Gli iraniani vogliono la libertà
Nasim Eshqi è nata a Teheran il 21 marzo 1982. Alpinista professionista, da sempre lotta per i diritti delle donne iraniane. Arrestata più volte perché sorpresa ad arrampicare senza l’hijab (il velo islamico) o perché si stava allenando con uomini, dal 2022 vive in esilio in seguito alla sua forte condanna contro il regime degli ayatollah, responsabile dell’uccisione di Mahsa Amini, morta dopo essere stata arrestata dalla polizia morale che le contestava l’accusa di non aver indossato correttamente l’hijab.
La vita dell’alpinista Nasim Eshqi è stata raccontata nel documentario Climbing Iran (2020) e nel libro Ero roccia. Ora sono montagna, pubblicato da Garzanti nel 2024.
Msa. Quando è tornata in Iran l’ultima volta?
Eshqi. Quattro anni fa. Non ho lasciato l’Iran con l’intenzione di andare in esilio. Avevo intrapreso un giro di arrampicate sulle Alpi. Dopo l’uccisione di Mahsa Amini per mano del regime islamico, ne ho parlato pubblicamente durante i miei incontri e sui media. Da quel momento ho capito che non potevo più tornare in Iran. Parlare e dire la verità ha reso il mio ritorno impossibile.
Che cosa significa per lei l’Iran?
Iran è una lingua, una memoria e una resistenza che si rifiuta di scomparire. Nonostante l’invasione e secoli di regole islamiche, noi abbiamo conservato la nostra lingua e la nostra identità. Noi parliamo ancora il persiano, non l'arabo. E la sopravvivenza di tutto questo non è stato un caso, ma il frutto di una ricca cultura e di una tenace resistenza.
Può definire, con tre parole-chiave, l’Iran di oggi?
Resistenza, donne, rivolta per la libertà.
Cosa ricorda delle proteste del 2019? Lei era in Iran?
Le proteste del 2019 furono un punto di svolta. Richieste pacifiche si scontrarono con una violenza estrema. Mi trovavo in Iran. Ci furono uccisioni, la chiusura di Internet e un silenzio imposto. I lacrimogeni riempivano le strade e le forze di sicurezza sparavano. Le università venivano attaccate. E nonostante tutto questo, la gente resisteva, non indietreggiava, e chiedeva libertà.
Nel 2022 ci furono altre proteste in seguito all’uccisione di Mahsa Amini.
Non ero in Iran, ma mi trovavo sulle Alpi per alcune scalate quando sentii la notizia. Fu come se mi avessero ucciso con lei. Nulla aveva più senso. Ho iniziato a parlare pubblicamente per diventare una voce delle donne iraniane, e ho scritto un libro. Da quel momento il mio esilio è diventato permanente. La cosa che ricordo maggiormente è il coraggio: donne disarmate che fronteggiavano la polizia e le pistole dicendo: «Puoi uccidermi, ma non puoi prendere la mia libertà». Mahsa Amini è stata come una chiamata, una sveglia. Le donne guidavano la protesta nelle strade, e gli uomini erano al loro fianco. Assieme.
Cosa pensa delle recenti proteste?
È una rivoluzione che dura da tempo, che arriva da lontano. È iniziata anni fa, e non finirà fino a quando il regime islamico non sarà crollato. La gente non sta più chiedendo riforme, ma sta rifiutando l’intero sistema. La repressione è arrivata a livelli mai visti: uccisioni di massa, migliaia di arresti, la chiusura prolungata di Internet e una violenza sistematica. Abbiamo sentito parlare di 12 mila persone uccise, anche se questa è una cifra che è quasi impossibile da immaginare, e molti ritengono che il numero possa essere anche maggiore. Un tale livello di violenza mostra la volontà del regime di distruggere il suo stesso popolo pur di sopravvivere. Il mio cuore è con le persone nelle strade. Stanno affrontando un regime che non solo uccide i propri cittadini, ma finanzia e supporta gruppi terroristici al di fuori dei confini iraniani, come Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Chiunque ritenga che la violenza resterà confinata all’Iran e al Medio Oriente si sbaglia di grosso. Il regime islamico esporta ideologia, odio e violenza. Ciò che sta accadendo in Iran non è una tragedia locale, è una minaccia globale.
Quali sono le restrizioni che il regime degli ayatollah ha imposto alle donne?
