchia meglio».
Il che, per chi come noi ha avuto la fortuna di nascere in un Paese ricco di cultura, di musei, dove la socialità è ancora un valore, può significare che si può mantenere in esercizio con curiosità la propria mente, semplicemente vivendo una vita quotidiana attiva. «Alle persone anziane che mi chiedono: “Sto perdendo la memoria, che cosa posso fare?” – spiega De Beni –, suggerisco di avvalersi dell’aiuto di un esperto, se è il caso, ma anche di vivere una vita quotidiana piena, presente a se stesso: “Vada in giro per la sua città, faccia finta di essere un turista, osservi, si informi. E poi faccia la spesa, cucini (perché anche il cucinare, che richiede una consequenzialità di gesti, è utile), legga, frequenti gli amici. Sia, insomma, curioso della vita».
«Poi, ovviamente, anche la cultura è importante – aggiunge la nostra esperta –. Lo conferma la scienza: chi tiene la mente allenata ha in media cinque anni in più di funzionamento autonomo, anche quando una eventuale patologia si è già insediata, rispetto a chi non lo fa. E in questo tempo si può continuare a imparare, a stimolare il cervello e magari riuscire ad arrivare alla fine della vita senza aver mai sperimentato il decadimento completo del cognitivo».
Cervello ma anche cuore
E con la parte affettiva ed emotiva come la mettiamo? La socialità, i sentimenti, quanto contano per invecchiare bene? «Moltissimo – replica Rossana De Beni –. Perché mentre l’aspetto cognitivo e fisico subiscono con l’età degli inevitabili rallentamenti, la parte affettiva, che risiede nelle aree più profonde del nostro cervello, più primitive, regge meglio il passare degli anni. Anche qui ci sono fior fiore di studi a dirlo. Basti citare la teoria della selettività socio-emozionale di Laura Carstensen, che dimostra come, invecchiando, gli aspetti affettivi ed emotivi sono meglio autoregolati e possono costituire una grossa risorsa. I vecchi sono, insomma, più felici, anche rispetto, per esempio, ai cinquantenni, i più oberati. Certo, è importante continuare a mantenere viva una certa socialità, non isolarsi, anche se io spezzo sempre una lancia a favore del diritto di chiunque a riservarsi una certa dose di solitudine, che è preziosa e favorisce il pensiero. Ma le relazioni sociali buone, vive, sono alla base della longevità».
C’è poi un ulteriore aspetto da tenere in debita considerazione e che molto dipende dal contesto sociale in cui si vive: la possibilità di non venire messi da parte, ma, al contrario, il continuare a essere considerati membri attivi della società, grazie alle competenze che si sono maturate nella vita. «L’atteggiamento peggiore in tal senso – sottolinea De Beni – è l’ageismo, un pregiudizio pericolosissimo, perché, oltre a essere agito dall’esterno, viene introiettato dagli stessi anziani. È quella convinzione per cui ogni difetto o défaillance viene attribuita all’età che avanza. E così se, per esempio, un giovane che parla in pubblico e dimentica una parola è “emotivo”, un vecchio nella stessa situazione è rimbambito. Oppure si dà credito a immagini stereotipate per cui i vecchi sono sempre brontoloni, noiosi, tirchi. L’ageismo è forse la causa principale dell’esclusione odierna degli anziani. Invece è fondamentale lasciare spazio ai vecchi per le competenze che conservano. Perché non siamo tutti uguali. Ciascuno di noi ha doti e caratteristiche proprie che lo differenziano dagli altri. La variabilità, ancora una volta è la scienza a dirlo, aumenta con l’aumentare dell’età. Ci possono essere vecchi che si mettono a studiare una lingua straniera magari per poter comunicare coi nipotini che vivono all’estero, e altri che vanno in confusione anche solo al supermercato. Dirò di più: non solo la caratteristica della vecchiaia è la variabilità, ma ciascuno di noi, invecchiando, diventa sempre di più se stesso».
Che è come dire che, con l’avanzare dell’età, la vita, con la sua fantasia e il suo movimento, non si spegne, anzi, manifesta un surplus di forza. E quel cambiamento continuo che la caratterizza, proprio nella vecchiaia trova il suo apice. «Il fascino della psicologia dell’invecchiamento – conclude Rossana De Beni – sta in effetti proprio qui: noi siamo sempre noi stessi, c’è una continuità nella nostra esistenza, però siamo anche sempre diversi, e questo è una sorpresa. Il segreto sta nell’accettare questa dualità. Anche perché, come dicevano gli antichi, ducunt volentem fata, nolentem trahunt, cioè “il fato conduce colui che vuole lasciarsi guidare, trascina colui che non vuole”. Conviene quindi assecondare questi processi, accogliere il limite, magari anche con gratitudine, virtù essenziale perché ci aiuta a vedere i doni che ci sono stati elargiti. Certo, questo non è un processo per “bamboline”, ma per persone vere, belle, solide. Ma, d’altra parte, vivere è una cosa impegnativa ed è per questo che è così bello».
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