Danza come relazione

C’è una danza che può creare connessioni, abbattendo le barriere tra artista e pubblico. Come quella di Virgilio Sieni, tra i più importanti coreografi nella scena contemporanea.
26 Maggio 2026 | di

Donne e uomini comuni, di ogni età e struttura fisica, che danzano seguendo tracciati invisibili, lasciandosi guidare dal tocco di altri danzatori e danzatrici, in un mirabile miscuglio di persone vedenti e non vedenti, che si affidano le une alle altre abitando lo spazio in un modo nuovo, frutto di relazioni buone e belle. È questa la danza di Virgilio Sieni, uno dei più importanti coreografi italiani della scena contemporanea, la cui ricerca artistica unisce in un linguaggio profondamente originale danza, filosofia e arti visive. Nato a Firenze, Sieni ha al suo attivo numerosissime esperienze che spaziano dalla collaborazione con istituzioni teatrali e museali (una su tutte: ha diretto per quattro anni la Biennale Danza di Venezia), fino a progetti partecipativi che coinvolgono cittadini di ogni età, non solo danzatori professionisti, e anche persone con disabilità. La sua idea di danza si basa essenzialmente sull’idea di comunità: la danza, per Sieni, è infatti un mezzo per creare connessioni tra persone, abbattendo le barriere tra artista e pubblico, esplorando il gesto come forma di conoscenza e condivisione.

Msa. Maestro, che cos’è per lei la danza?

Sieni. La danza è per me la possibilità di rimescolare le nostre certezze. È, in un certo senso, un equilibratore della vita, che si inserisce in quegli schemi fissi che tutti noi abbiamo bisogno di crearci e di ripetere e, pur utilizzando più o meno lo stesso linguaggio e gli stessi gesti, li organizza però in maniera diversa. Ed è proprio questo che fa sì che la danza crei in noi continue aperture, continue domande, crei un corpo più aperto. La danza, perciò, per me è essenzialmente una forma di apertura, di incontro con l’altro, è la capacità di renderci inaspettati, potrei dire rivoluzionari, perché, scardinando i nostri schemi, ci permette di vedere l’altro lato delle cose.

Questa visione comporta un’apertura anche alle persone comuni, che non danzano di professione e che lei, invece, spesso coinvolge nei suoi workshop e nei suoi spettacoli… Ma come può, chi non l’ha mai fatto prima, pensare di ballare? 

Infatti non ci dovrebbe pensare, dovrebbe semplicemente avere fiducia in se stesso e danzare. Semmai dovrebbe pensare che in fondo lo ha fatto da sempre, fin dal ventre materno, quando danzava nel liquido amniotico... Quello che mi ha affascinato sin dall’inizio del mio percorso è esattamente questo: comprendere come ogni individuo, ogni persona, porti con sé un’infinità di potenzialità, di diversità di lingue e di linguaggi, ed è con questa diversità che ho voluto entrare in contatto quotidianamente. Poi, certo, è bello anche studiare le tecniche, perché ti mette di fronte a cose che non sai, ma ancor più bello è avvicinarsi a cittadine e cittadini – a me piace chiamarli così – che non hanno mai frequentato la danza, ma portano comunque in sé un patrimonio inestimabile di unicità e diversità meravigliose, piccoli tic, inciampi, balbettii di gesti, smemoratezze, tutti elementi che paiono negativi e che invece in un attimo si rovesciano e diventano una cosa estremamente positiva. Ogni difetto può diventare un’opportunità. Io incontro migliaia di persone e il 99% di esse dice di non sapere andare a ritmo, di non saper usare il gesto, non saper memorizzare una consequenzialità di movimenti... bene, dopo un paio di incontri quasi tutti riescono a dirsi: «Forse lo posso fare». Bisogna dare fiducia al corpo e allora anche i nostri pregiudizi si rovesciano in un attimo.

Presso il Centro Nazionale di Produzione della Danza «Cango», a Firenze, da lei diretto, ha fondato la compagnia Damasco Corner, composta da persone vedenti, ipovedenti e non vedenti. Come può una persona danzare, muovendosi in uno spazio che non vede? 

