Il disastro di Monongah

Una mattina di dicembre del 1907, in un piccolo paese della Virginia, esplose una miniera. Le vittime, centinaia e centinaia (nessuno saprà mai il numero esatto), erano in grande maggioranza italiani. Molti provenivano dal Molise. Erano migranti. Nei paesi, oggi quasi spopolati di quella regione, ci sono monumenti che ricordano la tragedia di Monangah. In Italia ben pochi la ricordano. Nessuno saprà mai quanti minatori morirono tra quelle montagne nordamericane. Come nessuno saprà mai quanti hanno perso la vita nel Mediterraneo.
Alle 10.30 del mattino del sei dicembre del 1907, pieno inverno nordamericano, un’esplosione violentissima devastò la miniera di carbone di Monongah, piccolo paese dei monti Appalacchi, in Virginia occidentale. Fu la più grave sciagura mineraria degli Stati Uniti. Non solo: è considerata la tragedia più grande dell’emigrazione italiana. Più del disastro di Marcinelle. Ci sono cifre «ufficiali»: quel giorno - si disse - persero la vita 362 minatori, 171 erano italiani. Venivano tutti, tranne due, a quel che leggo, dal Sud d’Italia. Dobbiamo a un coraggioso sacerdote cattolico irlandese, Everett Francis Briggs, nominato, nel 1956, parroco della chiesa di Nostra Signora del Rosario di Pompei in quel piccolo paese, se, decenni dopo quella tragedia, alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, divenne chiaro che i morti, in quel giorno di dicembre, furono almeno 500. E, qualcuno azzarda, che potevano essere oltre 900. Un terzo degli abitanti di allora di Monongah.
Ci sono pensieri che mi ruotano in testa da quanto ho visto monumenti di pietra e ferro in paesi a me sconosciuti fino a pochi mesi fa. Monumenti che ricordano quella carneficina, lapidi di marmo murate nelle piazze e nelle chiese, nomi incisi nella pietra. A Duronia, a Torella del Sannio, a Frosolone, a Fossalto, in Molise. A San Giovanni in Fiore, in Calabria. E altre vittime provenivano da Bagnoli del Trigno, da Pietracalla, da Vastogirardi. Sono certo che anche in altri luoghi lontani di queste montagne ci sia qualcosa che cerca di far ricordare questa tragedia dimenticata.
Leggo che, negli Stati Uniti, a fine Ottocento, gli italiani erano considerati come i «neri», anzi cominciarono a sostituire gli afroamericani che, liberati dalla schiavitù nel 1865, iniziarono a rifiutare i lavori più rischiosi. Per questo nelle gallerie 6 e 8 di quella miniera c’erano così tanti italiani. Leggo che non sarà mai possibile sapere il numero esatto delle vittime di Monongah: i minatori erano pagati a cottimo e si portavano dietro, nelle gallerie, bambini, figli, parenti, ragazzini incaricati di riempire i loro carrelli. Era un sistema conosciuto come buddy system, «il sistema dell’amico». Quel giorno furono registrati in ingresso in miniera 478 minatori. Non ci si preoccupava di contare i mulattieri, gli addetti alle pompe e nemmeno quei piccoli lavoratori senza identità. Nessuno, da quel che capisco, sopravvisse, nessuno saprà mai quanti fossero i ragazzi polverizzati dall’esplosione. Si salvarono quei pochi che, quel giorno, festa di San Nicola, decisero di non andare al lavoro.
Leggo che nessuno venne ritenuto responsabile di questa tragedia. Una commissione d’inchiesta ritenne di non essere riuscita a spiegare perché avvenne, cosa avesse innescato l’esplosione. Così la Fairmont Coal Company non poté essere costretta a pagare alcun risarcimento alle famiglie delle vittime. Se la cavò elargendo la somma di 17 mila e 500 dollari (600 mila dollari di oggi) al Monongah Mines Relief Commitee, comitato promosso per aiutare le vedove e i figli di quei minatori. Si mobilitarono i giornali: raccolsero più di 150 mila dollari (oltre cinque milioni di dollari di oggi). La compagnia apparteneva a una società di Baltimora, la Consalidated Coal Mine of Baltimore: in una enciclopedia sulla storia della Virginia, leggo che questa compagnia ha rappresentato la ricchezza e il potere di una potente famiglia della regione, i Fleming-Watson. Nella voce di quella enciclopedia dedicata alla loro società mineraria, non c’è un solo cenno alla tragedia di Monongah. O, almeno, io non me ne sono accorto.
