La coppia abitata
«Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo”. È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo» (1Cor 1,10-13.17).
Già allora c’erano le fazioni, già allora ci si divideva tra chi tifava per qualcuno e chi per qualcun altro, già allora, nella Chiesa nascente, c’erano discordie legate al senso di appartenenza. Anche oggi come cristiani siamo divisi tra confessioni diverse. Anche all’interno della Chiesa cattolica trovo persone che appartengono a qualche movimento, che vivono con rammarico e tristezza se un proprio aderente comincia a frequentare un altro percorso. Forse è il numero sempre più esiguo di cattolici praticanti che porta a contendersi le persone rimaste e ognuno pensa che la «squadra» a cui appartiene sia un po’ migliore delle altre.
Anche all’interno delle parrocchie, a volte, non si respira profumo di unità. Scout, Azione cattolica, gruppo catechisti, pastorale familiare, Caritas, gruppo missionario, sembrano degli enti totalmente indipendenti, più impegnati alla propria autoconservazione piuttosto che desiderosi di lavorare per un bene comunitario. Feste o uscite che vengono programmate negli stessi giorni, mercatini che si sovrappongono e nessun momento di condivisione. A volte sembra che nessuno si renda conto che spesso le persone, o le famiglie, che partecipano sono sempre le stesse, che si farebbe meno fatica, ottenendo di più, se si mettessero insieme le forze dei vari gruppi. Ci dimentichiamo che siamo tutti operai della stessa vigna e serviamo lo stesso Signore.
Per creare una cultura unitaria, servirebbero iniziative che mettessero insieme le varie realtà, luoghi di confronto, di parola, di preghiera e di formazione. Situazioni che ci aiutassero a pensarci collegati gli uni agli altri e tutti uniti sotto il nome di Cristo. Anche nei nuclei familiari capita che l’appartenenza a famiglie d’origine diverse diventi motivo di divisione nella coppia. Il differente cognome dei due sposi, a volte, diviene segno di una loro diversità inconciliabile. Diversità che comporta diversi modi d’intendere la vita, diversi usi e costumi, diverse tradizioni, diversi valori e altro ancora. Invece di integrare questa ricchezza, di lasciarsi contaminare dalle radici dell’altro, si comincia a ribadire una superiorità della propria provenienza e una carenza nell’appartenenza dell’altro.
Le parole di disprezzo sulla famiglia d’origine del partner, il corrispondere sistematicamente alle richieste dei propri genitori senza vagliarle preventivamente con il coniuge, la mancata difesa di alcuni minimi confini dell’intimità della propria famiglia (permettendo, per esempio, ai genitori di entrare in casa propria in ogni momento o raccontando loro tutto quello che succede nella propria relazione), il preferire il dialogo e il confronto con la famiglia d’origine rispetto a quello con il coniuge, sono tutti segni di un cordone ombelicale non ancora reciso. Dimenticando, però, che per legarci a qualcosa prima dobbiamo slegarci da qualcos’altro, per raggiungere nuovi porti dobbiamo uscire dal porto in cui precedentemente sostavamo.
Paolo ci dice che l’unica appartenenza che abbiamo è quella con Cristo, che grazie a Lui siamo diventati figli adottivi del Padre. E questo è particolarmente vero per noi che ci siamo sposati in Cristo. Per quanto ami i miei genitori e sia loro debitore per l’amore che hanno saputo darmi, per quanto con loro e con mia sorella sia legato da qualcosa di indissolubile come il sangue, solo con Chiara, mia moglie, condivido un sacramento, solo con lei ho un legame abitato dallo Spirito. Il Padre ama ogni amore (tra fratelli, tra amici, tra genitori e figli…), ma solo l’amore che mi unisce a mia moglie è stato, per sempre, legato a Lui attraverso il sacramento del matrimonio.
Il nostro amore di coppia è abitato da Cristo e in Lui siamo una cosa sola. Mentre con le altre persone mi lega un legame di fraternità, io e mia moglie siamo uno, pur restando due persone distinte. Per questo, e per altri motivi, questo legame necessita di una preferenza rispetto a qualsiasi altro legame della mia vita. Prima ne parlo con Chiara, prima vedo di che cosa abbiamo bisogno come coppia, con Chiara decido, con Chiara condivido. La mia prima lealtà la devo al legame che mi sono impegnato a eleggere come più importante, all’unico legame divenuto sacramento. Privilegiata la relazione di coppia, comunque resterà spazio anche per molto altro. Carissimi, vi auguriamo di poter essere tutti «uno in Cristo» senza divisioni o preferenze, e di esserlo uniti alla persona che avete legato a voi con il sigillo di Cristo. Buon anno nuovo.
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