Medio Oriente, anno zero

La fine del regime di Khamenei, l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran per riscrivere gli equilibri nel mondo arabo, e la rappresaglia di Teheran contro i Paesi del Golfo stanno producendo un cataclisma geo-politico epocale.
01 Marzo 2026 | di

Ormai l’attacco contro l’Iran era nell’aria da giorni. L’alba di sabato 28 febbraio 2026 è stata salutata, nel cielo sopra Teheran, non dai richiami alla preghiera, ma dalle devastanti deflagrazioni prodotte dai missili americani Tomahawk, dalle bombe guidate degli aerei da combattimento, e dai droni di ultima generazione. Le esplosioni hanno sventrato i complessi militari di Karaj, i quartieri settentrionali della capitale e la residenza della guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, e dei suoi familiari.

Per rappresaglia, una pioggia indiscriminata di missili e droni dall’Iran contro i Paesi del Golfo Persico è sembrata il tragico canto del cigno di un regime al crepuscolo. Ma la morte di Khamenei e del suo entourage, e l'incertezza sul futuro del potere degli ayatollah a Teheran, potrebbero avere un costo altissimo e imprevedibile per tutti.

Le operazioni congiunte «Epic Fury» e «Ruggito del Leone», pianificate e lanciate da Stati Uniti e Israele, segnano un punto di non ritorno soprattutto della politica estera di Donald Trump. Come in occasione dell’intervento americano in Venezuela, con l’operazione militare lampo che qualche settimana fa ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, ora il velo della finta diplomazia è caduto anche in Medio Oriente, mentre si è aperto uno scontro frontale con l’Iran, o con quel che resta della sua leadership politico-religiosa e militare.

L’accensione dell’ennesima miccia non è il risultato di un singolo evento, ma il frutto del collasso progressivo e sistematico di ogni argine diplomatico, sgretolatosi in questi mesi. Il fallimento degli ultimi round negoziali tra Stati Uniti e Iran, a Ginevra, per la cancellazione del programma nucleare iraniano, ha convinto Washington e Tel Aviv che Teheran fosse ormai a un passo dal testare la sua prima «bomba atomica» – negata, invece, dal regime degli ayatollah –, e dalla tentazione di lanciare un attacco preventivo contro Israele e le basi militari americane nella regione.

Il dispiegamento dell’Armata a stelle e strisce, con le sue portaerei, non ha mai lasciato dubbi sull’esito dei colloqui di pace. Tanto più che il supporto ai fermenti rivoluzionari antigovernativi, sostenuto da Trump come giustificazione per rovesciare il regime iraniano, macchiatosi indubbiamente di innumerevoli crimini e repressioni contro il suo stesso popolo, è diventato l'alibi perfetto per vestire questa guerra di un ipocrita abito filantropico. Probabilmente nei libri di storia resterà come l’ennesima prova di forza dei disegni strategici di quella parte dell’Occidente che teme di essere fagocitata dall’influenza geo-politica sino-russa e da chi fomenta l’instabilità in Medio Oriente, anche all’interno del complesso mondo arabo.

L’Iran, dal canto suo, anche in passato ha sempre inquadrato questi raid come violazioni della propria sovranità e della Carta delle Nazioni Unite, denunciando il fatto che l’obiettivo reale è sempre stato quello di rovesciare il regime degli ayatollah, e rivendicando, d’altro canto, il diritto all’autodeterminazione nelle proprie scelte in fatto di utilizzo del nucleare per scopi civili e militari.

Questa narrazione è sempre stata funzionale anche a un riflesso storico: quando Teheran viene colpita dall’esterno, tende a ricompattarsi internamente, almeno nell’immediato. Ma anche il presidente americano Trump, vista la crisi interna e gli Epstein files, ha avuto tutto l’interesse a ri-orientare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle minacce esterne agli Stati Uniti per ricompattare i suoi sostenitori, gli indecisi e perfino i suoi oppositori.

