Dove dormono i poveri?
Nel suo saggio Dove dormiranno i poveri? (2002), il teologo peruviano Gustavo Gutiérrez – ampiamente riconosciuto come il fondatore della teologia della liberazione – proponeva riflessioni cruciali in vista dell’inizio di un nuovo secolo che si preannunciava segnato da una serie di forme rinnovate e più complesse di emarginazione, quali l’esclusione digitale, di genere, culturale, migratoria o la «povertà spirituale». Gutiérrez metteva in guardia dall’incalzare dell’individualismo a scapito di un’etica della solidarietà. Inoltre, invitava a non restare indifferenti di fronte alla sofferenza e alla mancanza di libertà che affliggono milioni di persone e di fronte all’assenza di trasparenza democratica in molti Paesi. Dopo oltre vent’anni, il mondo in cui viviamo è più turbolento e diseguale: le trasformazioni tecnologiche pongono questioni etiche profonde, la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi e depressione e perdita di fiducia nel futuro sono aumentate. Interrogarsi e preoccuparsi della sorte di chi è più indifeso è dunque più urgente che mai.
«Chi, tra i politici che oggi governano nel mondo, si chiede questo? Nessuno», dice al «Messaggero di sant’Antonio» Silvia Cáceres Frisancho, direttrice dell’Istituto Bartolomé de Las Casas (IBC), un’associazione civile senza scopo di lucro, con sede a Lima, ispirata al pensiero di Gutiérrez. «Ritengo che sia estremamente importante che oggi ci si ponga questa domanda come elemento centrale per costruire una società diversa».
Il luogo di riflessione di Cáceres è il Perù, un Paese che da quasi un decennio attraversa una profonda instabilità politica. Negli ultimi anni la situazione si è aggravata, con un aumento dell’insicurezza e, soprattutto, delle disuguaglianze sociali, che hanno alimentato le proteste di massa e portato, lo scorso ottobre, alla destituzione della presidente Dina Boluarte. Tuttavia, come mette in luce la direttrice dell’IBC, la domanda formulata da Gutiérrez ha oggi una portata che va oltre i confini latinoamericani, «perché pone al centro la vita: la dignità dell’essere umano, ma anche l’esistenza di tutta la creazione, della Terra».
L’ascolto: una pratica controculturale
È un pomeriggio di fine ottobre 2025 a Lima e nel campus della Pontificia Università Cattolica del Perù – un’oasi ricca di alberi e di uccelli variopinti, nel cuore dell’affannata e polverosa metropoli – c’è fermento. Da mesi il Perù è scosso da un’ondata di proteste contro l’insicurezza, la corruzione e una contestata riforma improntata alla progressiva privatizzazione del sistema pensionistico. È stata proprio questa misura a far traboccare il vaso, spingendo migliaia di giovani a marciare per le strade di Lima, Cusco, Arequipa e di molte altre città del Paese. Si tratta in particolare di giovani della cosiddetta generazione Z – tra i 13 e i 28 anni –: «nativi digitali» che hanno risentito profondamente dell’incertezza economica e sociale innescata dalla pandemia di covid-19 e che ora fanno i conti con uno scenario politico che li esclude.
Nei pressi della Facoltà di Arte e Design, un gruppo di studenti ha installato manifesti e striscioni. Uno di questi recita: «Nessuno dovrebbe morire per aver protestato». Giovani di altre facoltà si avvicinano, si soffermano a leggere, fanno foto e video. «Per noi è molto importante, attraverso l’arte, dare voce a chi non c’è più, affinché non si ripetano le ingiustizie commesse dallo Stato», dice visibilmente emozionato Leonardo, studente ventenne. Pochi giorni prima, un ragazzo di 32 anni, Eduardo Mauricio Ruiz Sáenz, è stato ucciso da un poliziotto a Lima durante una manifestazione. Ruiz era un cantante hip-hop noto con il nome d’arte di Trvko. Nelle sue canzoni affrontava spesso questioni sociali, come la precarietà e la violenza che affliggono gli abitanti di San Martín de Porres, il distretto alla periferia nord di Lima dove viveva.
Giovani e Chiesa
«Ascoltare le proposte dei ragazzi e delle ragazze è molto importante», sostiene Isabelle Quezada, presidentessa ventiduenne dell’Unione Nazionale degli Studenti Cattolici (UNEC) di Lima. Secondo Quezada, questo ascolto non può limitarsi alla riflessione, ma deve diventare prassi. Si traduce quindi in azioni tangibili: offrire supporto ai giovani che affrontano la solitudine, che cercano di equilibrare vita professionale e fede, o aiutarli a creare una rete di amicizie che li sostenga davvero in società competitive, sempre più focalizzate sul profitto personale. «Negli ultimi anni la Chiesa ha cercato di avvicinarsi ai giovani, ma credo che sia ancora necessario trovare linguaggi che risuonino con le domande che i giovani si pongono a partire dalle loro esperienze personali», dice Quezada, che si occupa anche del progetto di incidenza politica dell’IBC.
Un motto scandisce le attività dell’associazione di cui fa parte e grazie alla quale ha potuto conoscere la molteplicità di espressioni spirituali e culturali del Perù: è la realtà sociale a definire l’agenda dei temi da affrontare. Dal punto di vista della teologia della liberazione, infatti, la spiritualità è un’esperienza profondamente incarnata – nel segno della pratica di Gesù di Nazareth – che presuppone il camminare insieme a coloro che vivono determinate emarginazioni, ma che sono anche organizzati e lottano per una società più giusta e più fraterna.
La crisi climatica e l’urgenza di recuperare la sovranità alimentare di fronte ai sistemi di consumo industrializzati sono alla base del progetto «Agroecología para la Buena Vida» (Agroecologia per il buon vivere) che l’IBC svolge con varie comunità di Ayacucho e Chiclayo. L’iniziativa, incentrata sulla creazione di orti scolastici e sulla gestione dei rifiuti e dell’acqua, ha incentivato una rete di apprendimento comunitario intergenerazionale e una «vocazione per il territorio». Questa stessa sensibilità verso lo scambio tra generazioni diverse ha recentemente spinto il team dell’IBC a dare voce alle preoccupazioni e alle rivendicazioni dei giovani peruviani sul proprio sito web. Farsi megafono di questo dibattito non è secondario in Perù, un Paese in cui, negli ultimi tre anni, la libertà di stampa è risultata sempre più fragile e costantemente minacciata dalla polarizzazione politica, come emerge dal dossier del 2025 di Reporter senza frontiere (RSF).
«Per la Chiesa nel suo complesso, penso che la sfida sia quella di ascoltare e accompagnare, a partire da questa esperienza di fede impegnata con le diverse generazioni», afferma Cáceres. In una società permeata da un sistema capitalista che tende a ignorare i bisogni e i diritti delle persone, sottolinea la teologa, «ascoltare rappresenta una pratica controculturale. Partire da questo ascolto attento è fondamentale: è da lì che nasce la riflessione teologica».
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