Prendere la «forma» del Vangelo

Dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo (Fonti Francescane 116).
03 Agosto 2026 | di

Dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo (Fonti Francescane 116).

C’è un’espressione che ritorna costantemente negli scritti di Francesco d’Assisi: «Poiché dice il Signore nel Vangelo», in questa forma o espressa in perifrasi simili, tuttavia sempre fondando ogni impegno chiesto a sé e ai suoi frati su una parola di Gesù. Il Vangelo è l’imprescindibile criterio di discernimento per l’assisiate. Lo è stato sin dall’inizio del suo cammino, quando, lasciato l’abito secolare e restaurata la chiesa di San Damiano, Francesco, ci racconta Tommaso da Celano, «si trasferì nella località chiamata la Porziuncola, dove c’era un’antica chiesa costruita in onore della Beata Vergine Madre di Dio, ormai abbandonata e non curata da nessuno. Vedendola il santo di Dio in quel misero stato, mosso a compassione, anche perché aveva grande devozione per la Madre di ogni bontà, vi stabilì la sua dimora e terminò di ripararla: era il terzo anno della sua conversione. […] Ma un giorno in cui in questa chiesa si leggeva il brano del Vangelo relativo al mandato affidato agli apostoli di predicare, il santo, che era presente e ne aveva intuito solo il senso generale, dopo la Messa pregò il sacerdote di spiegarli il passo. Il sacerdote glielo commentò punto per punto e Francesco, udendo che i discepoli di Cristo non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né due tonache, ma soltanto predicare il regno di Dio e la penitenza, subito, esultante di divino fervore esclamò: “Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!”» (Vita Prima: FF 356). 

È il Vangelo a portare a consapevolezza il desiderio profondo di un giovane alla ricerca di un altro orientamento per la sua vita. È significativo anche il fatto che Francesco da subito cerca la mediazione ecclesiale, sottopone la sua intuizione a verifica, docile a lasciarsi istruire, fiducioso nell’insegnamento di un sacerdote che – essendo allora la Porziuncola chiesa marginale – sarà stato un uomo semplice, ma capace di trasmettere l’esperienza di Dio che si fa voce e cammino. 

Il Vangelo è la «regola», la misura che dà forma all’esistenza del santo e dei suoi compagni. I fratelli donati sono lo spazio per accoglierlo e dargli corpo, vita nella propria esistenza. Francesco lo suggerisce ricordando nel Testamento che «dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. E io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor papa me la confermò» (Testamento: FF 116). I fratelli sembrano essere propedeutici alla rivelazione, quasi che la comunione vissuta sia la chiave per l’appello di Dio. Tra due o tre riuniti nel nome di Lui la Parola si fa azione, palpita di esistenze. Dal Vangelo si irradia la vita dei frati: «La Regola e vita dei Frati Minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità» (Regola bollata I: FF 75). 

È il Vangelo la mediazione insostituibile per attuare, senza inganni, i comandamenti del Signore: «E tutti i frati, ogni volta che si saranno allontanati dai comandamenti del Signore e andranno vagando fuori dell’obbedienza, come dice il profeta, sappiano che essi sono maledetti fuori dell’obbedienza, fino a quando rimarranno consapevolmente in tale peccato. E quando perseverano nei comandamenti del Signore, che hanno promesso attraverso il santo Vangelo e la loro forma di vita, sappiano che sono nella vera obbedienza e siano benedetti dal Signore» (Regola non bollata V: FF 21). Francesco è uomo evangelico, poiché assume la parola evangelica radicalmente e ne fa contenuto del suo pensiero, ne fa mentalità, tanto che i suoi scritti sono compenetrati di citazioni, talora da lui liberamente associate in una sua personale esegesi. Non si tratta della preoccupazione di riferire a memoria ma, piuttosto, di esprimere una comprensione viva e concreta di una parola introiettata meditando, adorando, pregando. Il santo ha ben presente anzitutto per sé quella coerenza che richiama – come esigenza di verità – agli altri: «Dice l’Apostolo: “La lettera uccide, lo Spirito invece dà vita”. Sono uccisi dalla lettera coloro che desiderano sapere unicamente le sole parole, per essere ritenuti più sapienti in mezzo agli altri e poter acquistare grandi ricchezze e darle ai parenti e agli amici. E sono uccisi dalla lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura, ma piuttosto bramano sapere le sole parole e spiegarle agli altri. [...]» (Ammonizione VII: FF 156). 

Il Vangelo, per l’assisiate, va vissuto sine glossa, senza commenti, accogliendolo così come il Signore ce lo offre, con quella semplicità che è sorella della autentica sapienza – afferma il santo nel Saluto alle virtù: FF 256 – e che «confonde ogni sapienza di questo mondo e la sapienza della carne» (FF 258). Sapere il Vangelo è vivere affidandosi alla Parola del Signore, darle totalmente credito, incondizionatamente. La Parola e la carne – quanto il santo contempla nel Figlio di Dio – comunicano l’una all’altra nel mistero dell’Incarnazione, ma anche pongono l’esigenza che ogni detto del Signore susciti una realtà. «Meditava continuamente le sue parole», racconta Tommaso da Celano, «e con acutissima attenzione non ne perdeva mai di vista le opere» (Vita Prima: FF 467). Francesco provoca così ogni cristiano: crediamo che quella Parola non solo può, ma deve accadere nella nostra vita?

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Data di aggiornamento: 03 Agosto 2026
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