L’ultimo viaggio
Il treno merci partì in direzione Francia da Borgo San Dalmazzo (Cuneo) il 21 novembre 1943. Al suo interno 349 ebrei, in maggioranza polacchi, austriaci, ungheresi, ma anche russi, tedeschi, ucraini. Tutti prelevati da nazisti e repubblichini dalla caserma «Principi di Piemonte» che, insieme a Bolzano, Fossoli (Modena) e la Risiera di S. Sabba a Trieste, fu uno dei quattro campi di concentramento istituiti dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Raggiunta Nizza, il convoglio proseguì la sua corsa fino al campo di internamento e transito di Drancy, alla periferia di Parigi. Da qui, il 7 dicembre 1943, si mosse per il suo ultimo e fatale viaggio: destinazione Auschwitz, dove giunse il 12 dicembre. Difficile dire quanti di quei 349 ebrei sopravvissero, si dice siano stati solo undici, anche se è difficile avere conferme. «L’ordine di grandezza comunque non dovrebbe allontanarsi molto da quella cifra», sottolinea lo storico Alberto Cavaglion che a questa storia ha dedicato un libro, Nella notte straniera (Fusta Editore). Una storia che, però, inizia tre anni prima, dall’altra parte delle Alpi.
Una boccata d’aria pura
La dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna del 10 giugno 1940 e il successivo armistizio avevano portato la IV armata dell’esercito italiano a occupare una parte del territorio a ridosso del confine, «una piccola striscia di territorio profonda solo da uno a cinque chilometri». Allo sbarco delle truppe Alleate sulle coste dell’Africa del Nord, nel novembre del 1942, Hitler rispose con il piano Anton, l’invasione, cioè, della Repubblica francese di Vichy e la sua occupazione da parte dell’esercito tedesco e di quello italiano. L’avanzata fu rapida, i francesi non opposero alcuna resistenza e al termine dell’operazione gli italiani si trovarono ad amministrare sette dipartimenti: Alpes Maritimes, Var, Basses-Alpes, Hautes-Alpes, Drôme, Savoie e Haute-Savoie. Un territorio nel quale, in tempo di pace, vivevano circa 15-20mila ebrei, «ma il loro numero era aumentato dopo l’armistizio del 1940, quando nel Sud della Francia si erano riversati molti che avevano abbandonato le zone occupate dai tedeschi in Francia, Olanda e Belgio», sottolinea Cavaglion. Una moltitudine di persone di origini diverse e in fuga dalle persecuzioni naziste, che trovò nelle zone occupate dagli italiani «una boccata d’aria pura». Le condizioni di relativa sicurezza adottate dall’Italia nelle zone occupate convinsero così migliaia di ebrei a dirigersi verso il Sud della Francia, in cerca di rifugio.
La residenza coatta di Saint Martin Vésubie
Nelle zone gestite dall’Italia vennero quindi istituite le cosiddette résidence forcée, «residenze coatte scelte dalle autorità italiane d’intesa con le organizzazioni ebraiche», nelle quali venivano smistati gli ebrei in possesso di un documento rilasciato dal Centre d’accueil di Boulevard Dubouchage (organismo di soccorso diretto da Ignace Fink), che garantiva loro la protezione italiana dalla politica razziale spietata attuata dal governo di Vichy alleato dei tedeschi. «Una volta fissata la residenza – informa Cavaglion –, ciascuno doveva badare a se stesso, alla propria sopravvivenza, stabilire un contatto, oppure no, con le organizzazioni ebraiche di soccorso». Una di queste résidence forcée fu allestita a Saint Martin Vésubie, un piccolo paese di montagna a ridosso del confine italo-francese. Qui arrivarono tra i 1.500 e i 2.000 ebrei, circa 300 famiglie, e, come scrisse la studentessa ebrea polacca Bronka Halpern, anche lei a Saint Martin Vésubie: «La vita scorreva piena, nonostante i tempi incerti, e, soprattutto grazie ai giovani, la vita culturale era molto intensa». Una situazione di relativa tranquillità, nella quale avvennero dodici nascite e si celebrarono anche due matrimoni. Ma tutto precipitò con la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’armistizio dell’8 settembre.
