Compassione che disseta

«L’uomo irrìga l’orto per ricavarne i frutti. Irrìga anche tu il cuore del povero miserabile con l’elemosina, che è detta l’acqua di Dio, per riceverne il frutto nella vita eterna. Il tuo cielo sia il povero...» (Sermoni, Mercoledì delle Ceneri, 6).
20 Marzo 2026 | di

«L’uomo irrìga l’orto per ricavarne i frutti. Irrìga anche tu il cuore del povero miserabile con l’elemosina, che è detta l’acqua di Dio, per riceverne il frutto nella vita eterna. Il tuo cielo sia il povero: in lui riponi il tuo tesoro, affinché in lui sia sempre il tuo cuore» (Sermoni, Mercoledì delle Ceneri,6).

C’è poco da girarci intorno. Ci s’imbatte talvolta in raccomandazioni che disarmano, che non ammettono repliche e mal sopportano tentativi di «addomesticamento». Se vogliamo essere onesti, occorre prendere queste parole per come sono; e lasciarsene scavare. 

Sant’Antonio di sicuro non manca di provocarci. Potremmo accogliere la sua efficace battuta – «il tuo cielo sia il povero» – innanzitutto trasformandola in domanda per noi. Che cosa pensi che sia il cielo? Un luogo? Uno spazio immaginario? Oppure un’immagine vagamente evocativa? Quale che sia la nostra risposta, «cielo» – nelle parole di Antonio – vale per qualcosa di vitale e desiderabile, punto focale dell’esistenza, qualcosa da non lasciarsi sfuggire. 

Il nostro Santo, in effetti, evoca il cielo per dire della «vita eterna»; altra espressione che ci interroga. «Vita eterna» non è l’«oltre» dopo la morte, soltanto. È il «qui e ora», l’oggi che ci è dato per vivere all’altezza dei nostri desideri più grandi, il tempo presente accolto e reso fecondo fidandoci di quanto il cuore ci promette: nulla di ciò che doniamo andrà mai perduto e ogni bene da noi seminato è custodito per sempre. La vita eterna inizia oggi, ora. Dipende anche da noi, da quanto diamo ascolto al nostro bisogno di essere persone feconde. Bisogno santo, umanissimo. 

La via ci è suggerita: orientare verso il povero la nostra dedizione. Povero è colui che da solo non ce la fa. È il bisognoso di cura che rischia di venir meno a causa delle più diverse indigenze. È chi si ritrova in bilico sull’orlo dei tanti abissi di buio che rendono temibile la realtà in cui viviamo. In tal senso, poveri possiamo esserlo tutti noi. Ma è indubitabile che il peso della miseria grava maggiormente su chi è vittima di ingiustizia, di esclusione, violenza e sfruttamento. Quando incroci il cammino di chi sta così male, non puoi rimanere fermo. Ti si apre la possibilità di mettere al sicuro il tesoro della tua vita sentendoti responsabile di chi hai davanti. 

L’invito è di irrigare il cuore del povero con l’«elemosina»; parola antica che non significa, come noi la intendiamo oggi, «dare due soldini». Chiama in causa l’elemosina, l’attitudine a essere misericordiosi, traboccanti di pietà, compassionevoli. Insomma: una cosa enorme. Non per niente Antonio la chiama l’«acqua di Dio». Fa elemosina chi si lascia destabilizzare, perché dal suo cuore trabocca l’impeto che muove allo sbilanciamento in favore di altri. Si è fecondi in questo modo. Non è scontato che accada. C’è sempre la possibilità di rimanere indifferenti e inamovibili. Sterili. 

La compassione che irriga i campi delle nostre vite rendendole eterne va imparata e pra­ticata negli umilissimi solchi della nostra quotidianità. Non è fatica arida, è stile che ci insegna il gusto per l’eterno già su questa terra. Compassione e prossimità responsabile: è la lingua umana più bella, che travalica ogni tempo, ogni cultura, ogni espressione di fede; è lingua che ci unisce e che tutti siamo in grado d’intendere all’unisono.

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Data di aggiornamento: 20 Marzo 2026
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