Senti, ascolta, spera

Ripartiamo da tre parole chiave, ereditate dal 2025, che contraddicono l’imperante clima di violenza. Per iniziare il 2026 con il piede giusto.
07 Gennaio 2026 | di

Quali parole riflettono il «lascito» più fruttuoso dell’anno trascorso e possono orientarci in quello che verrà? Al primo posto proporrei il sostantivo empatia. So che c’è chi lo usa con motivazioni strumentali, perché una comunicazione empatica «migliorerebbe la leadership». No, il marketing non mi interessa, le ragioni della mia scelta ritornano al senso profondo della parola e a quanto di positivo è accaduto nel 2025. Empatia per me è la capacità di «mettersi nei panni dell’altro». Penso stia qui la chiave per leggere la spinta interiore che ha portato, nei mesi scorsi, centinaia di migliaia di persone in Italia e in Europa a mobilitarsi per esprimere la propria solidarietà alle vittime delle guerre, a partire dai civili sterminati a Gaza. Abbiamo avvertito l’inaccettabilità di tanta sofferenza, la necessità di non rassegnarci e l’esigenza etica di dare corpo a questa vicinanza. 

Non si è trattato solo di generosa sensibilità: dietro ci sono ragioni sia culturali che «fisiologiche» ben più profonde. Ce lo dice pure la Treccani che, alla voce empatia, spiega come nell’umano ci siano processi neurobiologici che portano ciascuno di noi ad avvertire come proprio «il dolore dell’altro», che ci attivano, ci fanno reagire. Quello che qui conta però è un altro punto: queste considerazioni smontano la narrazione dominante secondo la quale la violenza, la guerra e i genocidi sarebbero inevitabili. Le scoperte scientifiche più recenti ci dicono l’opposto: siamo strutturalmente predisposti a cooperare, non è nella nostra natura accettare immagini e notizie di bambini che muoiono o che soffrono la fame in nome della «volontà di potenza» di leader spietati. Forse è proprio per questo che chi gestisce il potere della comunicazione ci nasconde sistematicamente quanto accade in Africa, a cominciare dal Sudan, dove le stragi sono quotidiane.

Certo, ci vuole una disposizione all’ascolto, seconda parola chiave. Siamo davanti a un’altra dimensione della contemporaneità, quella dell’individualismo e della frammentazione generati pure dalle tecnologie e dal sovraccarico di stimoli cui siamo sottoposti. Parlo della velocità della comunicazione, del tempo che manca sempre, della stanchezza mentale e dell’attenzione, della «cultura della prestazione». È venuto il momento di farsi seriamente qualche domanda: ci piace una vita in cui tutti parlano ma nessuno ascolta? Ci entusiasma un mondo dove un pugno di personaggi approfitta di questa condizione umana per comandare e arricchirsi? 

Uno degli eventi letterari più rilevanti del 2025 è stato la pubblicazione nel nostro Paese dell’ultimo saggio di Byung Chul Han, uno dei pensatori più lucidi del nostro tempo, filosofo tedesco di origine coreana. Da noi hanno scelto come titolo Contro la Società dell’Angoscia, privilegiando il «polo negativo» del discorso ma in Germania era uscito come Lo spirito della Speranza. Il libro in realtà è una apologia dell’attiva speranza che non è illusione o retorica consolazione. È la terza parola che illumina il nuovo anno dando forza a chiunque veda nel suo inizio l’augurio di un cambiamento. Chi spera si impegna per un «non ancora» verso il quale tendere, l’opposto della rassegnazione. 

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Data di aggiornamento: 07 Gennaio 2026

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