01 Febbraio 2026

Pregare è entrare in relazione

Spesso preghiamo per chiedere cose per noi. In realtà la preghiera non è merce di scambio ma il modo per creare un rapporto con Dio.
Pregare è entrare in relazione

© Imgorthand / Getty Images

A metà del mese di febbraio di quest’anno inizia il tempo di Quaresima, occasione preziosa per il nostro cammino di fede. Nel brano del vangelo del Mercoledì delle Ceneri vengono richiamate tre pratiche concrete per vivere appieno questo tempo propizio: il digiuno, l’elemosina e la preghiera. Ci vogliamo soffermare su quest’ultima e sull’importanza che ha per la vita cristiana, partendo dal fatto che Gesù stesso ha invitato a pregare, dando per primo l’esempio: molte volte nel Vangelo lo troviamo in disparte, in luoghi deserti, ritirato. Di quei tempi non sappiamo molto, perché sono poche le indicazioni esplicite di come ha vissuto quei momenti: le troviamo soprattutto nell’ora del Getsemani, in cui Gesù cade «faccia a terra» e prega Dio, chiamandolo «Abbà», chiedendo che venga allontanato il calice della passione, ma che si compia la volontà del Padre.

L’aspetto fondamentale, testimoniato da tutta la vita terrena di Gesù, è proprio la sua relazione con il Padre; anche nella preghiera Gesù cerca Lui prima di ogni altra cosa. Invece, spesso, noi ci mettiamo a pregare chiedendo delle cose, mettendo al centro le nostre preoccupazioni o i nostri pensieri, ma non cerchiamo veramente la relazione con Dio: vorremmo ottenere da Lui ciò di cui abbiamo bisogno e magari usiamo la preghiera come merce di scambio. Tale era il modo di pregare degli antichi greci e dei romani: i loro dèi, spesso litigiosi e occupati nei propri affari, dovevano essere «tenuti buoni» con sacrifici e offerte… anche la religione diventava un rapporto commerciale, non portava a una relazione vitale. Invece Dio, quello che Cristo ci ha rivelato, desidera incontrarci e stare con noi, non per fini personali, ma perché è amore: così si è manifestato, assumendo addirittura la condizione umana in Gesù, suo Figlio.  

Pregare, quindi, è mettersi in relazione con Dio, che ci cerca e ci desidera. L’aveva ben compreso Francesco d’Assisi, il quale più volte insisteva sull’importanza di conservare «lo spirito della santa orazione» (ricordiamo che lo raccomanda anche al nostro Antonio, in una lettera), «al quale devono servire tutte le altre cose temporali» (cfr. Regola Bollata V, FF 88). La sua esperienza cristiana non si può comprendere senza il riferimento alla preghiera: è proprio in essa che il Poverello coglie quelle intuizioni profonde che gli mostrano il senso della sua vita.

Tuttavia, per Francesco la preghiera non è solo uno strumento, ma diventa un abito, al punto che Tommaso da Celano, suo primo biografo, afferma che Francesco «non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente» (cfr. FF 682). Un aspetto chiave della questione è la necessità del raccoglimento: le fonti francescane ci consegnano alcune modalità del santo di Assisi per entrare in preghiera. Privilegiava i luoghi appartati, dove poteva dialogare ad alta voce con il Signore; se però non era possibile, si faceva una piccola cella col mantello, o nascondeva il volto con la manica, o infine «faceva un tempio del suo petto» (cfr. FF 681-682).

In tutto questo, leggiamo la necessità di frapporre una distanza rispetto alla frenesia del mondo, per stare intimamente con Dio: ne abbiamo bisogno, perché Dio è l’unico che è capace di prendersi cura del nostro cuore, di portarvi quella pace necessaria. Ci viene però da chiedere: non c’è forse il rischio di vivere un intimismo che ci estranea  dal mondo? Be’, il rischio c’è, ma si può affrontare ricordando che il vero scopo della preghiera è vivere l’amore: entrare più in profondità nella vita, nelle situazioni concrete di ogni giorno, con uno sguardo e con un cuore che sono però un po’ più simili a quelli di Dio.

Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»! 

Data di aggiornamento: 01 Febbraio 2026
Lascia un commento che verrà pubblicato