30 Novembre 2021

Sproporzioni epiche

Il Natale è la festa delle sproporzioni. Tra il Dio nei cieli e il Bambino nella mangiatoia. Tra i potenti del tempo e Maria e Giuseppe. Tra la povertà di una stalla e l’opulenza dei nostri Natali.
Sproporzioni epiche

© JeSuisLAutre

A Natale tutto è sproporzionato. I conti non tornano, e sembra che qualcuno si sia divertito a confonderci le idee. A cominciare dalla cosa più importante: non c’è proporzione tra Dio, incommensurabile, indicibile, che vuol semplicemente dire che nessuna unità di misura né nessuna parola del vocabolario umano sono in grado di definirlo «racchiudendolo» in un’immagine o in una spiegazione; e quel piccolo bimbo nella stalla di Betlemme, alto qualche spanna e pesante poco più di un paio di chili. Come dire: un «XXL» compresso in una «S»! Non c’è proporzione tra la storia ufficiale, quella che si narra facendo la lista dei personaggi importanti, Cesare Augusto, Quirinio, del loro potere e ricchezza, e quella di cui nessun storico si è accorto, che ha come protagonisti un qualsiasi Giuseppe e una qualsiasi Maria, in un villaggio insignificante della Palestina.

Non c’è proporzione tra il cielo, lassù, da dove ci immaginiamo cominci tutta questa faccenda, infinito, misterioso, profondo, meta di infinite possibilità, verso il quale talvolta alziamo lo sguardo mendicanti di risposte ai nostri dubbi, perché lo pensiamo abitato da realtà spirituali, migliori di noi; e la terra, quaggiù, questa sì che conosciamo anche troppo bene, dove lottiamo, soffriamo, cadiamo, peniamo, facciamo il male. È la memoria cocente del nostro limite, come salire pur in cima a una montagna convinti di esserci riusciti con le nostre sole forze. Per scoprire che è stata la stessa montagna, in realtà, a lasciarci condurre i nostri passi fin lì, e a quel punto costringerci a fermarci: più in su non si può più andare, neanche se lo vogliamo.

Non c’è proporzione tra le creature angeliche che svolazzano e strombazzano nel cielo buio sopra la campagna di Betlemme, sicure di sé, che vedono ogni giorno il trono dell’Altissimo; e i pastori che vegliano attorno al fuoco per fare la guardia alle pecore, per racimolare una misera paga facendo un lavoro che nessun altro vuole fare, anzi, disprezzati a tal punto da non essere ritenuti in grado nemmeno di comparire come testimoni ai processi, immersi nei loro pensieri e nelle loro preoccupazioni, forse anche nelle loro rabbie, per i quali Dio è tutt’al più l’intercalare di qualche maledizione o bestemmia.

Perciò non c’è proporzione nemmeno tra la pace annunciata in cielo in tanta pompa magna, e la guerra, il dolore, la povertà, l’ingiustizia, gli ultimi morti innocenti a causa dell’ennesima catastrofe naturale o della perversità di qualche pazzo terrorista. Non c’è proporzione nemmeno tra il solenne e impegnativo «segno» che avrebbero dovuto trovare in quella stalla e ciò che effettivamente si sono ritrovati davanti: in un contesto a loro del tutto familiare, e cioè una povera e puzzolente stalla, una mangiatoia alla quale chissà quante altre volte avevano condotto le loro bestie, e lì dentro la più ovvia e scontata delle esperienze umane, un papà, una mamma e un bambino appena venuto al mondo. Come se questi rozzi pastori neanche sapessero come si nasce!

È sproporzionata, infine, molto sproporzionata, la povertà di quel segno, e la ricchezza con cui noi abbiamo ammantato e ammansito il nostro Natale. Non c’è proporzione, è vero. Ci viene perfino a mancare il fiato per tanta sproporzione. Rimaniamo senza parole. Eppure i pastori se ne sono usciti da quella stalla stupiti, glorificando e lodando Dio, raccontando a tutti ciò che vi avevano visto. Quasi consapevoli di aver scoperto nella sproporzione il niente di tutto, e il tutto di ciò che, ai nostri poveri sguardi, sembra niente. Cari amici, andiamo anche noi, perciò, a vedere nel poco che si vede, il tanto che non si vede!

 

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Data di aggiornamento: 30 Novembre 2021
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