In viaggio con papà

Sempre più padri decidono di trascorrere un periodo di vacanza soli con i propri figli. Per migliorare i rapporti e dare nuovo slancio alla relazione.
19 Marzo 2019 | di

Papà non vi manda soli. Anzi, ha voglia di venire in vacanza con voi... lasciando a casa la mamma. Nel variegato universo delle relazioni familiari si sta facendo strada una nuova tendenza: sempre più padri desiderano provare a trascorrere qualche giorno da soli con i propri figli, anche piccoli. E non lo fanno soltanto perché ne sono costretti dalle circostanze (una separazione, un distacco o l’impossibilità di far coincidere i periodi di ferie con il resto della famiglia), ma proprio perché nel viaggio a tu per tu cercano di intrecciare un legame migliore con i loro ragazzi che – a loro volta – spesso hanno bisogno di recuperare il valore e la forza della figura paterna, talora sbiadita. 

Il fenomeno è stato fotografato anche dalle statistiche. L’Osservatorio nazionale del turismo giovanile ha rilevato che (su un campione di mille nuclei familiari) nel 18 per cento dei casi ad andare in vacanza con i bimbi e i ragazzi è stato un solo genitore: certo, perlopiù è la mamma a partire con i figli, eppure in una famiglia su quattro avviene il contrario, ed è il papà ad accompagnarli. «Questa scelta – viene spiegato – dipende a volte dalla tipologia del nucleo familiare o da motivi di lavoro di uno dei due genitori. Tuttavia, l’8 per cento degli intervistati ha espressamente voluto fare un’esperienza da solo con il figlio, sia piccolo (fino a 4 anni) che in età preadolescenziale (dai 10 ai 14)». Le vacanze «monogenitori» sono più diffuse al Nord Italia, e i papà di solito sono più propensi a «lanciarsi» verso posti nuovi.

Tra fare e parlare. «Con la mamma di solito c’è la confidenza, il cuore. Gli uomini invece fuggono l’intimità: non hanno la stessa attitudine alla conversazione sentimentale, ne hanno paura o si annoiano. Agli uomini piace soprattutto fare, più che parlare – fa notare Silvia Vegetti Finzi, psicologa esperta di dinamiche familiari –. Per questo credo che il viaggio col papà debba essere imperniato su qualcosa da realizzare insieme, come può essere, per esempio, il campeggio in tenda. È bene che non sia soltanto un “io e te”, ma che venga identificato un obiettivo o un interesse da condividere». Così il viaggio diventa ancor più un tratto di strada e di vita, un momento di crescita reciproca: «Essere affiancati, procedere insieme: tutto ha un senso, nella convinzione che è già significativo muoversi verso una meta condivisa – aggiunge la professoressa Vegetti Finzi –. Non è tanto importante il punto d’arrivo, quanto l’itinerario che si compie». 

 Il viaggio col papà è sempre una scoperta, perfino una sorpresa. È – per esempio – l’avventura grandiosa di Fulvio Antonello e di suo figlio Andrea, autistico, che qualche anno fa hanno attraversato l’America in moto: tre mesi straordinari che lo scrittore Fulvio Ervas ha portato nelle pagine di Se ti abbraccio non aver paura. Il premio Oscar Gabriele Salvatores ne ha tratto ispirazione per un emozionante road movie che ha appena finito di girare: «Oggi mancano i riferimenti, quindi il rapporto padre e figli è importante anche metaforicamente – ha spiegato il regista –. Mancano anche figure paterne che si prendano la responsabilità di far crescere una nazione». Sul grande schermo, nel 1982 anche Carlo Verdone è andato In viaggio con papà Alberto Sordi, in una divertente commedia dolceamara: un padre dongiovanni e un figlio ingenuo e bambinone, che non si sono mai conosciuti troppo bene, devono attraversare l’Italia tra mille peripezie, per arrivare finalmente a «ritrovarsi». 

