Gentilezza, virtù dei forti

Indaghiamo, con l’aiuto di alcuni esperti, il tema della gentilezza, valore che ci chiede ogni giorno di orientare relazioni, decisioni e linguaggi verso il rispetto, l’ascolto e la costruzione di comunità più giuste e più umane.
13 Aprile 2026 | di

Tutti gli anni, nella scintillante Sala d’Oro del Musikverein di Vienna, il famoso concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker si conclude con gli auguri in mondovisione del direttore e dell’orchestra: «Prosit Neujahr!». Un auspicio, una parola di fiducia, un brindisi frizzante. Ma il 1° gennaio di quest’anno, il maestro Yannick Nézet-Séguin ha voluto aggiungere un pensiero speciale rivolto a un pianeta ferito dalle guerre e bisognoso di pace: ha augurato a tutti «Kindness in our hearts», gentilezza nei cuori. Può sembrare incredibile, eppure la gentilezza, che è stata a lungo un valore accolto e condiviso, quasi «naturale», oggi invece viene spesso dimenticata, se non addirittura disprezzata: «La gentilezza è diventata un piacere proibito», hanno scritto lo psicanalista Adam Phillips e la storica Barbara Taylor nel loro saggio On kindness (tradotto in italiano come Elogio della gentilezza e pubblicato da Ponte alle Grazie). Talvolta la gentilezza è percepita come un segno di debolezza «e la maggior parte degli esseri umani pensa che la gentilezza sia un’espressione dei perdenti», dicono i due esperti: per questo si è sviluppato un timore della gentilezza «e le persone si rifiutano di fare gesti scontati di benevolenza». 

«La gentilezza è una virtù spesso sottovalutata nella società moderna, eppure ha un ruolo fondamentale nel favorire la convivenza pacifica e il benessere psicologico delle persone», conferma Guido Stratta, autore di Elogio della gentilezza. Origini e futuro (Franco Angeli editore) e fondatore dell’Accademia della gentilezza. In un’epoca di individualismo sfrenato, la capacità di aprirsi agli altri e di percepirne le necessità può essere quasi un atto rivoluzionario: «La gentilezza non è solo una qualità personale, è un cammino, un metodo di mitezza», ha sottolineato anche l’avvocata Laura Mattarella, figlia del presidente della Repubblica, in un’intervista al mensile «Vogue Italia». 

Ben oltre la cortesia

Quando parliamo di gentilezza, ci viene spontaneo pensare a un’ampia serie di sentimenti: la solidarietà, la generosità, l’altruismo, la compassione, la pietà, l’empatia, tutto quello che già in tempi antichi andava sotto il nome di philantropia, dunque «amore per l’umanità», o di caritas, «amore per il prossimo». Gentilezza non è soltanto cortesia, buone maniere, educazione o diplomazia, «ma è molto di più – fa notare Stratta –. È la cura e il riconoscimento dell’altro, è un sincero interesse verso di lui, è la capacità di comprendere che i talenti altrui non schiacciano i nostri». Insomma, la gentilezza è soprattutto apertura. «Non parliamo qui della cortesia, delle formalità, del bon ton che spesso sono soltanto apparenti, ma di un modo di rapportarsi a quel che avviene e agli altri – ha detto ancora Laura Mattarella –. Significa spiegare e ascoltare, sviluppare confronto e rispetto, non assumere il proprio punto di vista come l’unico approdo possibile». 

Certo, avere la capacità di condividere «e di mettersi nei panni degli altri può essere anche scomodo e può farci perfino sentire a disagio – hanno ricordato Phillips e Taylor –. Ma tra tutte le possibili forme di piacere, quella della gentilezza è la più soddisfacente». Lo sentenziava già Marco Aurelio, imperatore e filosofo: «La gentilezza è la delizia più grande dell’umanità».

Questione di relazioni

Ma perché abbiamo smarrito il valore della gentilezza? Come è stato possibile? Secondo gli autori di Elogio della gentilezza, la società occidentale moderna «mette l’indipendenza al di sopra di tutto. Avere bisogno degli altri è considerato una debolezza. Solo ai bambini, ai malati e alle persone anziane è permessa la dipendenza: per tutti gli altri, le virtù cardinali sono l’autosufficienza e l’autonomia». L’individualismo è presente a tutti i livelli: nel lavoro, nelle relazioni, nelle dinamiche sociali lo spirito di «competizione egoista» prevale sulla «cooperazione fraterna» che invece aiuta a crescere e a migliorare (come abbiamo approfondito nel numero di gennaio del «Messaggero di sant’Antonio»). Oggi purtroppo nei gruppi sociali, nelle aziende come in politica, prevalgono spesso modelli aggressivi di comando e di controllo: «Ci si occupa semplicemente del “cosa” si debba ottenere, senza pensare al “come” lo si possa o lo si debba fare – spiega Stratta –. Proprio qui emerge l’importanza della gentilezza. Chi rispetta le relazioni riesce a perseguire obiettivi più nobili e può entrare in mondi che altrimenti non lo accetterebbero per la sua arroganza. La gentilezza non è solo una forma “etica” ma anche un passepartout per aprire nuove relazioni: chi si farebbe trattar male da uno sconosciuto?».

