Volontariato al tempo del covid

In questa pandemia il volontariato ha avuto e sta avendo un ruolo fondamentale, che potrebbe cambiare il modo di vedere e risolvere i problemi sociali. L’esempio di Padova Capitale del volontariato. E i risultati di una ricerca nazionale del Csvnet.
05 Dicembre 2020 | di

Quante volte ci siamo chiesti se la pandemia ci renderà migliori o peggiori. Una sfida che non riguarda solo i singoli, ma le istituzioni e le comunità, tanto da mettere alla prova persino il volontariato, quella realtà molteplice, gratuita e generosa che ha sempre aiutato l’Italia a lenire le ferite in caso di crisi, emergenze o povertà. Eppure anche il volontariato sotto il peso di Sars-cov-2 è entrato in crisi come mai prima, ha dovuto ripensarsi e riorganizzarsi in tempi e modi che non avrebbe mai immaginato.

Lo testimonia una ricerca su base nazionale, rea­lizzata dal Csvnet, fatta attraverso questionari proposti a giugno ai diversi Centri servizio del volontariato, sparsi nella Penisola. Ne è uscita una cartina geografica a macchia di leopardo, con territori più o meno ricettivi, ma con alcune costanti che ritornano. Tra queste, la capacità di agire in modo flessibile, di continuare a erogare servizi inventandosi nuove forme, di convertirsi al digitale, cosa non scontata per realtà che fino a quel momento si erano basate per lo più sul faccia a faccia.

L’esempio più innovativo di questa capacità di reinventarsi è avvenuto a Padova in un’occasione speciale. La città quest’anno è Capitale europea del Volontariato, un riconoscimento che per la prima volta è arrivato in Italia. Una sfida insieme locale e nazionale che Padova, con una grande storia di volontariato alle spalle, ha accolto fin dalla prima ora con entusiasmo, organizzando un comitato e un programma sociale e culturale ambizioso. Un lavoro suggellato da un titolo che suonava come un invito: «Ricucire insieme l’Italia».

L’anno partiva sotto i migliori auspici. Il 7 febbraio, all’inaugurazione, c’era il capo dello Stato Sergio Mattarella. «Dopo venti giorni dai grandi festeggiamenti – ricorda Emanuele Alecci, presidente del Centro servizio volontariato di Padova – ci siamo ritrovati dentro a un incubo». L’Italia era piombata nel lockdown, mentre i continui Dpcm rendevano difficile organizzare una risposta.

«All’inizio, ammetto, eravamo sgomenti – continua Alecci –. Poi ci siamo messi intorno a un tavolo con il sindaco, gli altri membri dell’amministrazione e la Chiesa di Padova. Ci siamo guardati negli occhi e in pochissimo tempo siamo riusciti a coordinarci; una sintonia che ci ha consentito di fare cose straordinarie, che altrimenti non avremmo mai potuto fare. Oggi dico che la sfida del coronavirus nell’anno di Padova Capitale del volontariato è stata una “fortuna”. La città è diventata un laboratorio a cielo aperto, con meno manifestazioni del previsto, ma con più volontariato puro, innovativo, creativo». 

Un punto a favore era l’esistenza di un tavolo di tecnici e volontari di diverse realtà, già avviato per Padova Capitale, che «è stato naturale trasformare in una sorta di cabina di regìa per i nuovi bisogni. Il territorio, già sensibilizzato da anni di preparazione, ha fatto il resto: centinaia di persone, alcune che non avevano mai fatto volontariato, si sono rese disponibili e, ove necessario, sono state formate. Hanno risposto anche le aziende, mettendoci a disposizione materiali e mezzi di trasporto». Un clima di condivisione che scaturisce da una grande tragedia solo quando la voglia di ricostruire supera il perimetro degli individualismi. 

