03 Novembre 2020

Tossine di bene

Sono quelle rilasciate dalla domanda del nostro lettore: «Come possiamo aiutare subito un miliardo di diseredati?». Una domanda generativa di cose buone.
Tossine di bene

© Petros Giannakouris / AP photo

«Caro direttore, qualche tempo fa ho letto l’editoriale della rivista di luglio/agosto. Sono d’accordo su tutta la linea, ma mi è tornata in mente una domanda che da trent’anni attende una risposta: come possiamo aiutare subito un miliardo di diseredati? Cordiali saluti».
Lettera firmata

Sono sicurissimo, caro amico lettore, che nel frattempo, in questi lunghi trent’anni, mentre ti arrovellavi con la domanda «del secolo», non te ne sei certamente rimasto con le mani in mano. Voglio dire, sono sicuro che la forza e probabilmente l’inquietudine che questa domanda provoca non ti ha lasciato sprofondato in poltrona, in panciolle, a guardarti disinteressatamente «il mondo da un oblò», come cantava Gianni Togni in Luna, a distanza di sicurezza.

Forse anche senza esserne più di tanto consapevole, e anche nel rammarico di non aver contribuito a risolvere nessun problema mondiale, ma una domanda del genere agisce «sotto traccia», silenziosamente rilasciando… tossine di bene. Tante azioni apparentemente insignificanti o di poco conto – sempre troppo poco rispetto alla vastità dei bisogni –, ma reali, concrete, quotidiane, ripetute.

Semmai il problema, e forse il vero senso della nostra fatidica domanda, è che non ne vediamo i risultati. O, almeno, quelli che ci aspetteremmo. Quindi tutti i nostri sforzi ci paiono inutili e inconcludenti. Magari questa conclusione sarà pure logica ma un po’ troppo affrettata. Ciò nonostante, tutto questo potrebbe essere proprio la risposta più adeguata alla tua domanda.

Lo è senz’altro evangelicamente, dove siamo continuamente esortati a vedere, indignarci, lasciarci coinvolgere, convertirci noi per primi e poi attivare percorsi di soluzione. Il cui risultato, però, non ci appartiene: se non in minima parte e per quello che il nostro sguardo corto ci permette di constatare. Sarà frutto dell’impegno di tantissime altre persone, per lo più a noi sconosciute, ognuna delle quali ci avrà messo un poco del proprio, ma con la forza misteriosa che Dio ci avrà dato. Quel Dio che acquista al minuto i nostri balbettii di bene, e solo lui sa portarli a compimento.

Non disprezziamo, allora, il poco che ci sembra di essere in grado di fare o che fino a qui ci è riuscito di fare. Non desistiamo neanche dal desiderio di fare di più o, addirittura e per chi ne ha la possibilità o a ciò viene in qualche modo chiamato, di intervenire risolutamente in qualcuno dei guai che attanagliano l’umanità. Non misuriamo troppo umanamente ciò che facciamo né pretendiamo di goderne subito i risultati, ma facciamo.

Come racconta la famosa favola africana: nel bel mezzo di un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali se ne scappavano, nella direzione opposta un piccolo colibrì, che aveva preso nel becco una goccia d’acqua, volava verso il fuoco, dove, incurante del gran caldo, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. E questo più e più volte. La cosa non passò inosservata e a un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: «Che cosa stai facendo?». L’uccellino gli rispose: «Cerco di spegnere l’incendio!»... Chissà che altri ne abbiano imitato l’esempio: l’incendio sarà stato senz’altro spento.

 

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Data di aggiornamento: 03 Novembre 2020

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1 comments

3 Novembre 2020
Ho letto attentamente la risposta e concordo pienamente. Se tutti facessimo anche un piccolo gesto per risolvere il problema, prima o poi lo si risolve. Noi possiamo fare adesso quello che è nelle nostre possibilità, senza rimandare al domani, i frutti li vedranno i nostri nipoti e/o pronipoti e noi ne saremo felici da lassù se avremo meritato il paradiso. Bella la storiella del colibrì, ci insegna cosa dobbiamo ritornare ad essere noi adulti; essere punti fi riferomento e di esempio. Grazie
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di Tarcisio

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