Il mistero della tomba perduta

La notte del 12 dicembre 1818, sotto la Basilica di Assisi, cinque frati armati di picconi e lanterne svelarono, dopo 588 anni, il luogo della sepoltura di san Francesco. Una storia avvincente in cui si intrecciano segreti e leggende.
14 Marzo 2026 | di

Assisi, 25 maggio 1230. Quattro anni dopo la morte di Francesco, la chiesa inferiore della nuova Basilica è pronta, e il corpo del Santo vi viene trasferito dalla chiesa di San Giorgio dove era stato sepolto provvisoriamente. È una processione notturna. Frate Elia da Cortona, primo successore di Francesco, dirige personalmente l’operazione. Francesco viene calato sotto l’altare maggiore. Poi frate Elia fa murare tutto «con tanta diligenza» che nessuno riesce più a capire dove sia finito il corpo. Perché tanto segreto? Le ragioni erano concrete: nel Medioevo i corpi dei santi erano tesori contesi, spesso trafugati da città rivali o smembrati per ottenere reliquie. Perugia, nemica storica di Assisi, avrebbe fatto di tutto per impossessarsi di Francesco. O, forse, fra Elia voleva solo proteggere la tomba da ogni profanazione, garantendo al Poverello quella pace che aveva tanto amato in vita. Fatto sta che da quella notte del 1230, nessuno seppe più dove fosse esattamente sepolto il fondatore dell’Ordine francescano.

Col passare del tempo si affievolì la memoria storica e nacquero delle leggende. Si diffuse la credenza che il corpo fosse rimasto incorrotto, miracolosamente «elevato in piedi, intatto e quasi vivo, con gli occhi aperti verso il cielo». Si diceva che riposasse in una misteriosa «terza chiesa» sotterranea, insieme a sette compagni anch’essi incorrotti. Il mistero si infittì ulteriormente nel 1607, quando un frate di nome Tinassi raccontò di aver scoperto una chiesa sotterranea serrata da una porta di bronzo. In essa, su una tavola situata sopra un altare, vide «il corpo del glorioso padre san Francesco in piedi con la faccia rivolta verso detta porta». Secondo il suo racconto, in seguito non trovò più l’apertura da cui era entrato nella chiesa. Storia o invenzione? Non lo sapremo mai. Ma papa Paolo V, allarmato, decretò che chiunque osasse cercare la tomba sarebbe stato immediatamente scomunicato. Il divieto restò in vigore per due secoli.

Nel 1755, papa Benedetto XIV autorizzò segretamente fra Bonaventura Tebaldi, ministro generale dei Conventuali, a indagare. Furono scavi notturni, condotti nel massimo riserbo. Tebaldi scoprì che l’altare maggiore conteneva solo una «culla» di pietra vuota, e che la famosa «terza chiesa» sotterranea era, come lui stesso annotò, una «mera frottola». Ma, attraverso una fessura nella roccia, Tebaldi intravide qualcosa: un’urna, più in profondità. Non ebbe, però, il tempo di raggiungerla. Benedetto XIV morì nel 1758 e con lui anche il segreto dell’indagine. Tebaldi rispettò il silenzio imposto dal Papa, ma intanto, su un opuscolo, datato 1664, che raccontava le leggende sulla tomba, aveva annotato: «È una bella impostura. Non vi fidate». 

Il sarcofago di travertino

Nell’estate del 1818, dopo la caduta di Napoleone, il ministro generale dell’Ordine, De Bonis, chiese a papa Pio VII di riprendere le ricerche. Dopo un primo tentativo fallito, il 5 ottobre 1818 continuarono gli scavi. Per quasi due mesi, cinque frati – fra Antonio Latini, fra Clemente Rizzi, fra Tommaso Rondoni, fra Vincenzo Jernico e fra Pio Ganora – scavarono di notte un cunicolo sotto il trono pontificio, puntando verso l’altare maggiore. Lavoravano alla luce tremolante delle fiaccole. Con picconi e scalpelli battevano sulla roccia dura del Subasio. «Le botte rumorose dei picconi sui massi rimbombavano fuori della Chiesa – annotò il cronista fra Bartolomasi – e i secolari venivano di notte alla porta della Basilica a sentirli». Gli assisani capirono, e già si mormorava che i frati stessero cercando san Francesco. Il segreto era ormai impossibile da mantenere.

Il 12 dicembre 1818, fra Tommaso diede l’ultima picconata. Il muro cedette. Attraverso l’apertura, i frati videro una grossa lastra di pietra. Sotto, un’inferriata massiccia con sbarre incrociate. Ancora più sotto, un sarcofago di travertino bianco. Avvicinarono le lanterne. Attraverso i fori quadrati della grata si vedeva, dentro il sarcofago, uno scheletro umano. Cesare Mariani, mastro muratore presente alla scoperta, testimoniò che «dai fori dell’inferriata esalava un soavissimo odore». Era quello il corpo di Francesco? Fra Zabberoni, custode del Sacro Convento, fermò tutto. Prima di procedere oltre, serviva l’autorizzazione pontificia per un’indagine ufficiale. L’ingresso del cunicolo fu sigillato. I frati giurarono il silenzio. Ma la notizia trapelò in pochi giorni. 