Gentilezza è anche riconoscere l’importanza di chi di solito resta lontano dalle luci della ribalta: «Spesso emergono soltanto modelli di vita negativi, aggressivi o cinici, ma la società è piena anche di angeli invisibili che non hanno palcoscenico – interviene Guido Stratta –. Le faccio un esempio. Quando viene effettuato un importante intervento chirurgico, magari lungo e delicato, giustamente conquista l’onore delle cronache l’équipe medica, il primario, l’anestesista: ma quanti ricordano che, se la sala operatoria è perfettamente asettica e disinfettata, è merito anche della signora che si è occupata delle pulizie alle 4 di mattina? Accorgersi di cose piccole che fanno tanto è un atto di gentilezza».

La gentilezza ha un forte significato anche politico. Lo ha ben sottolineato Gianrico Carofiglio, ex magistrato e senatore, nel suo saggio Della gentilezza e del coraggio (Feltrinelli), prendendo spunto da un principio fondamentale del jujutsu e delle arti marziali: «Se l’aggressore ti spinge, tu cedi, ruoti e gli fai perdere l’equilibrio; se l’aggressore ti tira, tu spingi e, allo stesso modo, gli fai perdere l’equilibrio. Non vi è esercizio di violenza non necessaria. Questo stesso principio di cedevolezza può essere applicato agevolmente all’ambito del confronto dialettico». Dunque la gentilezza, come antitesi alla durezza, diventa un metodo per la gestione dei conflitti: «Non significa sottrarsi al conflitto – aggiunge Carofiglio –. Al contrario, significa accettarlo, ricondurlo a regole, renderlo un mezzo di possibile progresso e non un evento di distruzione». Con questo approccio – prosegue –, la gentilezza serve anche «a disinnescare le semplificazioni che portano all’autoritarismo e alla violenza. I populismi e i fascismi vivono dell’elementare, micidiale logica che divide il mondo in amici e nemici». 

Curare oltre che seminare

Il 13 novembre di ogni anno è la Giornata mondiale della gentilezza: proprio in quella data, nel 1997, a Tokyo iniziò la conferenza del World Kindness Movement che portò alla firma della Dichiarazione della gentilezza. «Vive ciò che curiamo, non solo ciò che seminiamo», è il motivo conduttore del Decalogo della gentilezza di cui si è fatto promotore il Mig (Movimento italiano per la gentilezza). Sono dieci consigli utili da applicare nella pratica quotidiana: «Primo: Sorridi, comunica gioia e restituisci umanità. Secondo: Porgi la mano, la stretta sia forza per chi entra in contatto con te. Terzo: Impara ad ascoltare, ognuno porta con sé il proprio vissuto...». Proprio l’ascolto è un elemento fondamentale della gentilezza, soprattutto in politica, «un esercizio dall’apparenza semplice, ma in realtà di straordinaria difficoltà – rimarca Gianrico Carofiglio –. La stragrande maggioranza delle persone non è capace di ascoltare perché non ne ha il coraggio. Ascoltare davvero è pericoloso: richiede di uscire dalla trappola dell’ego che ci suggerisce di procedere in base a schemi prefabbricati». 

Lo scorso novembre il Mig ha presentato al Parlamento una proposta di legge che mira al riconoscimento della gentilezza come nuovo indicatore di benessere sociale: andrebbe così ad aggiungersi a quelli già contemplati, i cosiddetti «Bes». «La gentilezza non appartiene alla sfera del privato, ma al campo della responsabilità pubblica e collettiva – ha detto Natalia Re, presidente del Movimento per la gentilezza –. Significa scegliere ogni giorno di orientare le relazioni, le decisioni e i linguaggi verso il rispetto, l’ascolto e la costruzione di comunità più giuste. È un dovere civico, prima ancora che un valore morale». Già alcuni Paesi del mondo si sono dotati di un Kindness Act: «Il Giappone ha leggi che promuovono il rispetto reciproco e l’inclusione culturale – ha proseguito Natalia Re –, il Canada già nel 1988 ha varato il Multiculturalism Act, una legge federale che promuove la multiculturalita? come un valore fondamentale. In Bhutan è stata introdotta la Felicità Interna Lorda (Gnh), una misura di benessere adottata per guidare le politiche pubbliche». 

La gentilezza si impara

«Praticate la gentilezza tutto il giorno verso tutti e vi renderete conto di essere già in paradiso ora», disse Jack Kerouac, scrittore simbolo della Beat generation. Ma gentili si nasce o si diventa? «Certo, la genetica aiuta. Ma è pur vero che non tutti gli appassionati di tennis sono Jannik Sinner e non tutti sanno subito fare un rovescio, dunque ci si può allenare anche alla gentilezza – sorride Stratta –. A volte, negli incontri promossi dall’Accademia della gentilezza, mi trovo di fronte dei cinici duri e a loro chiedo un solo esercizio, un’omissione di cattiveria: significa provare a non aggredire chi si comporta diversamente, magari liquidandolo come un incapace o un debole». 

«La gentilezza proviene da ciò che Freud chiamava “ri-educazione”, cioè dalla riacquisita consapevolezza di qualcosa che era già stato sentito e conosciuto – concludono Adam Phillips e Barbara Taylor –. E questa ri-educazione prevede il riconoscimento della gentilezza come di una tentazione quotidiana a cui facciamo resistenza». A volte restiamo sorpresi quando qualcuno ha verso di noi un gesto gentile, forse perché la gentilezza talvolta ci sembra solo un’eco di epoche lontane, «e tuttavia la desideriamo – dicono i due esperti – sapendo che la gentilezza crea un coinvolgimento con gli altri che temiamo e allo stesso tempo cerchiamo con tutte le forze. La gentilezza rende la vita degna di essere vissuta». E senza gentilezza non c’è speranza.

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Data di aggiornamento: 13 Aprile 2026

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