30 Luglio 2026

La forza di un uncinetto

Da quando undici anni fa è nata a Brescia l'associazione «VivaVittoria», sono stati intrecciati 480 mila quadrati di cinquanta centimetri per lato, sono state realizzate 120 mila coperte e sono state coinvolte decine di città e 840 mila persone.

La forza di un uncinetto

Da un po’ di tempo vedo Maria, la mia vicina di casa, uscire con una borsa in mano. Abito in un vico pedonale di Matera, ci conosciamo tutti, un vicinato, insomma. La borsa di Maria mi incuriosisce: spuntano gomitoli di lana dai colori vivaci, qualche «ferro», un paio di forbici. Ci salutiamo, si avvia rapidamente. Maria ha più di 80 anni. Ha sempre vissuto nei Sassi. Con il marito Raffaele. Una famiglia contadina. Da giorni ritrovo Maria in luoghi diversi della città. In via Ridola, ad esempio, il salotto buono di Matera, le case eleganti, l’affaccio sui Sassi, strada del passeggio serale. Stasera ci sono diverse donne sedute sulle panchine di pietre. Uncinetto in mano, alcune con i ferri. Gomito a gomito, sedute tre a tre. Intrecciano fili di lana in geometrie fanciullesche, incrociano ferretti dalla punta ricurva, hanno dita veloci. 

L’altro giorno ho sorpreso Maria nella periferia più lontana della città. Intendiamoci: a Matera un edificio a due chilometri dal centro è considerato quasi un confine irraggiungibile. Questa palazzina si chiama FermataSanGià, una vecchia biblioteca, diventata, grazie ai finanziamenti Pnrr (va pur detto) un luogo di accoglienza per disabilità, un’ospitalità per turisti gentili, un territorio per «stare assieme». Maria e le sue amiche (tante, tantissime) sono lì, sedute a «uncinettare». Un uomo, un giovane, Egidio, ha, con mia sorpresa, il ruolo di coordinare tutte queste donne dalle mani giocose e lo sguardo scintillante. Cristina mi racconterà: «Egidio non è il solo. Anche ad Isernia e Fermo è stato un uomo a organizzare questo tempo dell’uncinetto». Devo togliermi di dosso qualche pregiudizio: mi dicono che se si insegna a usare l’uncinetto ai bambini, i maschi, più attenti alla tecnica, sono più bravi delle femmine. 

A questo punto devo spiegarvi. Siamo a Matera, ma questa storia è nata undici anni fa a Brescia. In piazza Vittoria. Per questo ha subito preso un nome semplice e incoraggiante: «VivaVittoria». Cristina Begni, un’imprenditrice bresciana, instancabile, una donna che «non si accontenta» e vuole «fare», la ricorda così: «Eravamo un piccolo gruppo di donne, non ci conoscevamo, volevamo fare qualcosa per protestare contro la violenza sulle nostre sorelle». Cambio di fotogramma: «Mi piacciono i colori – dice ancora Cristina -, avevo visto delle foto di scalinate in una città del Nord Europa: i gradini erano ricoperte da panni coloratissimi. Erano bellissimi».

E così, per quelle scintille misteriose che a volte avvengono, queste cinque donne cominciarono a «fare assieme» l’uncinetto, a lavorare a maglia, a intrecciare fili per costruire quadrati di una possibile coperta. E lo facevano in piazza, piazza Vittoria, appunto. «Volevamo fare un tappeto gigante». Non immaginavano quello che sarebbe accaduto poi attorno ai loro piccoli ferri e a quei quadrotti di lana. Si unirono altre donne. Una ragazza cominciò a occuparsi di comunicazione, fu un tam-tam leggero e persistente, un’idea che prese la forma di un progetto: altre donne, in altre città, si incuriosirono del lavoro di Cristina e delle sue amiche. A Brescia, non ci crederete, vennero intrecciati 5400 metri quadrati di quadrotti di lana. Alla fine vennero distese, come una nuova pavimentazione, sulla piazza. Furono offerte, vendute, fu una grande raccolta-fondi, 78 mila euro. Che vennero destinati a un centro antiviolenza. 