Dopo un mese di lockdown, persino chi non aveva mai avuto problemi di cibo, adesso non sapeva cosa mettere nel piatto. «La povertà, presente anche prima, era cresciuta esponenzialmente – racconta Alecci –. Anche tra gli studenti universitari, bloccati in città, che ora non potevano più fare quei lavoretti, come il barista e il pizzaiolo, che consentivano loro di sostenersi negli studi. Molti non potevano contare neppure sull’aiuto dei genitori, a loro volta in crisi economica, e venivano da noi per un piatto di pasta».

Moltissimi gli anziani soli, più di 4 mila, che avevano bisogno di qualcuno che portasse loro la spesa o le medicine a domicilio. Un problema nel problema erano le persone senza fissa dimora: «Non solo non sapevano dove passare il lockdown, ma rischiavano di ammalarsi in modo grave e di diventare un veicolo di contagio» spiega Alecci.

In poco tempo è nata un’esperienza, che ancor oggi è un vero e proprio sistema di servizi adattati alla pandemia. Si chiama «Per Padova noi ci siamo» e nella prima ondata contava già 1.800 volontari, tutti geolocalizzati, per poter essere meglio impiegati in modo razionale e in sicurezza. Una sinergia inedita di mezzi e servizi delle Associazioni, del Comune e della Chiesa: «Abbiamo costituito una specie di reticolato di volontari, piuttosto giovane, dove ogni componente aveva un compito: un buon numero di volontari portava a domicilio i beni di prima necessità, mentre la Croce Rossa si occupava delle medicine».

La necessità di stoccare generi alimentari ha portato ad aggiungere altri quattro depositi a quelli già in uso dalle associazioni. E anche lì la tecnologia è stata essenziale: «Tutto è stato inventariato e informatizzato, così che in tempo reale si potesse controllare il flusso di merci e localizzare dov’erano quelle necessarie in un dato momento: questo ci ha permesso di razionalizzare ancor di più gli interventi» continua Alecci.

L’apporto del Comune è stato fondamentale per mettere immediatamente a disposizione della gente le risorse che il governo aveva assegnato a ogni città all’indomani del lockdown per far fronte alle prime necessità. «Il sindaco è venuto a sapere che la cifra per Padova era di 1 milione e 100 mila euro – racconta Alecci – e ha deciso di anticipare il denaro: nel giro di qualche ora abbiamo stampato i buoni alimentari da 50 euro, fatto un accordo con la grande e piccola distribuzione perché restituisse alla città un 10 per cento da poter spendere in un secondo tempo, istituito un call center per un vaglio sommario delle richieste e, infine, distribuito i buoni tramite i volontari geolocalizzati».

Il problema dei senza fissa dimora sembrava all’inizio insormontabile, poiché il dormitorio del Comune poteva accoglierne il 50 per cento e solo di notte: «Insieme alla Caritas e senza avere in quel momento un centesimo – racconta Alecci –, ci siamo fatti carico di una struttura alberghiera per queste persone, mentre abbiamo trasformato il dormitorio comunale in una struttura aperta durante il giorno». La città intorno continuava a farsi presente non solo con i volontari ma con continue piccole e grandi donazioni che hanno sostenuto questo circuito innovativo di solidarietà. A dimostrazione che solo una comunità coesa può risolvere i problemi.
 

L'articolo completo nel numero di dicembre del «Messaggero di sant'Antonio». Prova la versione digitale della rivista!

 

In occasione della Giornata Mondiale del Volontariato, sabato 5 dicembre dalle ore 10,30 - nell'ambito del 27° Premio del volontariato internazionale FOCSIV - fra Giancarlo Zamengo, direttore generale del «Messaggero di sant'Antonio», consegnerà virtualmente il riconoscimento «Volontario per l'Emergenza Covid-19 in Italia». Nel corso della Premiazione online fra Zamengo terrà un breve discorso sul valore svolto dal volontariato in tempo di pandemia.

Info: http://www.premiodelvolontariato.focsiv.it/it

Data di aggiornamento: 05 Dicembre 2020
Lascia un commento