Spoglie senza nome

Tra il dicembre del 1818 e il gennaio del 1819 il dubbio tormentava tutti. Il sarcofago non aveva iscrizioni. Perché frate Elia non aveva inciso almeno le iniziali C.S.F. (Corpus Sancti Francisci)? Lo scheletro inoltre era supino e non «in piedi, intatto, con gli occhi aperti». Qualcuno avanzò un’ipotesi inquietante: è forse lo scheletro di fra Guglielmo, l’ultimo compagno di Francesco, sepolto secondo le cronache «vicino alla tomba del santo maestro»? Il 17 gennaio 1819, Pio VII nominò quattro vescovi dell’Umbria come Delegati apostolici per procedere con le indagini. 

Il processo fu meticoloso e durò fino a fine mese: interrogatori dei testimoni diretti degli scavi, sopralluoghi nella cripta, apertura del sarcofago, esame delle ossa da parte di medici e chirurghi, analisi degli oggetti trovati. Il 28 gennaio fu aperto il sarcofago: la pesante lastra di copertura venne rimossa. Si tagliarono gli anelli di ferro che tenevano la massiccia inferriata saldata al sarcofago, e finalmente vescovi e periti poterono vedere chiaramente il contenuto. Nel sarcofago c’erano: uno scheletro umano supino, lungo 139 centimetri; dodici monete, trenta grani d’ambra (una corona da preghiera), un anello, una pietra informe vicino al cranio (forse il capezzale), frammenti metallici ossidati. I medici esaminarono lo scheletro: maschio adulto, età media, ossa ben conservate, anche se il cranio era frammentato. Nove denti visibili. Compagine ossea tipica di un uomo di circa 50 anni. Le ossa furono poi estratte e riposte in tre cassette di legno sigillate. Tutto fu inventariato, pesato, descritto nei minimi particolari. 

L’identità provata

I verbali del processo, centinaia di pagine, furono inviati a Roma, dove l’avvocato concistoriale, Giuseppe Guadagni, fu incaricato di preparare la dimostrazione giudiziale dell’identità. Non c’erano prove materiali dirette (nessuna iscrizione sulla tomba), ma Guadagni costruì un’argomentazione storica serrata, basata su cinque pilastri:
1. Il luogo. Tutti i documenti papali avevano detto per sei secoli che Francesco era stato sepolto sotto l’altare maggiore. Nessuna fonte aveva mai indicato un altro posto.
2. La sepoltura straordinaria. Solo per un santo si costruisce una tomba così: sarcofago monolitico protetto da due inferriate di ferro massiccio, nel punto più sacro della Basilica.
3. Le monete. Gli antiquari romani Carlo Fea e Alessandro Visconti esaminarono le monete e le datarono tra il 1167 e il 1230, perfettamente compatibili con la morte di Francesco (1226) e la sepoltura (1230).
4. La tradizione ininterrotta. Ogni Papa, da Gregorio IX in poi, aveva sempre confermato che «lì riposa il corpo di san Francesco». Nessun Pontefice aveva mai dubitato.
5. L’assenza di alternative credibili. Chi altri poteva meritare una sepoltura così onorevole sotto l’altare maggiore di una nuova Basilica? Fra Guglielmo era un compagno, non il fondatore dell’Ordine.

Una commissione cardinalizia esaminò tutto, e il 17 luglio 1820 votò all’unanimità: «Constare de identitate corporis Sancti Francisci» – è provata l’identità del corpo di san Francesco. Il 20 settembre 1820, dopo due anni dall’inizio degli scavi, Pio VII pronunciò il giudizio definitivo: quello era davvero il corpo del Poverello di Assisi. Ad Assisi esplose la gioia. Suonarono tutte le campane della città. La sera furono illuminate con fiaccole la Basilica, la Rocca Maggiore, i palazzi pubblici. Il 24 settembre ci fu una Messa solenne in cattedrale. Il vescovo, i magistrati del Comune, i rappresentanti di tutte le famiglie francescane presenziarono alla celebrazione. A Roma, il 17 settembre, Pio VII in persona aveva partecipato alla Messa solenne nella basilica dei Santi XII Apostoli. Dopo quasi sei secoli di mistero, la Chiesa poteva finalmente dire: Francesco è qui. È sempre stato qui, dove frate Elia lo aveva deposto nel 1230. Nel 1824 fu costrui­ta una prima cripta neoclassica per permettere ai fedeli di venerare la tomba. Le ossa di Francesco furono collocate in un’urna di bronzo dorato. Nel 1932 la cripta fu completamente rinnovata dall’architetto Ugo Tarchi in forme più semplici e coerenti con lo stile della Basilica. L’urna fu posta dietro l’altare, nella nuda roccia del Subasio, dove si trova ancora oggi.

Dal 22 febbraio al 22 marzo di quest’anno, per la prima volta nella storia, le spoglie mortali di Francesco vengono esposte per la venerazione. Dopo 800 anni, finalmente è possibile vedere con i propri occhi quello che frate Elia aveva nascosto con tanta cura. La storia della tomba perduta e ritrovata ci ricorda una verità profonda. Come disse Giovanni nel suo Vangelo: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Francesco fu sepolto come un seme nella roccia del Subasio. Quel seme è germogliato in una foresta che oggi abbraccia il mondo intero.

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Data di aggiornamento: 14 Marzo 2026
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