Il frutteto di Damasco
Le drammatiche vicende della Siria sono lo sfondo sul quale si svolge la storia della famiglia di Mustafa, che si divide tra il passato (tra gli anni ’90 e il 2011) a Daraya, città nella periferia di Damasco, e il presente (2023-2024) a Bar Elias (Libano). Nell’intreccio narrativo, seguiamo la crescita di Aissa e Fulla, figli di Mustafa, nel contesto del regime di al-Assad, segnato da continui soprusi e limitazioni della libertà, operati dagli shabiha (milizie paramilitari informali) e dai mukhabarat (servizi segreti). In particolare, Aissa è un ragazzo intelligente, che vorrebbe uscire dagli schemi, ma è spesso punito con violenza… tuttavia, il desiderio di sapere e cambiare le cose gli fa frequentare lo sheik Abdallah e il gruppo degli shabab, che di nascosto promuovono la cultura, gli ideali della democrazia e della libertà, attraverso la creazione di una biblioteca pubblica, la proiezione di film.
Tutto però viene progressivamente ostacolato e represso… ma non c’è altra via che tentare di cambiare la società dal basso, attraverso la protesta silenziosa e poi con la parola, senza usare la violenza. Questo, però, è violentemente represso, e così anche le relazioni vengono calpestate, come l’amore tra Fulla e Majed, tra Aissa e Zeinab e le loro vite sono uccise o distrutte. Le vicende si accavallano con quelle del presente, in cui troviamo Fulla alle prese con la figlia Nermine, che vorrebbe sapere di più sulla sua famiglia, perché troppo le è tenuto nascosto, soprattutto sul padre… che si scopre essere vivo, appena uscito dalla prigione. Il conflitto adolescenziale con la madre si acuisce, fino a comprendere che la causa della violenza, del silenzio, del male è il regime spietato in cui sono cresciuti.
Un romanzo duro, che non risparmia gli orrori perpetrati dal regime, un potere che «ha trasformato i cittadini in mostri», rendendoli capaci di una disumanità atroce. Eppure c’è un luogo di speranza: il frutteto di Damasco (così viene chiamata la pianura agricola della Ghouta, a est della capitale), dove Mustafa coltiva viti, mele e altre piante. È un rifugio, un posto dove poter uscire dalla quotidianità opprimente… che verrà abbandonato con il massacro di Daraya, ma poi ripreso come occasione e simbolo di una rinascita possibile, quella che parte dall’educazione e dalla cura per le nuove generazioni.
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