C’è un controllo su come ci si veste, sui movimenti, sul corpo, sulla voce e sulle ambizioni. I matrimoni forzati tra giovanissimi sono legalizzati. Le bambine sono costrette a sposarsi anche a 9 anni. Le donne, poi, perdono la custodia dei loro figli dopo il divorzio. In caso di eredità, la sua parte è metà di quella dell’uomo. Le donne non sono trattate come cittadine, ma come oggetti da riproduzione: controllate, messe a tacere e sfruttate dallo Stato. Questa, però, non è la nostra cultura. Questa è violenza sistematica. In Iran le donne vivono in un sistema istituzionalizzato di discriminazione e controllo. Nonostante questo, una nuova generazione si rifiuta di essere sottomessa e si trova a pagare un prezzo altissimo, brutale. Vengono uccise, arrestate e torturate solo perché sono donne che chiedono libertà. Hanno studiato, sono coraggiose e hanno una coscienza politica. Ed è proprio questo che il regime teme, ciò di cui ha paura. Sotto la legge del regime islamico, l’essere donna è visto come se fosse un crimine, e la resistenza si paga a un costo altissimo.
Riesce a immaginare una donna alla guida dell’Iran in futuro?
Sì, non solo riesco a immaginarlo, ma credo che l’Iran non sarebbe davvero libero se ciò non avvenisse. L’Iran dovrà essere guidato da competenza, visione e responsabilità, non da ideologia, genere o religione.
Lei ritiene che lo sport possa essere una strumento utile a cambiare la condizione delle donne in Iran?
Assolutamente sì. Lo sport rende il tuo corpo visibile, forte e incontrollabile ed è proprio per questo che il sistema autoritario lo teme. Grazie allo sport, le donne acquisiscono sicurezza, autonomia e una visibilità globale. Ogni corpo di donna forte, diventa così un atto di resistenza. Però anche le organizzazioni internazionali hanno un ruolo nella condizione delle donne: le organizzazioni sportive internazionali non posso dichiararsi neutrali, e poi riconoscere regimi che negano sistematicamente i diritti più basilari delle donne. Anche le Olimpiadi, che si presentano come apolitiche, in realtà ammettono Stati come Iran e Afghanistan che hanno ideologie apertamente contro le donne, eppure questi Stati ottengono una passerella internazionale. Tale contraddizione non può essere ignorata. Quando le organizzazioni internazionali scelgono la diplomazia, gli interessi economici e la convenienza politica a scapito dei diritti delle donne, allora non sono neutrali. Appoggiare l’oppressione non è neutralità, è complicità.
Cosa sogna per il futuro dell’Iran?
Sogno un Iran dove nessuno venga ucciso per aver parlato, vestito o anche sognato in modo diverso da quello imposto. Un Iran dove le donne non siano il simbolo del controllo, ma le leader del cambiamento. Un Iran in cui la libertà non è una promessa, ma è vissuta realmente.
Pensa che gli iraniani possano far cadere il regime da soli, senza un intervento internazionale?
No, e la Storia ce lo dice molto chiaramente. Ci sono momenti in cui la sola resistenza interna non è sufficiente per far cadere un regime totalitario. La gente resiste, lotta, ma il sacrificio che paga con la vita non basta perché la macchina della repressione è troppo forte. Gli europei hanno vissuto questa condizione: la resistenza degli italiani contro Mussolini, quella dei tedeschi contro Hitler, ma la caduta di quei regimi ha richiesto interventi internazionali. Senza di essi, la violenza sarebbe durata molto più a lungo, e ci sarebbe stato un numero maggiore di vittime. La Storia dimostra che i regimi totalitari non crollano perché il mondo è gentile. Crollano quando il costo della sopravvivenza diventa maggiore del costo del collasso. L’Iran ha raggiunto questa condizione: ritenere che la popolazione da sola possa far crollare un regime ricco di armi e guidato da un’ideologia non è solidarietà, è abbandono.
Cosa succede quando il mondo si limita a rispondere con dichiarazioni e sanzioni?
Quando la risposta internazionale si limita alle parole e a misure simboliche, i regimi autoritari imparano che possono proseguire senza alcuna conseguenza. Le sanzioni non hanno fermato le esecuzioni. Le dichiarazioni non hanno fermato le torture. Il silenzio e la cautela hanno unicamente prolungato le sofferenze del popolo iraniano. A un certo punto, rifiutare azioni decisive non protegge la pace, ma protegge gli oppressori.