02 Ottobre 2022

Libertà da cineasta

Il film a puntate «Esterno notte», in uscita su Rai 1, narra la vicenda del sequestro Moro letta da Marco Bellocchio, uno dei nostri registi più affermati. Un’occasione per rivisitare il suo stile e i temi della sua cinematografia.
Libertà da cineasta
Il cast del film a puntate «Esterno notte» di Marco Bellocchio su Aldo Moro, all’ultimo Festival di Cannes in occasione della prima mondiale.
© PATRICIA DE MELO MOREIRA / AFP via Getty Images

La libertà di fare cinema non è condizionata dai corsi e dai ricorsi della storia politica e civile dell’Italia. Nella sua lunga carriera da cineasta, Marco Bellocchio ha fatto della settima arte la cassa di risonanza del suo personale percorso di ricerca e di comprensione epistemologica del mondo, trasposta in rappresentazioni visive e in immagini visionarie. Comprendendo le necessità delle arti visive che intercettano i gusti del pubblico di oggi, Marco Bellocchio è tornato agli anni Settanta per raccontare le microstorie dei personaggi e dei familiari attorno al sequestro di Aldo Moro, all’epoca presidente della Democrazia Cristiana. Un periodo storico di suo interesse, tanto quanto i periodi dell’Inquisizione (La visione del Sabba, 1988; Sangue del mio sangue, 2015), del fascismo e della Resistenza (Vincere, 2009), del Sessantotto (I pugni in tasca, 1965) o della grande stagione dell’antimafia e della lotta della magistratura (Il traditore, 2019).

Un’occasione per ripartire da Buongiorno, notte (2003) di cui il nuovo film a puntate, Esterno notte, costituisce il controcampo in termini meta-cinematografici, e parlare, allo stesso tempo, dell’attualità politica senza cercare di ricostruire a tutti i costi una delle più intricate tragedie italiane. Le sei puntate, presentate al Festival di Cannes nella sezione Première nella versione cinematografica, ripercorrono le storie di alcuni personaggi al centro delle oscure trame dello scontro tra i tanti nemici – interni nelle stanze del potere ed esterni –, e i pochi amici che vollero salvare Moro, come Francesco Cossiga (ministro dell’Interno dal 1976 al 1978), per presentare, tra dubbi e contraddizioni, la morte e la «redenzione» del presidente della DC. Abbiamo incontrato Bellocchio al XXV Bobbio Film Festival, organizzato dalla Fondazione Fare Cinema, presieduta dallo stesso regista piacentino, dove ha parlato della grammatica cinematografica di Esterno notte (in onda su Rai 1 nel palinsesto autunnale), montato da Francesca Calvelli, montatrice anche della serie Tv di successo L’amica geniale.

Msa. Nel caso di Esterno notte, che stile ha scelto?

Bellocchio. Ho dovuto adottare alcune tecniche delle miniserie televisive come il fatto che ogni episodio ha un inizio e una fine. Il montaggio è fondamentale per questo aspetto. La serie mi ha dato la possibilità di fornire ai personaggi il loro retroterra, di dotarli di vita propria, rendendoli protagonisti dei diversi episodi. Avrei potuto approfondire altri personaggi, ad esempio Berlinguer, ma ne sarebbero usciti il settimo episodio, l’ottavo; invece il limite delle sei puntate mi ha obbligato a restringere il campo, a cambiare l’immaginazione con le regole e a distinguere ciò che è importante da ciò che lo è di meno. Nella storia dell’arte la Cappella Sistina aveva uno spazio, così al cinema: hai un tempo e in quel tempo devi stare. Abbiamo ridotto, ma non abbiamo tagliato molto. Alcune scene erano fuori dalla nostra possibilità, come ad esempio l’episodio del depistaggio del lago della Duchessa, dove si è tentato di recuperare il corpo di Moro. In questo caso abbiamo optato per immagini di repertorio.

Da che punto di vista ha raccontato la vicenda del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro?

Da un punto di vista spiazzante per colpire in modo manieristico lo spettatore, e partendo da un ribaltamento sorprendente, come quello della scena iniziale in cui si fa vedere Moro in ospedale, vivo, dopo la liberazione dalla sua prigione. Quanto ai fatti di cronaca, ho ripreso quelli in grado di colpire l’immaginazione dello spettatore. Per gli altri personaggi, sono messi in luce anche i loro aspetti umani: Cossiga radioamatore e Cossiga terrorizzato dalla propria incapacità, Adriana Faranda (ex brigatista, ndr) e il senso di colpa per aver abbandonato la figlia, Paolo VI che cerca di salvare l’amico Aldo. Il mio Moro è un personaggio non del passato ma del presente.

Qual è il suo orientamento per la fede? 

Mi definisco ateo, ma il mio imprinting è stata l’educazione salesiana che non posso rinnegare.

Quali sono i valori che la guidano al cinema?

Il discorso sulla libertà è fondamentale. Dico libertà perché pur partendo spesso da fatti storici rischio di interpretarli. Quando uscì Buongiorno, notte c’era un fervore come se gli animi non si fossero placati. All’epoca si vivevano grandi entusiasmi e furori a riguardo della strage di via Fani. È la storia di Erodoto e di Omero, il primo è uno storico e l’altro un poeta. In definitiva ha vinto però Omero. 

Come ha analizzato, nei suoi film, il rapporto tra follia e realtà, tra psichiatria e psicoterapia?

In passato ho fatto dei film sotto l’influenza dei seminari di Analisi Collettiva di Massimo Fagioli (Diavolo in corpo, 1986; La condanna, 1991; Il sogno della farfalla, 1994; La balia, 1999, ndr). Non li ho rinnegati. Mi interessavano aspetti che non avevo sperimentato nella mia vita, come il principio di sanità e il principio di malattia. Mi hanno sempre colpito i dottori che si ripromettono di curare la malattia e lo possono fare solo se sono sani. Il discorso sul cambiamento come ideologia è affascinante, per non rassegnarsi alla società così com’è. 

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Data di aggiornamento: 05 Ottobre 2022
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