La «nuova» comunicazione

Cosa direbbe Pasolini oggi di internet, della globalizzazione e di tutte quelle forme di violenza mediatica che ormai fanno parte del nostro mondo?
22 Ottobre 2020 | di

Ho pensato spesso in questi giorni a Pier Paolo Pasolini, che per tanti anni ha tenuto vivo un dibattito sul presente italiano di allora, sui suoi conformismi e sulle sue storture, dalle pagine del «Corriere della Sera» e dai suoi libri. Come avrebbero reagito alla pandemia, lui o per esempio Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Leonardo Sciascia? Li ho conosciuti e con Pasolini ho spesso litigato, perché ero giovane e vedevo (per esempio prima del ‘68, negli anni del «miracolo economico») anche dei dati positivi, dei motivi di speranza. Ricordate la poesia che mise in bocca a Orson Welles nel bellissimo episodio La ricotta del film Ro.Go.Pa.G. (1963)? «Io sono una forza del passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi / abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i fratelli». E aggiungeva parlando del suo presente di allora e cosciente della perdita di identità di una intera cultura: «Giro per la Tuscolana come un pazzo, / per l’Appia come un cane senza padrone»... Eravamo nel «dopoStoria», diceva, mentre noi più giovani sognavamo di «una nuova storia». Ma anche le nostre speranze caddero assai presto, e ci rendemmo meglio conto delle sue ragioni. 

Nella televisione Pasolini vedeva, forse esagerando, una perdita collettiva di identità, una fabbrica del conformismo e dell’omologazione. La televisione cambiava i nostri modi di essere e di pensare, distruggendo dalle radici quel che era stata la tradizione di un mondo contadino e proletario scarso di beni ma ricco di valori... Ebbene, cosa avrebbe detto Pasolini della mutazione che è seguita a quella degli anni Sessanta del ‘900 ed è esplosa negli anni del nuovo millennio? La globalizzazione; la «nuova economia» ovvero il dominio della finanza e non della produzione; il digitale e la sua nuova cultura con i nuovi modi della comunicazione... 

Fermiamoci alla comunicazione. Perfino Umberto Eco, che era attentissimo al «nuovo», vide di internet, insieme agli aspetti positivi, quelli di uno scatenamento della stupidità e della volgarità umane, vide il pericolo di nuove forme, non poi così inedite, di fascismo. Oggi di «fascismi» ce ne sono in giro fin troppi, pensiamo a certe forme di violenza giovanile, al razzismo espresso o latente di uomini e donne comuni nei confronti degli immigrati e dei rom, all’intolleranza verso la diversità, alle «leggi del branco» di giovani senza più identità e di scarsa fiducia nella società e nella cultura di cui sono espressione; ma uno dei più evidenti mi pare sia quello di chi, dal suo blog e dal suo «nuovo mezzo di comunicazione» che è il computer si permette di dire la sua su tutto, forte della sua impunità, e si sbraca e insulta. Il più pericoloso fascismo del nostro tempo è forse in questo rigurgito di violenza mediatica che a tratti, come la cronaca ci ricorda, diventa facilmente fisica. E come accadeva a Pasolini, capita spesso a molti di noi di vergognarci di cosa è diventata una parte significativa del nostro Paese, del nostro popolo, dei nostri alfabetizzati, usciti dalle nostre scuole. 

 

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Data di aggiornamento: 22 Ottobre 2020
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