Una eremita nel traffico di Firenze

Ritrovo Julia, suor Julia. Julia Bolton Holloway. L’ultima volta che la incontrai, oramai tanti anni fa, e passai un pomeriggio con lei, gli iris erano fioriti e rendevano bellissimo il piccolo Cimitero degli Inglesi. Oggi, fine di maggio, questi fiori sono appena sfioriti. E hanno lasciato nell’aria la loro bellezza. Julia, dall’inizio di questo millennio, vive in una casetta all’ingresso di questo particolare camposanto fiorentino. Sono ventisei anni di vita vissuti in un luogo affascinante, unico, ai più sconosciuto, eppure così inconfondibile nella geografia di Firenze. E, per me importante: è a un passo da dove ho abitato per tutti gli anni della scuola; un giorno dopo l’altro ho sfiorato il suo muro esterno per andare alle elementari, e poi alle medie, e, infine, alle superiori. Il Cimitero degli Inglesi è un’isola e Julia è un’eremita. Una suora cattolica. Se non faccio conti errati, oggi ha 89 anni.
Devo spiegarvi. Il Cimitero degli Inglesi, luogo che ogni fiorentino conosce, anche se ne ignora la storia e forse mai vi è entrato, è davvero un’isola, una piccola isola di terra, grande poco meno di un ettaro, una sorta di collina spartitraffico dalla forma ovale. Quando Giuseppe Poggi, architetto e ingegnere ottocentesco, ridisegnò l’urbanistica fiorentina (allora, 1864, la città stava per diventare, in attesa di Roma, l’effimera capitale d’Italia), fece demolire le mura cinquecentesche dell’antica Firenze, e progettò, al loro posto, l’anello dei viali che oggi segna il confine del centro storico della città. Il Cimitero degli Inglesi era un terreno di proprietà della Chiesa evangelica riformata svizzera (lo è ancora): dal 1827 vi venivano sepolti i non cattolici e i non ebrei della folta comunità straniera che viveva a Firenze. Poggi non poteva prevedere che, passato qualche decennio, questa piccola collina sarebbe stata accerchiata dal traffico che oggi scorre incessante lungo i viali fiorentini. In questi mesi, poi, è l’isola è anche circondata dai lavori per la costruzione della terza linea della tranvia.
Il Cimitero è tutt’altro che un luogo di solitudine. Quando obiettai a Julia che il suo era un ben strano eremitaggio, mi rispose con un sorriso disarmante: «Gli antichi eremiti non vivevano fuori dal mondo, costruivano ceste per scambiarle e venderle…». Non le feci altre domande e mi lasciai andare alla sua accoglienza, alla sua gentilezza. Allora scrissi che Julia emozionava, metteva a proprio agio, commuoveva. Julia, suor Julia, ha avuto molte vite. Scopro solo ora che, da ragazza, assistette, come studentessa, a un evento terribile: l’esplosione di una bomba atomica nel deserto del Nevada. Quei ragazzi videro il lampo della luce, it was a thousand times brighter than the light of the day, dall’alto di una collina conosciuta come Dante’s view. Mi chiedo se fu allora che quella ragazza decise che avrebbe letto e studiato Dante.
Julia è la custode del Cimitero. Mi perdo davvero nelle sue vite. So che parla nove lingue (tra cui latino, greco, ebraico, «con diverse competenze», scrive). Dantista, mi raccontano che, ora, si è inventata una caccia al tesoro per le strade di Firenze inseguendo le tracce del più grande dei poeti. Poetessa a sua volta, innamorata di Brunetto Latini, il maestro di Dante, studiosa delle donne mistiche (la beata Giuliana di Norwich, santa Brigida di Svezia). Nata in Inghilterra, il padre lavorava al «Times of India». A 16 anni si trasferisce negli Stati Uniti. Julia è a Berkeley, letteratura comparativa e studi medioevali, vive il ’68 californiano, dove nacque la ribellione giovanile destinata a cambiare l’Occidente. Julia vive gli anni del free speech movement, il movimento che, dal 1964, cominciò a rivendicare la libertà di parola e insegnamento nei campus universitari. La sua tesi di dottorato è sulla figura del pellegrino medioevale.
