Un ombrellone a scacchiera

Com’è possibile curare una persona con disabilità grave se non ci si mette nella condizione di ascoltarne i bisogni, le esperienze dei familiari, in una parola, di conoscerla?
21 Giugno 2018 | di

Chi di noi non ha mai portato in spiaggia torri, alfieri, cavalli e pedoni? Che cosa avete capito? Ma no! Non intendo portare Artù e Lancillotto sotto il mio ombrellone di quest’anno, anche se, lo confesso, da bambino ne sarei stato molto felice. Sto parlando del gioco degli scacchi, in cui personalmente sono sempre stato una schiappa; molto meglio, per me, la dama, su cui, cari lettori, sono ancora pronto a sfidarvi a duello!

Sarà per questo che oggi sono rimasto affascinato da un nuovo tipo di DAMA, una vera e propria gran signora di cui sono venuto a conoscenza grazie all’associazione «Spes contra spem», di Roma, gli amici, autori e promotori della Carta dei diritti delle persone con disabilità in ospedale. La DAMA di cui vi parlo è l’acronimo di Disabled Advanced Medical Assistance, il progetto sull’assistenza dei pazienti con disabilità, lanciato dal dottor Filippo Ghelma all’ospedale San Pao­lo di Milano.

Accoglienza, personalizzazione e compartecipazione, questi i tre principi di DAMA. Tre parole per tre concetti chiave, che ci riguardano tutti da vicino.

Pensate, per esempio, a quante volte in vacanza vi sarà capitato di scivolare sugli scogli, di finire sul ghiaino con la bici e sbucciarvi, se va bene, un ginocchio, oppure di non digerire qualche cibo esotico e dovervi sobbarcare un bel mal di pancia per i primi giorni di villeggiatura… Ecco, aggiungete ora a queste eventualità una disabilità. La questione, ovviamente, si complica.

Già accade negli ospedali delle grandi città, immaginate nei piccoli centri. Il personale, probabilmente ridotto nel periodo estivo, sarà preparato ad accogliere una persona con disabilità grave che, magari, si è banalmente presa un’insolazione? Tendenzialmente no. La prima difficoltà sarà quella di guardare in faccia il nuovo arrivato, di rivolgersi direttamente a lui, di capire come comunica e dialogare con chi lo accompagna.

I medici in genere vogliono perdere poco tempo e soprattutto agire da soli. Quante volte mi è capitato, anche in occasione di una semplice radiografia, che la persona che mi affiancava venisse tenuta fuori dalla porta per poi essere prontamente richiamata nel giro di cinque secondi… Sono questi piccoli siparietti del quotidiano che tuttavia nascondono grandi significati. Un medico non è onnipotente, per dirne una. L’incontro con la disabilità mette in crisi, per dirne un’altra.

Ed ecco allora che ancora una volta torna in campo la differenza tra assistenza e relazione. Come faccio a curare una persona con disabilità grave se non mi metto nella condizione di usare un nuovo tipo di metodo, di ascoltarne i bisogni, le esperienze dei familiari, i vissuti, in una parola di conoscerla?

Probabilmente non ce la farò da solo, avrò bisogno anche dell’aiuto del paziente e di quello di altri colleghi. Condividere la diagnosi con gli altri specialisti è fondamentale, perché la persona non è un puzzle ma un corpo unico dotato di complessità. Che a prenderci in cura sia un primario o un infermiere poco importa, con chi ci segue va instaurato un rapporto di fiducia, di stabilità e continuità. Imparare a sporcarsi le mani sarà la quarta regola del gioco da aggiungere al progetto DAMA.

Che dire? Ho mangiato il damone! E voi, avete mai messo in crisi qualcuno?

Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

Data di aggiornamento: 21 Giugno 2018
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