L’incognita dell’escalation

Le conseguenze immediate di questa nuova Guerra del Golfo Persico sono imprevedibili dato che le variabili in campo restano numerose, e chi sta giocando questa partita, tende a cambiare le regole in corsa. I missili iraniani piovuti sulle basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrain, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi, oltre che in Israele, potrebbero accendere altri fuochi, ma anche mettere definitivamente Teheran con le spalle al muro.

In Palestina quel che resta di Hamas, senza l’Iran di Khamenei, rischia di implodere. Ma altri soggetti, forse più malleabili, potrebbero prenderne il posto. In Libano Hezbollah che farà? Cercherà nuovi alleati a Mosca e a Pechino senza che questi diano troppo nell’occhio? Se Israele rimanesse impantanato in un lungo conflitto regionale, dovrebbe disimpegnarsi di più nelle sue operazioni militari nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. E questa è forse la speranza non tanto velata di Hamas e di Hezbollah.

La Palestina potrebbe diventare ancora di più un terreno di «proiezione strategica». Lo spazio per il cessate il fuoco e per i corridoi umanitari si restringerebbe, schiacciato da logiche di deterrenza e di rappresaglia, secondo la classica dinamica delle escalation regionali: i fronti locali diventano valvole di sfogo di strategie globali. A essere onesti, gli unici che rischiano di pagare il prezzo più alto di questa incertezza sono proprio i palestinesi, senza terra, senza casa, senza cibo, senza prospettive.

Un ulteriore rischio concreto di questa nuova Guerra del Golfo è il suo allargamento orizzontale: se il protrarsi della risposta iraniana colpisse basi, infrastrutture energetiche o snodi logistici in più Paesi, gli Stati della regione verrebbero trascinati in una guerra che nessuno di loro adesso vuole né può permettersi.

C’è anche il rischio di un allargamento verticale del conflitto: Teheran potrebbe impiegare gli annunciati (e temuti) missili più sofisticati, oltre che droni e attacchi ibridi, mentre Stati Uniti e Israele si troverebbero impegnati in una campagna militare prolungata che non può contare su risorse illimitate.

Infine, ma non ultimo, c’è il rischio marittimo ed energetico: anche solo la minaccia di restringere la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz da parte dei Pasdaran, alleati dei gruppi armati yemeniti degli Houthi, mette pressione sui mercati internazionali, sulle assicurazioni, sulle rotte commerciali e sull’economia globale con il prevedibile aumento del prezzo del petrolio che, al di là dei suoi proclami di facciata su questa guerra, non farebbe che piacere al presidente russo Putin il quale vedrebbe aumentare le entrate con cui pagare la sua guerra personale contro l’Ucraina.

Russia e Cina, convitati di pietra

Mosca ha già bollato l’intervento militare israelo-americano in Iran come un’aggressione, e ha invocato l’intervento dell’ONU condannando l’ingiustificata violazione della sovranità dell’Iran con un beffardo richiamo al diritto internazionale, venuto proprio da chi ha invaso e sta bombardando da quattro anni l’Ucraina.

Va detto che l’Iran è un partner strategico della Russia per le risorse energetiche, i droni, la cooperazione in funzione antioccidentale, e per il fatto che la Russia ha tutto da guadagnare, in questo momento, da un Occidente frammentato e impegnato su più fronti.

Pechino, più prudente per vocazione, è interessata alla stabilità delle rotte energetiche e alla protezione dei suoi investimenti nell’area del Golfo, e non solo. La Cina può offrire piattaforme negoziali e una leva economica, ma tenderà a evitare prese di posizione troppo minacciose che la portino in rotta di collisione con Washington, visto che la questione Taiwan è tutt’altro che definita, almeno fino a quando i costi da sopportare non supereranno i benefici.

