Cent’anni di Giornate Missionarie
A cent’anni dalla sua istituzione, la Giornata Missionaria Mondiale (GMM) conserva intatta la sua forza. Non invita semplicemente a ricordare ciò che è stato, ma a interrogarci su ciò che siamo oggi. Per un secolo, generazioni di missionarie e missionari hanno lasciato la propria terra, attraversato confini, imparato lingue, conosciuto culture diverse e condiviso la vita di altri popoli per testimoniare il Vangelo. Fare memoria di questa storia significa allora raccoglierne l’eredità e domandarsi se le nostre Chiese conservino ancora lo stesso slancio. Perché la missione non è una pagina gloriosa consegnata al passato, ma una questione che riguarda il presente e il futuro della Chiesa. È nella capacità di uscire da sé, di incontrare l’altro e di portare il Vangelo oltre i propri confini che si misura, ancora oggi, la sua vitalità e la sua fedeltà al mandato di Cristo. Questa ricorrenza, allora, deve essere anzitutto una giornata di preghiera perché il Signore continui a suscitare vocazioni per la missio ad gentes. La posta in gioco è alta. Una Chiesa ripiegata entro le proprie mura può forse amministrare l’esistente, ma rischia di smarrire la forza profetica del Vangelo. Evangelizzare significa invece andare incontro, farsi prossimi, abitare le periferie geografiche ed esistenziali, facendo proprie le domande di giustizia, pace, dignità e fraternità che attraversano la storia degli uomini e dei popoli.
Il tema scelto da papa Leone XIV per la GMM 2026, «Uno in Cristo, uniti nella missione», che si celebra domenica 18 ottobre, richiama con forza il legame inscindibile tra comunione e annuncio. La comunione non è un rifugio rassicurante, né un semplice esercizio di armonia interna alle comunità cristiane. È la condizione perché il Vangelo sia credibile agli occhi del mondo. L’unità dei discepoli, come ricorda il Papa, è infatti ordinata alla missione. Una comunità capace di fraternità, solidarietà e condivisione rende visibile nella storia la novità di Cristo e testimonia che un altro modo di vivere le relazioni umane è possibile.
Vi è poi una dimensione altrettanto essenziale: quella della solidarietà concreta. Le offerte raccolte in occasione della GMM non sono beneficenza concessa dall’alto, né quella «carità pelosa» che finisce per umiliare chi riceve e tranquillizzare la coscienza di chi dona. Sono piuttosto un gesto di giustizia, corresponsabilità e comunione tra Chiese sorelle. Dicono che nessuna comunità cristiana è autosufficiente e che i beni ricevuti acquistano un significato autenticamente evangelico quando vengono condivisi. La missione, in questa prospettiva, non è un movimento a senso unico da chi possiede verso chi manca di qualcosa. È uno scambio di doni, nel quale ogni Chiesa riceve mentre dona e si arricchisce proprio aprendosi all’altra. La missione, infatti, non impoverisce chi dona, ma lo rigenera. San Giovanni Paolo II lo espresse con parole divenute programmatiche: «La fede si rafforza donandola». È forse questa una delle verità più preziose che il centenario consegna alle nostre comunità. Una Chiesa vive davvero quando non trattiene Cristo per sé, quando non si limita a custodire strutture e consuetudini, ma accetta il rischio evangelico dell’uscita, dell’incontro e della condivisione.
Celebrare i cent’anni della GMM significa allora domandarsi non solo quale eredità abbiamo ricevuto, ma quanto siamo ancora disposti a partire, a condividere e a testimoniare. Perché la missione non appartiene ai ricordi della Chiesa, ma alla sua identità e al suo futuro. Per questo il centenario deve diventare un nuovo inizio, un invito a ritrovare il coraggio di prendere il largo e di lasciarsi sorprendere dallo Spirito.
Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»!