A quel punto la storia si allarga: anche le donne di Verona, di Cremona, di Parma, di Biella vogliono «uncinettare» per una giusta causa, e dare un senso al desiderio di «fare qualcosa». Non so come questa storia sia arrivata all’altro capo dell’Italia, si unirono le donne di Palma di Montechiaro, in terra di Agrigento. Anno dopo anno, le coperte hanno l’ambizione di coprire le piazza d’Italia. Hanno già varcato le frontiere: nel 2018 si «uncinetta» anche a nell’Odenwald, nel «bosco di Odino», regione del sud della Germania. Nel 2021, «VivaVittoria», oramai associazione e logo anti-violenza, sbarca Roma, va in Sardegna, si arrampica sulle Tre Cime di Lavaredo, ridiscende fino alle spiagge libere di Cervia. Una di quelle coperte, con tracce della sabbia adriatica, venne donata a papa Francesco.

Facendo i conti, in questa estate, le città che hanno ospitato «VivaVittoria» sono quarantanove. Si va per numeri: sono stati intrecciati 480 mila quadrati di cinquanta centimetri per lato, legati dallo stesso filo rosso di lana; sono state realizzate 120 mila coperte, si sono lasciate coinvolgere e sono diventate protagoniste 840 mila persone (sì, nella stragrande maggioranza donne, ma ci sono anche alcuni uomini), sono stati raccolti due milioni di euro, destinati ad associazioni che si battono contro la violenza sulle donne. 

Ora ho una ragione per seguire i passi di Maria a Matera. Lo scorso anno, «VivaVittoria» arriva a Brindisi. Egidio e Luca (come devo chiamarli: attivisti materani? Due ragazzi impegnati in politica e volontariato nella città dei Sassi) capitano nella piazza pugliese, guardano quella distesa di coperte. E, da uomini, si innamorarono dell’uncinetto, e della storia che si stava portando dietro. Si può fare anche a Matera? Si può replicare? Sì. Ci sono regole, la principale: «VivaVittoria» deve «accadere» solo una volta in una città (e tra i Sassi non era ancora arrivata). Una piccola spinta, un post sponsorizzato, quasi niente di più. L’uncinetto deve davvero essere un ferretto magico: all’appello rispondono decine di associazioni, in poche settimane spuntano dodici luoghi in città dove ci si può riunire per «fare le coperte» assieme, ai Google form di «VivaVittoria» materana si iscrivono in 2500 persone. Arrivano piccole donazioni di lana. Le donne vogliono colori vivaci, splendenti, luminosi. Si comprano gomitoli e gomitoli. A volte ho la sensazione che tutta la città stia «uncinettando». Arrivano anche quadrotti di lana fantasiosi da altri luoghi d’Italia: se quest’anno non è il tuo turno di avere una piazza, si mandano coperte alle città dove, in autunno, verranno distese.

A settembre «VivaVittoria» torna a Roma, anzi, a piazzale delle Sirene, a Nettuno. Ai primi di novembre, risale in Germania, a Wetzlar, in Assia. E poi a fine mese, il 21 e 22 novembre, sarà la volta della piazza principale di Matera. «Vogliamo unire tremila e cinquecento quadri di coperte» mi dice Egidio, mentre sposta pile di quadrotti. Anche se ne hanno già fabbricato ben più di mille, c’è ancora molto da sferruzzare. L’obiettivo è raccogliere 55 mila euro. Da destinare a una casa protetta a indirizzo sconosciuto e alla Fondazione Pangea. Poi tre giorni dopo sarà il 25 novembre, giorno internazionale in cui si chiede che cessi ogni violenza contro le donne. Giornata che ricorda, per decisione delle Nazioni Unite, l’uccisione di tre donne, le sorelle Mirabal, Patria, Minerva e Maria Teresa, uccise, nel 1960, dagli scherani della tirannia del generale Trujillo nella Repubblica Dominicana. 

Una mattina, nel luogo di raccolta di tutti i quadrotti intrecciati, incontro un piccolo gruppo di donne. Vengono da Bernalda, paese a trentacinque chilometri da Matera. Sono professioniste dell’uncinetto, da tempo hanno una loro associazione: «UncinetTIAMO», da anni preparano i «red carpet» per le processioni di San Bernardino, patrono del paese. «VivaVittoria» ha ricostruito, in Basilicata, una geografia invisibile: si è scoperto che a Pomarico, a Rotondella, a Pisticci esistono donne (e qualche uomo) che si ritrovano attorno a un filo di lana. Egidio apre un altro pacco appena arrivato per posta: proviene da Coccaglio, nel bresciano, spedito dall’associazione genitori di quel paese. Il filo di lana rossa sta aiutandoci a scoprire una mappa imprevista dell’Italia. 

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Data di aggiornamento: 30 Luglio 2026

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