E l’Europa? Come al solito tiene i piedi ben piantati in tante staffe quante sono le anime del vecchio continente: ravvisa i rischi di uno Stato come l’Iran, considerato quasi unanimemente sostenitore del terrorismo, ma poi invoca la diplomazia contro la logica delle armi, salvo approvare silenziosamente l’intervento americano che, in fondo, toglie le castagne dal fuoco anche ai leader europei senza che questi debbano prendere posizioni spinose che diventano quasi sempre divisive, o che li impegnano in mesi di estenuanti negoziati interni senza costrutto.

Il pragmatismo americano, contestato apertamente da alcuni, è in fondo condiviso con sollievo anche da quasi tutti coloro i quali sono dediti a lambiccarsi il cervello con le declinazioni possibili del termine diplomazia, ma poi finiscono invariabilmente per lasciare l’ultima parola ai pistoleri del Far West.

Basta davvero un cambio di regime?

Un eventuale cambio di regime in Iran ovvero un ammorbidimento servile, in linea con quello di Caracas nel Venezuela del dopo Maduro, non è scontato che trovi una leadership alternativa pronta. È più probabile assistere a una sostituzione dei vertici con figure dell’apparato o, peggio, a una militarizzazione della catena di comando. Perciò la partita si gioca ora su tre tavoli: la durata della campagna militare, la tenuta dell’attuale leadership iraniana o dei suoi superstiti, e la capacità o la volontà delle grandi potenze di stabilire una road map che conduca a una proficua de-escalation. Se l’incognita dello Stretto di Hormuz chiuso alla navigazione diventa un campo di battaglia reale e non solo minacciato, il conflitto non è più regionale ma diventa sistemico.

Nel caso di un vuoto di potere o di un colpo di stato interno in Iran, le alternative sono poche e piuttosto controverse. Mojtaba Khamenei, figlio ormai orfano della guida suprema, incarna una sorta di continuità dinastica e il controllo sui servizi segreti, il vero potere ombra del regime di Teheran. Ma la sua ascesa potrebbe rappresentare l’ennesima teocrazia destinata a tenere in scacco l’Iran dopo le infelici esperienze con gli ayatollah Khomeini e Khamenei padre.         

Ali Larijani, capo del Consiglio supremo di Sicurezza nazionale iraniana, è considerato un «pragmatico conservatore». Potrebbe diventare l’uomo della transizione in grado di dialogare con l’Occidente per salvare gli apparati statali senza un repulisti generale, ma le sue bellicose dichiarazioni in queste ore sembrano lasciare pochi spazi al dialogo. Tuttavia se non fosse riconosciuto dagli altri poteri forti dell’Iran, a prendere le redini del Paese potrebbe essere un governo di unità nazionale dei Pasdaran guidato dai vertici militari superstiti, più orientati a salvaguardare l’integrità della nazione che non i precetti religiosi.

Infine c’è Reza Pahlavi, l’erede al trono in esilio, simbolo della diaspora iraniana all’estero dopo la rivoluzione khomeinista, ma con una credibilità ancora tutta da costruire in Iran, e al quale non bastano i like sui social.

Il fumo dei bombardamenti e la polvere delle macerie, anche morali, che si alzano in queste ore sopra Teheran e sulle altre città degli Stati del Golfo, oltre che su Israele, con il tragico corollario di centinaia di morti e feriti, non oscurano solo il sole sul Medio Oriente, ma gettano un’ombra sinistra sull’intero anno che abbiamo davanti.

Il mondo è entrato in una nuova fase di incertezza, dove le linee di demarcazione tra i concetti di difesa e di aggressione, di guerra preventiva e di rappresaglia si sono definitivamente assottigliate mentre l’opportunismo politico, le rivendicazioni territoriali, le azioni militari compiute in nome della «pace» e le malie del potere vanno evocando un drammatico déjà vu che richiama i primi decenni del secolo scorso. Ma allora si combatteva ancora col moschetto e i cannoni. Oggi, invece, ci sono armi micidiali e silos pieni di missili con testate nucleari che più di qualcuno smania di usare.

Data di aggiornamento: 01 Marzo 2026
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