«Mamme a scuola»

Mettere le madri straniere in Italia in condizione di imparare la lingua e di supportare l’educazione scolastica dei figli. Ma anche avviare un processo di alfabetizzazione tecnologica per le donne. Di questo, e molto altro, si occupa «Mamme a scuola».
15 Luglio 2021 | di

Ornella Sanfilippo è una signora milanese di 72 anni per una vita ricercatrice biomedica. Dagli anni ’90 ha cominciato a fare volontariato e si è messa a insegnare italiano alle persone straniere. Tra le mura di una scuola improvvisata – grazie a una parrocchia che offriva accoglienza agli albanesi che arrivavano fuggendo dai Balcani in fiamme –, Ornella ha conosciuto il nucleo di persone con le quali nel 2004 ha dato vita al progetto «Mamme a scuola», una realtà dalla missione solo apparentemente semplice: insegnare l’italiano alle immigrate residenti, affinché non debbano vivere la doppia difficoltà di essere straniere due volte, per l’Italia e per i loro stessi figli. Se infatti i bambini imparano l’italiano nelle scuole pubbliche e i loro padri nei luoghi di lavoro, le madri, escluse dalle professioni e dalla formazione, rischiano di non avere gli strumenti per includersi.

Nel tempo, «Mamme a scuola» ha accolto e insegnato l’italiano a oltre duemila donne e quest’anno l’attività dell’associazione omonima ha ricevuto l’«Ambrogino d’oro» dal comune di Milano. «Purtroppo non significa che le istituzioni ci finanzino – mi spiega Ornella –, riusciamo a proseguire l’attività solo grazie al supporto di sponsor privati e ai bandi europei sul Terzo settore, ma i fondi stanno finendo». La pandemia ha infatti complicato le cose sul fronte economico, perché il flusso dei soldi europei, che per essere erogati necessitano di certificazioni delle attività svolte, si è fermato con il distanziamento, che ha bloccato tutta la scuola in presenza, compresa la loro. L’esigenza di stare vicino alle persone che la frequentavano è però ancora più urgente, perché le famiglie immigrate, che hanno meno risorse economiche e culturali di quelle italiane, hanno patito in modo più forte sia la perdita del lavoro che l’assenza di servizi. San Siro, Villa Pizzone, Ergano: i quartieri in cui opera la scuola sono tra i più sfidanti di Milano, ad altissima presenza di immigrati anche di etnie diverse.

Nel 2018 la scuola si è vista assegnare un immobile confiscato alla criminalità organizzata, che oggi è un laboratorio di sperimentazione sociale nel cui cortile aperto sulla strada si fanno attività che vanno oltre le lezioni di italiano alle straniere. «Proponiamo letture ad alta voce a madri e bambini insieme. Non leggiamo solo in italiano, ma anche nelle lingue dei gruppi etnici che compongono il quartiere – cinese, arabo, spagnolo, persino giapponese –, perché i bambini si abituino a considerare normale il suono di tutte le lingue». Agli incontri cominciano a venire anche le madri italiane del quartiere, per le quali, lingua a parte, le difficoltà sono le stesse: sbrigare la burocrazia quotidiana, sapere dove chiedere aiuto e, soprattutto, imparare a supportare i loro figli nei percorsi scolastici che in pandemia si sono complicati con la didattica a distanza, impraticabile per le famiglie più povere.

Per fare questo servizio non basta la buona volontà, e infatti nel gruppo ci sono competenze pedagogiche, di mediazione culturale, psicologiche e persino neuropsichiatriche. «All’inizio della pandemia non eravamo attrezzati per fare i corsi a distanza e le esigenze delle famiglie erano improvvisamente passate dall’integrazione alla sopravvivenza. Abbiamo mantenuto contatti quotidiani e segnalato ai servizi le situazioni di bisogno. Poi, man mano che la condizione pandemica si allungava, le preoccupazioni sono tornate a essere quelle dell’educazione» mi spiega Ornella. Così abbiamo recuperato vecchi tablet e smartphone, facendoli sistemare dai volontari, e alle donne è stato insegnato a usare anche le piattaforme di conferenza on line, ottenendo così una loro alfabetizzazione tecnologica.

Ornella racconta il senso di inadeguatezza che queste donne provano nell’educazione dei figli, rispetto alla quale sono consce di avere pochi strumenti. «Al mio paese sapevo come fare la mamma – ti dicono – perché vengono da posti dove le famiglie allargate contribuivano all’educazione dei bambini e dove i codici di comunicazione adulto-minore sono molto diversi. Quando arrivano in Italia devono ricominciare e si sentono annullate come persone». Quest’anno con la didattica a distanza ben 102 delle 160 donne che facevano i corsi di italiano sono riuscite a prendere l’attestato di competenza linguistica e Ornella mi racconta il momento della cerimonia come uno dei più toccanti per lei: «Sono arrivate emozionate e si erano fatte belle, eleganti e truccate, vestite per la cosa importante che è la prova della loro crescita, di qualcosa che hanno fatto per se stesse».

Per far sopravvivere questa realtà esiste una raccolta fondi on line che troverete cercando «Mamme a scuola», ma il valore di questa esperienza nella costruzione della pace civica è incalcolabile e merita l’attenzione stabile delle istituzioni. A salvare la convivenza, nel Paese sempre più multiculturale che è l’Italia, non sarà mai un carcere né un respingimento: sarà sempre una scuola.

 

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Data di aggiornamento: 15 Luglio 2021
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