Caro amico, ti scrivo

Vorrei conoscere Giulia. Deve avere 17 anni. Frequenta un liceo fiorentino. Ha scritto una lettera a Maria. Ha scritto una lettera nel 2026! A una donna anziana. Non ha mandato una mail o un whatsapp, ha preso un foglio di quaderno, una penna, e ha seguito le linee dritte. «L’idea che due persone possano incontrarsi attraverso le parole scritte mi è sempre sembrata affascinante» spiega Giulia. La ragazza ha curiosità, vuole che Maria risponda alla sua lettera, le chiede di raccontare: «Un ricordo che custodisce, una persona che ha lasciato un segno nella sua vita oppure un momento che le trasmette ancora calore». I bambini e i ragazzi, a volte, fanno domande che mettono in moto qualche luogo dimenticato del proprio corpo e della propria anima. In qualche modo credo che anche gli anziani possano fare domande che imbarazzano, capaci di emozionare.
Giulia e Maria non sono sole a scambiarsi lettere. Al Consorzio Zenit, un gruppo no-profit che si occupa di sociale, vicino alla Chiesa fiorentina, mi raccontano che, lo scorso anno, trecento ragazzi delle scuole elementari hanno scritto almeno tre lettere ad altrettanti anziani. E hanno ricevuto risposte. Vorrei trovare un’altra parola, ma non mi viene in mente altro: questo è un prezioso scambio intergenerazionale. E ora, nelle prossime settimane, tocca ai ragazzi delle scuole superiori scrivere, a mano, su carta, a chi ha almeno mezzo secolo più di loro. E viceversa.
Valentina Blandi, 37 anni, direttrice del Consorzio Zenit, ha un sorriso disarmante e gioioso. Eppure, credo, vive in mezzo alle difficoltà di gestire realtà complesse, ma queste lettere le regalano piccole felicità, commozione. Ne racconta con occhi che luccicano: «Era Natale del 2024 e mi venne in mente di chiedere alla maestra di mio figlio se fosse possibile avviare uno scambio di lettere tra i suoi alunni e gli anziani delle nostre Rsa. Andò bene. E così mi decisi a proporre di rendere più ampie queste corrispondenze». Ascoltate le parole di Valentina: «Vogliamo far incontrare la meglio gioventù con gli anziani, dare la possibilità a questi ultimi di conoscere un pensiero vivace». E, aggiungo, sorprendere i ragazzi: potevano immaginare di poter scrivere a chi ha decenni più di loro? E una donna di 80 anni poteva pensare di voler scrivere a una ragazza del liceo?
Sovrappongo a Valentina la voce di Mattia, un ragazzo anche lui diciassettenne, con i capelli ricci, brizzolati di una tinta bionda: «Mi è subito sembrata un’idea molto carina quella di poter conversare a distanza con persone che hanno camminato su questa terra prima di noi». E ancora: «Noi ragazzi di questa generazione non abbiamo occasione di scrivere lettere e di poterle consegnare a mano». Posso azzardare? Brividi leggeri nell’ascoltare queste parole.
Confondo le lettere. Quelle scritte dagli anziani e quelle scritte dai bambini/ragazzi. Maria risponde davvero a Giulia. Quasi si scusa: «Mi dispiace che tu abbia trovato una persona di altri tempi. Non so se riuscirò a farmi comprendere». Non dice la sua età, ma rivela la sua data di nascita: 1938. 88 anni. È stata infermiera di sala operatoria. Eppure, leggo, era andata a scuola solo fino alla terza media. E per raggiungere quella scuola ogni giorno percorreva tre chilometri a piedi: «Strada facendo incontravo altri bambini e poi adolescenti. Formavamo un bel gruppo. La mia fanciullezza e poi adolescenza è stata bellissima». La nipote di Maria è «dottoressa nucleare». Cosa ha provato Giulia quando ha letto la risposta di Maria?
Un’altra lettera. Non so quanti anni abbia Franca, ma so che ha incoraggiato Alice a non lasciarsi intimidire dal bullismo. Le scrive: «Sei perfetta così come sei».
Silvana ha 69 anni. Medico. Figlia del ’68 italiano. In gioventù faceva parte di un gruppo parrocchiale. «Parlavamo di fede, relazioni, sessualità». «Volevamo diventare grandi migliorando il mondo attorno a noi anche contrapponendoci ai genitori o agli adulti che ritenevamo troppo rigidi o poco disposti ad ascoltarci».
Marina ha 17 anni. I suoi genitori sono separati, lei vive con il padre e la sua compagna. La madre vive in un’altra città, assieme al fratello maggiore. «Amo l’amore – scrive Marina –. In tutte le sue forme, anche se non ho mai avuto un ragazzo e questo, glielo confesso, un po’ mi fa soffrire».
E poi leggo – mi sento un intruso – Giacomo. È mio coetaneo, 72 anni. Questa volta sono io a pensare ai bivi della vita. Giacomo è in pensione, ma avrebbe continuato volentieri a lavorare. Non è stato possibile, fermato da un infarto. «Vivo da solo» risponde ai 17 anni di Luca. «Vivo da solo – ripete –, d’altronde ho sempre vissuto così fin dall’età di tre giorni». Giacomo aveva un gemello, erano figli di una famiglia «non agiata» delle valli del Casentino, montagna appenninica toscana. I genitori non potevano sfamare entrambi i bambini e così affidarono «il più cicciottello» agli zii, mezzadri in un altro podere. Giacomo visse con loro fino a 18 anni. Poi lasciò la sua famiglia adottiva e andò a Firenze. Non so niente della sua vita, ma ora si è iscritto a un corso dell’Età Libera, organizzato dal Comune. Lezioni che raccontano la «musica fiorentina».
Posso immaginare questi uomini e donne, con più di 70 anni, seduti ad ascoltare in una grande stanza la voce di Narciso Parigi. Giacomo guarda con adorazione la sua insegnante. «Non ho figli – scrive Renato a Luca – esempio questo da non seguire». Vorrei dirgli: «Scrivi di più Renato». Ma mi sento inopportuno. Non so se il ragazzo diciassettenne riuscirà a mitigare la malinconia irrimediabile del vecchio. Scopro che, per tutto questo post, ho cercato di evitare questa parola. E non solo perché è un mio coetaneo.
Non so dove questo «scambio intergenerazionale» possa condurre e come possa entrare nell’anima di bambini, ragazzi e anziani. So che è una piccola storia preziosa.
La scorsa primavera, le lettere tra i bambini delle elementari furono lette in un incontro «solenne» in Palazzo Vecchio, centro della vita pubblica fiorentina. Erano presenti il vescovo, l’iman e il rabbino, rappresentanti di tre delle religioni presenti a Firenze. La prossima primavera sarà la volta di leggere le parole che ragazzi e vecchi si sono scambiati e si scambieranno in questi mesi. E spero che accada in una giornata di sole. Mattia invita il suo «amico» di penna, Mario (lo riconosco Mario, so chi è, ha 70 anni), a leggere la sua lettera «quando la giornata è ancora giovane ed il clima è mite». Vorrei ricevere anche io una lettera, Mattia: prometto di leggerla in giardino, seduto su una panchina in ore di primavera.
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