L’oasi delle meraviglie
La periferia può diventare un nuovo mondo. Ne è convinto fra Gianluca Catapano, responsabile del Centro educativo «Insieme» dell’Oasi Francescana De Lilla, incastonata tra due quartieri complessi a sud di Bari: Japigia e Sant’Anna. Un’oasi affacciata sul mare: oltre al Centro educativo, la villa, la cappella, ampi spazi di verde, la casa di spiritualità e una biblioteca aperta al pubblico. Un paradiso a misura di bambini e ragazzi, a cui Caritas sant’Antonio e i suoi sostenitori hanno dato un prezioso aiuto.
«I frati l’hanno ricevuta in dono nel 1965 dalla signora Ester De Lilla, in ricordo di Mario e Severina, quest’ultima pedagogista e benefattrice di Bari – spiega fra Gianluca –. La nostra parrocchia, a 3 chilometri da qui, era all’epoca l’unica presenza religiosa in questa periferia incipiente, l’unico punto di riferimento sociale». I frati stabiliscono nell’oasi dapprima il convento, poi un Centro di spiritualità e socialità, una proposta cristiana, in risposta anche ai problemi del quartiere, sempre più seri. Man mano che il quartiere cresce, i palazzoni di edilizia popolare, proliferati come funghi negli anni ’70, senza servizi e spazi di aggregazione, diventano nel tempo sacche di disagio urbano, dove soprattutto i bambini e i ragazzi corrono gravi rischi. I frati già da tempo fanno un grande lavoro pastorale per strappare all’emarginazione e alla criminalità organizzata i giovani più fragili, ma non basta. «Ci voleva un centro educativo, con personale specializzato, psicologi, educatori, insegnanti, pedagogisti, per passare a una vera e propria presa in carico del minore e, per esteso, delle famiglie». Quel centro diventa realtà nel 2014 e, non a caso, all’interno dell’Oasi De Lilla: «Occorreva un luogo bello, curato, che ispirasse serenità, accoglienza, sicurezza, per offrire immediatamente ai minori l’esperienza di una vita diversa».
Tanta acqua è passata sotto i ponti, Japigia ha smesso di essere il quartiere carico di disagi che dominava la cronaca dei giornali negli anni ’90, si è riempito di aree verdi, di centri commerciali, di servizi, di quartieri residenziali, tanto che persino la Regione ci ha costruito il suo palazzo. Tuttavia, le due vite di Japigia ancora faticano a stare insieme e la normalità che si respira in buona parte del quartiere stride molto con le condizioni di alcuni rioni, abitati dalle famiglie più povere di risorse economiche, educative e relazionali. «Ancora oggi molti bambini e ragazzi vivono in una condizione di strada che li rende adulti precocemente – spiega fra Gianluca –. Tra situazioni di genitorialità assente o fragile e storie di detenzione. Pesano la disoccupazione, la violenza familiare, la microcriminalità». Un contesto che favorisce l’abbandono scolastico, l’abuso di sostanze, il rischio di diventare manovalanza della criminalità organizzata. «La mancanza di prospettive li rende cinici, arrabbiati, ribelli. Se li si vuole davvero aiutare, c’è bisogno di risposte educative e di servizi socio-assistenziali di qualità, che nessuna di queste famiglie potrebbe permettersi a pagamento. I sessanta bambini e ragazzi che attualmente seguiamo nel centro educativo vengono tutti da questi rioni. E sono la nostra mission». D’estate, l’oasi si apre al territorio con i centri estivi, arrivando a seguire oltre 140 minori.
Durante l’anno, il centro educativo è aperto 6 giorni su 7, tutti i pomeriggi: «Dopo la scuola, i bambini trovano qui accompagnamento scolastico, attività sportive e laboratoriali, uscite di vario genere, tutto ciò che serve per rendere più stimolante il percorso dell’età evolutiva. Ma la cosa più importante è il contatto con persone appassionate ed esperte che si prendono cura di loro a 360 gradi. La nostra équipe di operatori è più simile a una famiglia che a un gruppo di lavoro. La speranza è che il nostro modello educativo, direi quasi invasivo, alla fine riesca a cambiare la prospettiva». Le resistenze, però, sono tante: «Molti genitori a loro volta sono diventati padri e madri troppo presto e hanno un passato critico, di dipendenza, di criminalità, di abbandono. A volte sono i nonni a crescere i nipotini senza i mezzi adeguati. E si consumano veri e propri drammi familiari nel chiuso degli appartamenti. Talvolta noi annusiamo il problema e lo portiamo a conoscenza della rete allargata di cui ormai facciamo parte: istituzioni, scuola, servizi sociali, altri centri educativi della città e, quando serve, il Tribunale dei minori. Ci mettiamo la faccia, pur di salvare i bambini e i ragazzi, però non è affatto facile». Nonostante le difficoltà, i frati godono di grande fiducia: «Ci sono famiglie che ci lasciano i loro figli anche per dieci anni. Alcune di queste hanno un background difficile, a volte implicazioni penali non leggere, eppure non ostacolano i nostri programmi formativi, che mettono al centro l’educazione alla dignità, al Bene Comune e alla legalità. Il primo motivo è che ormai sanno che tutto quello che facciamo non ha secondi fini; il secondo – almeno è ciò che credo – è che in cuor loro sperano per i figli un futuro migliore».
E i miracoli accadono. Non quelli eclatanti di cambiamenti repentini, ma quelli cesellati giorno per giorno con la forza della goccia che incide la pietra. Roberto, 27 anni, è stato uno dei primi a frequentare il centro: «Veniva da un contesto povero e privo di stimoli, si è laureato prima in giurisprudenza e poi in materie pedagogiche; ha continuato a formarsi con l’obiettivo di entrare nel centro per dare ad altri bambini quello che lui ha ricevuto. E ora sta lavorando ad alcuni progetti educativi. È una nostra gioia, un esempio per tutti, uno di famiglia». Claudia, un’adolescente, ha una storia nota alle cronache. Ha un carattere forte, ribelle e una rabbia incontenibile: «Poi l’abbiamo messa in contatto con i più piccoli, affidandole delle responsabilità. Ed è avvenuto un cambiamento che ha fatto fiorire in lei delle qualità meravigliose». Le stesse che un giorno, forse, la aiuteranno a spezzare le catene. «Dopo anni di missione al centro educativo – conclude fra Gianluca –, credo di poter dire che la gratuità sia la nostra forza, la leva inattesa che può portare il cambiamento. L’unico mezzo efficace che abbiamo, anche come esseri umani, per cercare di cambiare questo mondo cinico e violento».
Segui il progetto su www.caritasantoniana.org.
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