La scuola al tempo del Mammut

Incidere sull’ingiustizia attraverso il lavoro sul campo, a partire dal recupero di una piazza degradata: è l'obiettivo del progetto Mammut a Scampia.
14 Aprile 2021 | di

Scampia è un quartiere a nord di Napoli, tristemente noto per l’alto tasso di criminalità e le case fatiscenti, tra cui le famose Vele, oltre che per le cattedrali nel deserto disseminate qua e là, opere gigantesche rimaste incompiute per mancanza di fondi. Come o’ Mammut, così ribattezzato dagli abitanti: enormi colonne che, nell’idea originaria, avrebbero dovuto circondare come un grande porticato la piazza dei Grandi Eventi, la principale di Scampia, su modello degli antichi pantheon. Terminati i soldi, le colonne rimasero lì, inutili e minacciose, tanto che ben presto la piazza si trasformò, racconta Giovanni Zoppoli, coordinatore del Progetto Mammut, «in un luogo del male». Quando, nel 2007, all’associazione Compare (nata dieci anni prima per risolvere l’emergenza abitativa delle famiglie di un limitrofo campo Rom) fu chiesto di fare qualcosa per Scampia, gli allora trenta membri del gruppo (quasi tutti studenti universitari) decisero quindi di partire proprio da quel luogo simbolo di degrado. 

È sorto così il progetto Mammut, oggi vero fiore all’occhiello del quartiere, che è stato capace, nel giro di qualche anno, di trasformare quella piazza da minaccia in risorsa. «Mammut – continua Zoppoli –, che è nato come progetto di rete in interazione con molte altre realtà, ha rappresentato sin dal principio il tentativo di lavorare ai temi della giustizia sociale». A muovere quel primo manipolo di coraggiosi è stata una profonda riflessione. «Noi – specifica il coordinatore – ci riconoscevamo in quella corrente di pensiero che faceva capo a Ivan Illich, ma anche a un filone della psicologia umanistica secondo il quale la relazione d’aiuto, perché funzioni, ha bisogno di presupposti molto saldi. Non volevamo pertanto realizzare nulla di teorico (gli studi su Scampia si sprecano!) ma nemmeno di assistenzialistico. Non intendevamo assecondare il “vittimismo” di chi abita in questa zona; non volevamo scadere nel dualismo vittima/persecutore. Il nostro obiettivo era principalmente politico: incidere sull’ingiustizia attraverso il lavoro sul campo, a partire dal recupero di questa piazza, per poi arrivare ad agire sull’immaginario, sulla formazione dei ragazzi e dei docenti. E col tempo, poi, proprio quest’ultimo aspetto è diventato il nostro specifico». Oggi, infatti, il Mammut lavora con e nel mondo della scuola, per trasformarla da luogo del solo «sapere nozionistico», scollegato dalla realtà, a motore di cambiamento sociale, umano, politico. 

«Come Mammut – spiega Zoppoli – vogliamo imparare e insegnare il recupero degli spazi pubblici attraverso un modo nuovo di fare scuola, in una sperimentazione didattica che accomuna docenti e studenti. Abbiamo cominciato portando le scuole di Scampia e delle zone limitrofe – parliamo di quasi quattrocento bambini – in piazza una volta l’anno per realizzare laboratori, cacce al tesoro, esperienze di teatro e di musica. Abbiamo dato vita, più di recente, al Mammutbus, un ludobus che stiamo cercando di far diventare sempre più funzionale agli spazi esterni dove fare lezione. E abbiamo realizzato due giornali: “Il Barrito del Mammut”, vera e propria esperienza di scrittura collettiva realizzata da ragazzi e insegnanti, e “L’A.PE” rivista di ricerca, di arti e pedagogie del Centro Territoriale, che si rivolge soprattutto agli insegnanti. E dalle esperienze di questi anni sono nati anche due libri: Come partorire un mammut (e non rimanere schiacciati sotto) e Come far passare un mammut attraverso una porta (e non fracassarla), documentazione di tutti i percorsi intrapresi nelle scuole». 

L’attività di formazione si è sempre più consolidata con il passare degli anni. «Pur mantenendo tutte le attività di animazione, il nostro obiettivo principale è oggi quello di portare la scuola fuori della scuola – chiosa Zoppoli – attraverso un lavoro di sensibilizzazione degli insegnanti e delle istituzioni. Lo ripeto: vogliamo non solo che i ragazzi si riapproprino del loro territorio, ma anche che la scuola sia sempre più luogo di formazione a una cittadinanza attiva e responsabile». 

Sembrerebbe un’utopia in questo ambiente periferico, nell’immaginario collettivo destinato a restare scenografia di serie come Gomorra. «Eppure le periferie possono essere luogo generativo, di nascita e di rinascita – conclude Giovanni Zoppoli –. Perché, da sempre, il nuovo arriva dalle periferie, geografiche o esistenziali che siano. Basti pensare a figure come Maria Montessori, la cui esperienza si è sviluppata accanto ai bambini con difficoltà, anche se poi è diventata appannaggio dei più ricchi. Ma noi siamo convinti che le cose possano cambiare. L’emergenza covid (al di là dell’aspetto drammatico) rappresenta in tal senso una grande opportunità: finora tutto era bloccato, stagnante; la lezione tradizionale pareva l’unica possibilità. Nel giro di un anno, abbiamo visto invece che un cambiamento è possibile. Speriamo davvero che, passata l’emergenza, tutto non torni come prima. Quest’anno abbiamo scelto di concentrare l’attività di ricerca che fa da sfondo al lavoro con le scuole attorno al tema: “Di necessità virtù…”, una sfida per ragazzi e insegnanti ma anche per le istituzioni. Vogliamo dimostrare che un evento critico è sempre occasione di cambiamento: che diventi un’apertura e non una chiusura dipende da tutti noi». 
(Ha collaborato Nicoletta Masetto). 

«Antonio 20-22» è il progetto che celebra gli otto secoli della vocazione francescana del Santo e del suo primo arrivo in Italia. Dalla Sicilia, dove naufragò, Antonio raggiunse Assisi e poi Padova. Seguendo il suo itinerario, continuiamo anche noi a risalire l’Italia, associando a ciascuna regione attraversata a suo tempo da sant’Antonio un tema che gli fu caro. Per la Campania, quarta tappa, il tema è: le «Periferie». 
www.antonio2022.org

 

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Data di aggiornamento: 14 Aprile 2021
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