La via della ricchezza celeste
«L’edera, che da se stessa non può spingersi in alto, ma lo fa attaccandosi ai rami di qualche albero, sta a significare il ricco di questo mondo, il quale può elevarsi al cielo non per se stesso, ma con le elemosine elargite ai poveri, che lo sollevano a modo di braccia» (Sermoni, Domenica di Settuagesima, 16).
In un primo momento vien quasi da pensare che sant’Antonio si sia sbagliato. Sono i poveri – diremmo noi – a dover essere paragonati all’edera, poiché sono loro ad aver bisogno dei ricchi, ai quali chiedere aiuto arrampicandosi ai rami delle loro ricchezze. E invece no. Il nostro Santo ha in mente una ricchezza diversa da quella materiale e terrena e capovolge la situazione: l’albero solido è il povero, mentre l’edera che ha bisogno di sostegno è il ricco. Un paradosso!
Antonio richiama per ben tre volte l’immagine della salita: spingersi in alto; elevarsi al cielo; essere sollevati. L’obiettivo verso cui tendere ha a che fare, dunque, con la ricerca di una ricchezza che faccia salire al cielo, una ricchezza «celeste». È veramente un’inversione nel gioco delle parti! Tutti noi, infatti, vorremmo forse vivere nella ricchezza, trovarci cioè dalla parte di chi è garantito dalla sicurezza che i beni materiali sembrerebbero poter offrire. Sant’Antonio invece, per esperienza personale, sa bene che le ricchezze terrene, soprattutto se accumulate in gran quantità, molto facilmente sono frutto di ingiustizia, sfruttamento, disonestà. E sa altrettanto bene che le persone ricche cadono di frequente nella trappola dell’avarizia ingorda. Per loro la solidarietà e la condivisione diventano atteggiamenti sempre più difficili e incomprensibili. Più si è ricchi, più si alimenta una sete insaziabile di accumulare. E più si accumula, più le persone bisognose spariscono dal raggio di attenzione. Si diviene insensibili e indifferenti. E non di rado scattano i meccanismi dell’inganno e delle manipolazioni. Fino all’usura. Sì, anche l’usura Antonio conosceva bene. E quante energie ha dispiegato per combatterla con forza, per arginarne gli effetti nefasti!
Non che la ricchezza, di per sé, sia immediatamente un male. Ma se ci mettiamo nei panni del nostro Santo subito comprendiamo come in lui la ricchezza risuonasse come qualcosa di pericoloso, da cui difendersi e verso la quale essere sospettosi. Il ricco è soprattutto a rischio di perdere la gioia più grande: quella di vivere relazioni buone con gli altri, di mantenere sveglia l’attitudine ad aprirsi e a sentirsi responsabile di tutti, in particolare di chi è nel bisogno. È ricco di una ricchezza celeste chi sa donare, chi sa soccorrere, chi rimane attento e sensibile all’incontro. Da qui nasce la felice inversione delle parti. È il ricco che ha bisogno del povero, perché se il ricco condivide le proprie ricchezze con lui può gustare la bellezza di vivere nell’amore, vera «celeste» ricchezza. Facile da dire, ma quanto è difficile custodire in noi questa persuasione, crederci sul serio! Il nostro istinto ci inclinerebbe a chiuderci, magari a prezzo di condurre una vita amara e triste. Ci vuole determinazione per uscire dal guscio delle nostre avarizie. E forse ci vorranno sempre le parole di sant’Antonio e di tante altre persone sante che, come lui, non smetteranno mai di indicarci la via della ricchezza celeste.
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