Gregge

Il Signore non vuole che rimaniamo spiritualmente fermi. Egli cammina sempre davanti alle pecore, non è immobile; dà la vita per loro, non sfrutta il gregge ma lo cura per condurlo all’ovile del Padre.
15 Ottobre 2026 | di

Di solito, noi abbiamo l’immagine del gregge come di qualcosa di placido e tranquillo, che rimane a brucare su un praticello. Ho visto passare un gregge: il pastore davanti e dietro tutte le pecore che trottavano velocemente; anche le zoppe riuscivano a correre, trascinate da quelle sane e gli agnellini, un po’ indietro, erano sospinti dalle pecore più grandi. Il gregge non sta fermo a lungo: si muove quotidianamente per pascolare, con i pastori che guidano gli animali in diverse zone per ottimizzare l’alimentazione. 

Mi colpisce che nella Scrittura il gregge sia utilizzato per rappresentare il popolo di Dio, che segue il suo Pastore. Il Salmo 23 canta: «Il Signore è il mio pastore» È una preghiera di fiducia in cui il salmista contempla l’agire di Dio nella sua vita con due immagini efficaci: un pastore che custodisce il suo gregge e un ospite che offre un banchetto. Il credente sa di essere custodito e guidato dal suo Signore; sa di trovare rifugio e sicurezza, cibo e calore nell’amore del suo Creatore: per questo non teme le valli oscure delle prove o l’assalto dei nemici, del tentatore che vuole rapirlo dal suo Dio.

Nel vangelo di Giovanni (Gv 10), Gesù si presenta come il pastore vero delle pecore, la guida legittima del suo gregge, che entra dalla porta e non si arrampica lungo il muro. Egli chiama le sue pecore per nome, conosce ciascuna come se fosse l’unica. Il nome equivale all’essere. Ogni pecora viene chiamata individualmente e questo appello segna l’appartenenza al pastore che conduce fuori le pecore. Il verbo che esprime questo è ekballein, gettare fuori, un verbo troppo forte per l’azione di un pastore. La lettura simbolica suggerisce che Gesù sospinga i suoi fuori dal giudaismo e operi un nuovo Esodo, ma potremmo anche dire che il Signore non vuole che rimaniamo spiritualmente fermi. Egli cammina sempre davanti alle pecore, non è immobile; dà la vita per loro, non sfrutta il gregge ma lo cura per condurlo all’ovile del Padre. Per questo chiede a noi di seguirlo su quella stessa via: dare la vita. Noi pensiamo che questo sia riservato ai consacrati, ai santi o ai martiri. Invece, dare la nostra vita con Cristo significa unirsi a Lui in tutto quello che viviamo, mettere la nostra vita nella sua, in qualunque situazione ci troviamo: sani, malati, giovani, vecchi. È così che sperimentiamo di avere la vita in abbondanza (Gv 10,10) promessa da Cristo, anche quando tutto sembra negarla.

Sequela

Seguirti / è vederti di spalle / e carpire al ricordo / lo sguardo, l’appello, / il cenno inconsueto / 
che permise alla notte / di trovare il giorno / 
sui passi suoi ciechi.
Seguirti / è scovare le orme, / 
disegnarle sulle mani, / nell’odore bagnato / 
della pioggia improvvisa, / che minaccia l’oblio / del sentiero tracciato.
Seguirti è lasciarci seguire / e sollevare / 
e portare, / quando, afferrando i Tuoi segni, / ancora crediamo / d’esser noi a salire, / 
mentre sei Tu / che vieni a rialzare!

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Data di aggiornamento: 15 Ottobre 2026

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