Per noi, che in genere siamo abituati a osservare la danza, essa ha una dimensione soprattutto visiva. Invece, se ci pensiamo bene, la danza è essenzialmente una questione di tatto, per cui il non vedente, nel quale la sensibilità tattile e uditiva è estremamente accentuata, riesce a danzare benissimo. Mi sono avvicinato al mondo delle persone non vedenti parecchi anni fa, con un ragazzo che all’epoca aveva una trentina d’anni, era cieco da poco e non sapeva niente di danza, faceva il centralinista. Ho iniziato con lui, Giuseppe Comuniello, che da allora (e sono passati 17 anni) non ha mai smesso di approfondire la sua opera, diventando oggi un danzatore molto richiesto in tutta Europa, perché ci sono tanti progetti legati all’esperienza con la disabilità. Giuseppe mi ha insegnato tantissime cose, a cominciare da pratiche che abbiamo elaborato insieme. Per esempio: come può un non vedente «vedere» uno spettacolo? Grazie a Giuseppe, ho cominciato a preparare dei danzatori che, muovendosi in coppia con un non vedente, gli mostrano lo spettacolo, ripercorrendo quello che sta accadendo in scena. È un’esperienza straordinaria, in cui le diversità entrano in dialogo. Capita, infatti, che in alcuni movimenti che hanno a che fare con la compassione, il non vedente improvvisamente si metta a ridere, oppure, viceversa, che in movimenti ironici si commuova. Inoltre, il lavoro con i non vedenti ha aperto delle strade estremamente importanti, come per esempio una serie di ricerche che abbiamo elaborato proprio su un concetto di corpo tattile, un corpo che tange l’aria e che riesce a farsi sentire anche prima di toccare il corpo dell’altro. Poi abbiamo imparato come canalizzare il gesto, con delicatezza e rispetto, per cui se devo muovere un braccio a una persona non vado direttamente a prendergli il polso, ma gli striscio la mano dalla spalla attraverso il gomito e poi nel polso vado ad attivare in lei un meccanismo di accoglienza. Il rapporto con i non vedenti ci ha permesso di approfondire anche la prossimità e la vicinanza, modalità che possono risvegliare nelle persone un nuovo sentire che a sua volta apre a un concetto di inclusione più ampio e più rispettoso. 

A Firenze, per i cent’anni della Stamperia Braille della regione Toscana, ha avviato una ricca serie di iniziative. Ce ne può parlare?

In questo bel progetto fatto con la Regione Toscana, siamo andati «ad abitare» proprio sopra la stamperia Braille, in un teatrino costruito nell’ex istituto per ciechi, che ha delle grandi vetrate. Questa è la prima particolarità, stupenda: siamo infatti in un teatro in cui entra la luce da fuori, non è oscurato come di solito accade ai teatri. Tutto il lavoro è stato fatto nella platea, dopo aver tolto le poltrone, dando vita a un primo evento straordinario (La Democrazia del corpo), nel quale sette non vedenti con i loro cani guida, insieme a due danzatori, scendono una scalinata. Si tratta di un evento rallentato, che indaga il tema della relazione, perché mostra come persone che non vedono possono affrontare gli ostacoli se messe insieme, creando forme di alleanza. Un altro evento che mi sta particolarmente a cuore è la Deposizione al buio e in luce, una performance artistica in collaborazione con Giuseppe Comuniello, nella quale abbiamo ricreato una sorta di bottega manierista, con tanti piccoli sostegni di legno dove Giuseppe «si depone» da solo, ispirandosi a 25 deposizioni della pittura italiana dal ’400 al ’600. O, ancora, Filastrocche Braille, cinque racconti nei quali si sviluppano degli incontri tra esseri umani vedenti e animali non vedenti, dove però gli animali sono danzatori bendati (che quindi non vedono) e le persone sono in realtà danzatori non vedenti: una situazione rovesciata, anche molto divertente. E, infine, abbiamo ripreso Danza cieca, un lavoro del 2019, nato in occasione di Matera Capitale della Cultura, che faccio io stesso con Giuseppe Comuniello, e che è diventato il nostro manifesto sulla tattilità. 

Quali saranno i prossimi progetti? 

Quello che sto affrontando adesso è un lavoro al Museo San Marco: Equilibrium. Io adoro lavorare nei musei e soprattutto abitarli, anche al di là della performance. Si tratta di un lavoro declinato sulle opere del Beato Angelico che lì ha dipinto delle celle bellissime. L’altro lavoro importante è sempre in maggio, a Gibellina (TP), che quest’anno è Capitale italiana dell’Arte Contemporanea. Qui lavorerò con otto comunità del Belice, vale a dire con circa 200 cittadini. Andremo a ricercare, insieme, alcune macerie del terremoto del Belice e con esse proveremo a ricostruire, attraverso dei movimenti coreografici, una grande colonna vertebrale di 50 metri, cercando di restituire a quelle stesse macerie un futuro.

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Data di aggiornamento: 26 Maggio 2026

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