10 Marzo 2026

La catastrofe di Courrières

120 anni fa, il 10 marzo 1906, un’esplosione devastò la miniera di carbone tra Courrières e Lens nel dipartimento di Pas-de-Calais. Morirono centinaia di minatori, molti dei quali italiani, che lavoravano in condizioni disumane.
Alcune salme mentre vengono portate al cimitero, nel bel mezzo di una bufera di neve.
Alcune salme vengono portate al cimitero, nel bel mezzo di una bufera di neve.
© Compagnie des mines de Courrières / Jännick Jérémy / Pubblico dominio

Durante le migrazioni italiane di inizio ’900, grazie alle Convenzioni sul lavoro del 1904, molti nostri connazionali si riversarono anche nelle aree settentrionali di una Francia in pieno sviluppo industriale, per lavorare nelle sue fiorenti miniere di carbone. Nel contempo, il dipartimento di Pas-de-Calais, uno dei principali poli minerari francesi, che aveva bisogno di un gran numero di operai, trovò nei migranti un prezioso contributo per l’economia locale. Gli ambienti minerari, però, si presentavano pericolosi, insalubri, bui, umidi, saturi di polvere di carbone e con scarsa ventilazione. Lo sforzo fisico era intenso e continuo, e le tutele si limitavano a una legislazione sulla sicurezza ancora in fase di sviluppo e spesso inadeguata, lasciando i minatori in situazioni di grande vulnerabilità.

Nel marzo del 1906, esattamente 120 anni fa, avvenne la più grave tragedia mineraria della storia europea, definita come la «catastrofe di Courrières», il cui nome derivava dalla compagnia mineraria implicata, ma che in realtà si verificò nei comuni di Billy-Montigny, Méricourt e Sallaumines, situati nel dipartimento francese di Pas-de-Calais, regione dell’Alta Francia. Agli inizi del ’900 il combustibile fossile era il motore dell’industrializzazione in Europa, soprattutto nella Francia settentrionale, dove le miniere si configuravano come il caposaldo dell’economia e la domanda di carbone in Europa era in continuo aumento, portando il bacino minerario dell’allora regione Nord-Pas-de-Calais a uno sviluppo esponenziale. Questa miniera, gestita assieme ad altre dalla Compagnie des mines de Courrières, simbolo di potenza nazionale, veniva criticata per i salari miseri, a volte legati al cottimo, ambienti rischiosi, orari disumani e scarse misure di sicurezza.

Un disastro annunciato

Solo pochi giorni prima della tragedia, tra il 6 e il 7 marzo 1906, si era sviluppato un incendio in una vena abbandonata della miniera, evento frequente all’epoca, anche a causa della prassi di non riempire le vecchie gallerie con materiali di riporto, costituiti da terra e scarti di lavorazione. L’incendio fu poi circoscritto, nonostante fosse già stato individuato un nuovo focolaio in un’altra galleria. Pierre Simon, un delegato minerario, noto come Ricq, aveva più volte messo in guardia sui pericoli del legname abbandonato e dell’accumulo di gas tossici, oltre alla mancanza d’aria e ai percorsi precari. Tuttavia, la direzione ignorò i suoi avvertimenti per il timore di rallentare la produzione, sigillando l’area con serragli di cemento e mattoni ignifughi invece di inondarla. Purtroppo, alle 6.34 del mattino del 10 marzo 1906, un’esplosione fatale si propagò rapidamente nelle gallerie collegate, sollevando polveri di carbone e attivando ulteriori detonazioni in un ambiente con lampade a fiamma libera ed esplosivi ad alto rischio.

I minatori del primo turno erano già scesi a 300 metri sottoterra, prima che 110 chilometri di gallerie crollassero in pochi istanti. Da un pozzo la gabbia del montacarichi fu catapultata 10 metri oltre la superficie, e da un altro emersero corpi senza vita e operai svenuti, mentre 1.800 minatori rimasero intrappolati nei cunicoli sotterranei. L’esplosione devastante colpì varie gallerie, portando alla morte di 1.099 minatori, tra cui 200 minorenni e circa 200 italiani. Lo sforzo di salvataggio si rivelò complesso in quanto la squadra di recupero dovette affrontare le frane, le alte temperature e i gas tossici. Inoltre, i soccorritori francesi, sprovvisti di maschere antigas, furono coadiuvati da quelli tedeschi, nonostante questi ultimi fossero stati accolti con ostilità a causa delle tensioni per le reciproche ambizioni coloniali. 

Un aspetto controverso del disastro fu la decisione della compagnia mineraria di sospendere le operazioni di salvataggio dopo soli tre giorni, con lo scopo di proteggere altre parti della miniera, causando però molti decessi per mancanza di ossigeno o per le gravi ferite, e suscitando l’indignazione della comunità locale. La tragedia fece emergere storie straordinarie di sopravvivenza: venti giorni dopo l’esplosione venne ritrovato un gruppo di tredici minatori che si salvò nutrendosi della carcassa di un cavallo e bevendo acqua stagnante, mentre, cinque giorni più tardi, venne ritrovato Honoré Couplet, l’ultimo superstite, che visse fino al 1977 arrivando all’età di 91 anni. Di questi sopravvissuti, due furono costretti a tornare in miniera per oltre quarant’anni, in quanto era la loro unica fonte di sostentamento.

Per onorare le migliaia di vittime innocenti e per rivendicare i diritti negati, 45mila minatori scioperarono per due mesi, tanto che la Repubblica francese dovette mobilitare 20mila soldati. Questo grave incidente segnò un punto di svolta nel movimento operaio locale, che riuscì a ottenere le prime norme legislative a favore della sicurezza dei lavoratori. La catastrofe, tra le più tristi nella storia dell’industria europea, sebbene rappresenti un ricordo doloroso, è un’importante testimonianza della lotta per i diritti dei lavoratori. Oggi i memoriali onorano queste vittime, e il sito della miniera è diventato un luogo della memoria, etica e civile. Méricourt ha accolto 272 minatori non identificati, in una fossa comune e con un monumento commemorativo, che si aggiunge a quello di Fouquières-lès-Lens. Le macerie minerarie sono poi diventate 109 siti, con 353 elementi storici dichiarati, nel 2012, Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

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Data di aggiornamento: 10 Marzo 2026
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