Julia comincia a insegnare medioevalistica. A Princeton, in Colorado, si sposa, ha tre figli (otto nipoti, quattro bisnipoti). L’Italia, per lei, ovviamente, è terra amata. Il matrimonio finisce. Imbocca il cammino di una vita religiosa, compie i passi per essere suora. A 55 anni lascia la vita laica e sceglie la chiesa anglicana, poi il suo percorso la porta ad abbracciare il cattolicesimo. È a Firenze, va a vivere in una piccola casa, priva di riscaldamento, a Settignano, una delle più belle e meno conosciute colline fiorentine. Qui, allora, vi era la comunità di Divo Barsotti, monaco, teologo, presbitero, mistico cattolico. Professava una preveggente teologia dell’inclusione. Firenze, allora, era attraversata dal fervore e delle inquietudini del mondo cattolico, scosso e felice dalle spinte del concilio Vaticano II. Sono gli anni di Giorgio La Pira, della comunità dell’Isolotto. Vi era ecumenismo nel capoluogo toscano.
Il Cimitero degli Inglesi, allora, era in abbandono e i protestanti svizzeri offrirono a questa strana suora, nata in Inghilterra, senza un convento, di vivere nella vecchia casetta del custode del camposanto. Julia, che aveva fatto voto di povertà, trovò il luogo in cui sistemare la sua preziosa libreria. Una stanza da meraviglie, la Bibbia in ogni lingua, la mistica ebraica, letteratura anti-schiavista, la spiritualità, le storie delle donne capaci di scegliere una vita eremitica. E, soprattutto, arte, arte, arte. È la casa perfetta per Julia. Leggo che ogni domenica qui si riunisce un piccolo gruppo di persone: leggono il Vangelo, recitano i Vespri, cenano assieme.
Molti anni fa, Julia saliva alla domenica (credo che lo faccia ancora) alla Badia Fiesolana, la chiesa di padre Balducci. Qui incontrava gli emarginati, i senza fissa dimora, i ciechi, gli storpi, gli zoppi. Alla Messa della domenica conobbe Hereda, una donna rom analfabeta, che aveva appena avuto una figlia e non sapeva dove andare a dormire. Julia le offrì la sua casa. Da allora, il Cimitero degli Inglesi è diventato un rifugio per molti Rom. Senza il loro aiuto, Julia non sarebbe mai riuscita a risistemare il cimitero, a ripulirlo dalle erbacce, a restaurarne le tombe. Julia mi presentò Daniel che, qui, in mezzo ai viali fiorentini, si è costruito un lavoro di restauratore.
Nel 1877, cinquant’anni dopo la sua apertura, il Cimitero degli Inglesi chiuse. È vero, 760 inglesi sono sepolti qui, da qui il suo nome, ma questo terreno accoglie donne e uomini di sedici nazionalità diverse. In tutto vi riposano 1409 persone. Ma, in quel fine ‘800, le nuove case di Firenze erano oramai troppo vicine al cimitero. Non poteva più accogliere nuove sepolture. Qui avevano già trovato riposo Elizabeth Barret Browning, poetessa romantica inglese, amatissima da Julia. Qui è sepolta Nadezhda, schiava nubiana, portata a Firenze, appena quattordicenne, da Jean François Champollion e Ippolito Rosellini al ritorno della loro spedizione in Egitto nel 1829: Nadezhda morì libera, da ortodossa, nel 1851. Da quando lo venni a sapere, a volte, raramente, per la verità, venivo a trovare lei e Beatrice ed Edward Claude, ultimi discendenti di William Shakespeare: la loro lapide è piccola, quasi invisibile, corrosa dal tempo. Dal 1996 il Cimitero ha riaperto le porte ai defunti: è nuovamente possibile tumulare qui le ceneri di chi ha scelto di essere cremato. Eugènij Poljakov, uno dei grandi maestri del teatro Bolshoi di Mosca, è sepolto qui
Vi è un quadro celebre, dipinto da Arnold Böcklin, grande simbolista ottocentesco: raffigura l’Isola dei Morti, vi appare il Cimitero degli Inglesi con i suoi antichi cipressi e le sue tombe. Böcklin vi seppellì sua figlia Beatrice. A questo dipinto e questa collina sul confine del centro di Firenze si ispirò il compositore russo Serge Rachmaninoff per una delle sue opere più belle. Nel 2017 chiese di essere sepolto in questo cimitero anche Giovannangelo Camporeale, celebre etruscologo dalle origini pugliesi. Non so cosa pensasse, ma una ipotesi affascinante, apparsa negli ultimi anni, è che questa collina, accerchiata dal traffico, nasconda la grande tomba di una principessa etrusca.
Suor Julia ha scelto un bellissimo luogo per questa parte della sua vita.
Nella foto: suor Julia ritratta da Marco Turini.
Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»!