Duronia è un piccolo paese dell’Alto Molise. Oggi ufficialmente ha 378 abitanti, in realtà non sono più di 250. Nel 1901 ne aveva duemila e 290. Il monumento dedicato alle vittime di Monongah è quasi al centro del piccolo parco pubblico prima di salire al borgo vecchio. Sulla pietra leggo molti cognomi identici. I De Salvo sono cinque. Li ritrovo nell’elenco dei minatori che mai sono tornati nelle loro terre, trovo nomi traslitterati in inglese: Angelo, Chas., Dominick, Felix, Tony. Alla base del monumento, in paese, invece, sono incisi i nomi di nove De Salvo. E sette Manzo, e cinque Berardo. Sono 36 gli uomini di Duronia morti in quel giorno di dicembre del 1907 in West Virginia. È il paese con il maggior numero di persone uccise da quella maledetta fiammata di grisù. La maggior parte delle vittime italiane proveniva dal Molise. 87 uomini uccisi. A cui dobbiamo aggiungere le dodici persone svanite in quella esplosione che venivano da Santa Croce del Sannio, paese appena oltre il confine con la Campania.
Federico Orlando, vecchio giornalista, autore di un saggio sull’emigrazione molisana, ha scritto che metà della popolazione di questa regione, in quegli anni, si trasferì oltre oceano.Tra il 1876 e il 1915, 307 mila molisani lasciarono le loro terre. Erano diretti negli Stati Uniti, in Canada, in Belgio, in Francia, nella più vicina Svizzera. In 600 mila hanno abbandonato il Molise tra la fine dell’800 e l’ultimo decennio del ‘900. Tenete presente che il Molise, oggi, ha meno di 300 mila abitanti. Ora capisco perché in molti paesi molisani, all’ingresso, vi è un monumento ai migranti. Il ricordo ostinato di coloro che se ne sono andati, ma che la loro terra non ha dimenticato. Sul vetro della pensilina della fermata del bus a Duronia, c’è un annuncio mortuario. Vecchio di qualche mese. C’è raffigurato un volto giovane, un uomo sorridente che indossa una camicia bianca, la cravatta nera. Si chiamava Pasquale Morsella. Mi dicono: aveva 93 anni, viveva in Canada, a Montreal. Da decenni e decenni, immagino. Leggo: «I funerali avranno luogo nella chiesa di San Nicola di Bari in Duronia». Non so nulla di lui, ma penso: almeno da morto è tornato a casa.
Un’ultima storia: racconta di Caterina De Carlo. Lei non proveniva dal Sud, ma dal Cadore. Nell’esplosione di Monongah perse il marito Vittorio. Il suo corpo non venne mai ritrovato. Non abbandonò quel paese, non se ne andò, non tornò in Italia. Ogni giorno, due volte al giorno, nei 29 anni cui sopravvisse a Vittorio, si recava (un cammino di poco meno di cinque chilometri) all’imbocco della miniera. Raccoglieva un sacco di carbone e lo portava fino a casa. Lo svuotava in un piccolo campo ai lati dell’abitazione. Fece sorgere una piccola collina di carbone. A chi le chiedeva, rispondeva: «Tolgo peso dalle spalle di mio marito».
Oggi è il giorno di Pasqua. 5 aprile del 2026. Sono davanti al monumento ai minatori di Monongah. A Duronia. Una giornata magnifica, di primavera. Ho appena ascoltato alla radio: si è rovesciato un barcone salpato dalla Libia, dalla spiaggia di Tajura. Conosco quella sabbia, conosco quel mare, le piccole dune di quella costa, posso immaginare. A bordo vi erano 105 persone. Provenivano dall’Egitto, dal Bangladesh, dal Pakistan. Si sono salvati solo in trentadue. Dall’inizio dell’anno, 725 uomini, donne, bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. Sono venuto a raccontarlo ai minatori di Duronia. Vorrei che li accogliessero. Ci deve essere un paradiso per i migranti.
(PS: mentre cercavo notizie attorno alla tragedia di Monongah, mi sono imbattuto in un videogioco. Si chiama Fallout76. Non ci posso credere: si svolge nella miniera di Monongah. Quella miniera? I giocatori devono lanciarvi sopra una bomba atomica. Dopo lo scoppio la zona sarà popolata da creature mutanti. Sono rimasto di sasso, incapace di un pensiero).
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