L'app col morto
Tre minuti di video, a quanto pare, bastano per resuscitare un morto. O almeno per crearne un simulacro digitale capace di conversare, consigliare, accompagnare. È la promessa di 2wai, un’app che ha conquistato 40 milioni di visualizzazioni con un video inquietante: una donna incinta dialoga col fantasma algoritmico della madre defunta, poi il nipote cresce e continua a chiacchierare con la «nonna digitale» che non ha mai conosciuto. «E se le persone che abbiamo perduto potessero far parte del nostro futuro?», chiede retoricamente il fondatore Calum Worthy. Ovvero, perché elaborare il lutto quando possiamo aggirarlo? Un patto faustiano mascherato da conforto tecnologico, che nasconde una logica commerciale spietata. Un ricatto emotivo per trasformare il cordoglio in rendita mensile.
La tecnica offre l’illusione di esorcizzare individualmente la paura più antica dell’umanità. Invece di attraversare collettivamente il dolore, lo privatizziamo, lo medicalizziamo con un algoritmo. Dimenticando che per millenni l’elaborazione del lutto è stata esperienza corale: rituali funebri, veglie, commemorazioni. Pratiche che aiutavano la comunità a trasformare la perdita in memoria condivisa. La promessa di immortalità digitale costruisce piuttosto un cimitero interattivo, dove i morti non riposano mai. E noi sopravvissuti, invece di imparare a lasciar andare, restiamo intrappolati in conversazioni posticce con avatar che mimano ciò che non esiste più. Non vita eterna, ma lutto infinito. A rate.
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