Genitori, non amici. Il viaggio col papà è soprattutto la chiave di tante esperienze che stanno sbocciando lungo la Penisola, proprio per iniziativa di genitori curiosi e intraprendenti. Come Giuseppe Elia, 44 anni, formatore di Bolzano, che con la cooperativa Officine Vispa da sei anni invita a trascorrere qualche giorno In tenda con papà: «Ho iniziato quando mia moglie ha deciso di affrontare il cammino di Santiago e io sono rimasto a casa con i nostri bimbi piccoli, Davide ed Emanuele – racconta –. In quelle due settimane è cambiato davvero il mio rapporto con i figli: ho vissuto la fatica, la gioia, le coccole, il linguaggio non verbale. Così poi ho voluto allargare l’orizzonte e dare anche ad altri padri la possibilità di provare un’esperienza simile». A Corona di Cortaccia, tra i monti dell’Alto Adige, i campi durano dal venerdì pomeriggio alla domenica sera, e ogni volta accolgono un massimo di quindici papà con i loro figli: «La prima volta eravamo in sette, e quattro erano miei amici. Quest’anno abbiamo già programmato otto turni, sino a fine settembre, e le adesioni vanno a gonfie vele». Durante le cinquantadue ore del campo si gioca, si fanno camminate, attività o prove di orienteering, si parla e ci si confronta, «ma tutto comincia già prima, a casa – sorride Elia –, perché la valigia devono farla i papà. Preparare la valigia è già sentirsi dentro il viaggio».

 «A volte è proprio la mamma che vuole che il papà si metta alla prova», aggiunge Nicola Rovetti, 52 anni, veronese, docente di Scienze motorie, che insieme al pedagogista Alessandro Ongaro ha lanciato le proposte di In campeggio con papà. «Ci siamo interrogati sulla crisi dell’identità maschile e sulla difficoltà a essere padri – osserva –. Alcuni papà si sentono inadeguati, non sanno bene come comportarsi e hanno desiderio di sperimentare anche se stessi. Non abbiamo la pretesa di insegnare, ma cerchiamo di creare un contesto che permetta di conoscersi». I campeggi si tengono in estate in Lessinia, sulle Prealpi venete: partecipano papà dai 30 ai 45 anni, alcuni già con quattro figli. Le giornate sono scandite da camminate, giochi, piccole esplorazioni nella natura: «Tanti papà – continua Rovetti – ritrovano la forza di valorizzare il loro aspetto maschile, la capacità di essere determinati nel rispetto delle regole, ma anche di saper esprimere affetto e dolcezza». E il più delle volte l’esperienza del week-end fuori casa dà buoni frutti: «Uno dei partecipanti mi ha raccontato che, al ritorno in famiglia, la figlia lo ha chiamato “papà”, si è rivolta direttamente a lui, e non era mai successo – ride Elia –. Al punto che, per un attimo, la mamma si è persino rabbuiata».

In campeggio o visitando una città d’arte, a un concerto rock o a un evento sportivo, c’è comunque un elemento imprescindibile e per nulla scontato: «È fondamentale che i genitori facciano i genitori – riprende la professoressa Vegetti Finzi –. Il rapporto con il figlio non può essere paritetico: ritengo sia necessario mantenere una posizione verticale. Nella mia lunga esperienza ho sentito tanti padri dire: “Io sono il migliore amico di mio figlio”, ma non ho mai sentito un figlio dire: “Io sono il migliore amico di mio padre”...». I ragazzi hanno bisogno di trovare nei genitori delle figure autorevoli, più che autoritarie, «capaci di mostrare in concreto l’esperienza che hanno acquisito e di testimoniare in prima persona quello che chiedono ai figli – ricorda la psicologa –. Se un papà si lamenta perché il figlio non va bene a scuola ma in casa non ha neppure un libro, beh, non è un esempio coerente. L’invito che rivolgo a tutti i genitori, papà o mamme, è sempre lo stesso: dite quello che fate, e fate quello che dite». Soprattutto nel viaggio della vita.

 

L’articolo si può leggere sul «Messaggero di sant’Antonio» di marzo 2019 e nella corrispondente versione digitale.

Data di aggiornamento: 19 Marzo 2019
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