La fuga verso l’Italia
«La serena quotidianità si guastò irrimediabilmente», continua Cavaglion: mentre la IV armata dell’esercito italiano, presa dal panico e allo sfacelo, iniziava a ritirarsi verso l’Italia, i nazisti passarono all’azione. Già il 9 settembre, infatti, la Gestapo si stabilì a Nizza, per dare inizio alla spietata e brutale caccia in tutto il Sud della Francia. «I tedeschi non si curarono di nessuna formalità; avevano un solo desiderio: catturare tutti nel più breve tempo possibile». Per gli ebrei rifugiati a Saint Martin Vésubie non ci fu scelta: bisognava fuggire. Ancora. E l’unica via di fuga era verso l’Italia, oltre le Alpi. Si misero quindi in marcia e, dopo aver attraversato a piedi due aspri colli delle Alpi Marittime (il colle delle Finestre a 2.474 metri e il colle del Ciriegia a 2.543) raggiunsero, tra il 9 e il 12 settembre, Valdieri ed Entracque, due paesi della Valle Gesso, in provincia di Cuneo. Lo scollinamento aveva richiesto cinque-sei ore, ma vi fu chi impiegò molto più tempo e parecchi furono coloro che trascorsero lunghe notti all’addiaccio. «Secondo un mio calcolo, furono un migliaio le persone che varcarono le Alpi» dice Cavaglion.
Internati a Borgo San Dalmazzo
Stremati e spaventati, gli ebrei in fuga trovarono accoglienza e assistenza nei paesi cuneesi. «La popolazione, il clero e anche le autorità locali si diedero immediatamente da fare, nonostante la caotica situazione di quei giorni», spiega Cavaglion. Figura di riferimento di questa fitta rete di soccorso fu don Raimondo Viale, sacerdote poco incline al fascismo, che nel 1940 era stato condannato a quattro anni di confino, con pena ridotta a un anno e mezzo, per intervento personale del vescovo di Cuneo. Ma il destino era in agguato: i tedeschi entrarono a Cuneo il 12 settembre, mentre sulle montagne del cuneese andavano formandosi le prime bande di partigiani. Dopo meno di una settimana, il capitano Müller, comandante delle SS, forse agli ordini dello stesso Peiper che ordinerà la strage a Boves (19 settembre), fece affiggere nelle piazze di Borgo San Dalmazzo e paesi limitrofi questo bando: «Entro le ore 18 di oggi tutti gli stranieri che si trovano nel territorio di Borgo San Dalmazzo e dei comuni vicini devono presentarsi al Comando germanico in Borgo San Dalmazzo, caserma degli alpini. Trascorso tale termine gli stranieri che non si saranno presentati verranno immediatamente fucilati. La stessa pena toccherà a coloro nella cui abitazione detti stranieri verranno trovati». La maggioranza dei profughi si arrese senza opporre resistenza. Come scrisse una di loro: «Gli ebrei si lasciavano prendere, senza che nessuno cercasse di salvarsi. Che cos’altro avrebbero potuto fare? Non avevano alternativa: si avvicinava l’inverno, l’inverno delle montagne, con la neve e il gelo. Dove sarebbero andati, con i vecchi e i bambini? Non conoscevano il paese e dappertutto c’erano tedeschi. Questo logico ragionamento fu alla base del crollo del loro coraggio, e di ogni volontà di lotta».
Destinazione Auschwitz
Mentre una minoranza degli ebrei si era dileguata, nascondendosi in alcuni dei paesi del cuneese e altri, soprattutto i più giovani, avevano tentato «la strada della Svizzera o l’attraversamento delle linee verso l’Italia del Sud già libera, passando per Genova e Firenze», tutti gli altri furono rinchiusi nella caserma di Borgo San Dalmazzo. Don Viale si prodigò immediatamente per assistere gli internati, contando anche sull’aiuto generoso dei suoi parrocchiani e di tutta la popolazione di Borgo San Dalmazzo: «Un gruppo di operaie dell’Istituto grafico Bertello (la principale industria di Borgo a quell’epoca) organizzarono una loro rete di assistenza». Ma fu tutto inutile: il 21 novembre 1943 gli ebrei furono caricati su un treno merci per il viaggio verso l’inferno. Destinazione: Auschwitz.
Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»!