L'umiltà di Dio

Il Signore si umilia, si lascia collocare nella terra, nell’humus abitato da uomini e donne fragili (...). Umile si fa vedere, per quelli e quelle che hanno occhi allenati a intuire come si fa spazio Dio nelle nostre storie, disarmato, semplice.
17 Aprile 2026 | di

«E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi» (FF 114): la ferma volontà di Francesco riguardo i «santissimi misteri» è sintomatica della profonda devozione del santo, particolarmente nei confronti dell’Eucaristia. È in ragione di questa altissima considerazione che egli nutre grande rispetto e riverenza nei confronti dei sacerdoti, anche se indegni, anche se «poverelli», come a volte poteva capitargli di constatare. Nella Lettera ai fedeli il santo ribadisce che un tale atteggiamento è dovere, è espressione dell’autenticità della propria fede: «Dobbiamo anche visitare frequentemente le chiese e venerare e usare riverenza verso i chierici, non tanto per loro stessi, se sono peccatori, ma per l’ufficio e l’amministrazione del santissimo corpo e sangue di Cristo, che essi sacrificano sull’altare e ricevono e amministrano agli altri» (FF 193). Non è, quindi, sul peccato di uomini che bisogna concentrare l’attenzione ma sull’umiltà di Dio che da mani umane si lascia offrire, «amministrare». Il movimento dell’Altissimo che in tal modo discende per essere con noi è contemplato nella prima ammonizione, uno dei testi indubbiamente più intensi di Francesco, che val la pena riportare e meditare almeno nella sua parte finale. 

Il santo riconosce una stretta relazione tra il «vedere» e il «credere»: gli occhi spirituali – occhi intelligenti, capaci di scrutare oltre, internamente, poiché aperti e docili agli stimoli dello Spirito – sanno ricevere la Presenza del Signore nel pane e nel vino, sanno andare al di là di una visione puramente materiale, «carnale». Questo consegnarsi di Dio all’uomo suscita un commosso stupore: «Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote» (FF 144). Ogni giorno, ci sollecita a ricordare Francesco, nella celebrazione eucaristica si ripete la memoria del mistero dell’Incarnazione, la discesa che anche l’inno ai Filippesi celebra, l’abbassamento di Colui che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2,6-7). 

Il Signore si umilia, si lascia collocare nella terra, nell’humus abitato da uomini e donne fragili, creature continuamente bisognose di ricevere vita, sostegno, perdono. Umile si fa vedere, per quelli e quelle che hanno occhi allenati a intuire come si fa spazio Dio nelle nostre storie, disarmato, semplice, come un piccolo pezzo di pane che si impasta col nostro bisogno di crescere. Le mani del sacerdote sembrano associate, nell’immagine in cui il santo riassume l’inesauribile mistero, al grembo della Vergine. Mani che diventano feconde perché Lui le rende tali, mani dispensatrici della Sua vita che nutre la nostra mentre noi mangiamo il Suo corpo e beviamo il Suo sangue. Francesco afferma che è lo Spirito del Signore «che abita nei suoi fedeli» (FF 143) a riceverlo. Chi non ha coscienza di «partecipare dello stesso Spirito» mangia e beve la sua condanna, si fa condannare dalla sua stessa «presunzione» (FF 143). 

Stando in preghiera e contemplazione, Francesco è finissimo teologo. Ma anche noi possiamo, ogni giorno, vedere: «E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con la vista del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con occhi spirituali, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero» (FF 144). Il quotidiano, fedele darsi dell’Altissimo nell’Eucaristia è lo spazio santo dove impariamo la logica del mostrarsi di Dio, i modi del suo rendersi presente, con uno stile apparentemente impotente – se lo consideriamo soltanto con una mentalità «carnale» – eppure nella piccolezza di un frammento di pane capace di una potenza insuperabile. La potenza dell’Amore che non si arrende a essere distante dall’amato, tanto da farsi mangiare: «E in tal modo il Signore», conclude l’ammonizione Francesco, «è sempre con i suoi fedeli, come egli stesso ha detto: “Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo”» (FF 145). 

È significativo che l’ammonizione sul corpo del Signore sia la prima di ventotto «pillole spirituali», detti, indicazioni per una vita evangelica rivolte dal santo ai suoi fratelli. Dalla seconda ammonizione in poi sono messe a tema quelle dimensioni spirituali e interiori che toccano la vita di fraternità, che rischiano di innescare conflittualità e contrapposizioni e di perdere un’attitudine di umiltà e misericordia. La prima ammonizione pare essere allora una chiave interpretativa di tutte le altre: se assumiamo la logica che il Signore Gesù ha voluto consegnare nell’eucaristia (cui possiamo associare quella insegnata nella lavanda dei piedi, icona altrettanto cara a Francesco), diventiamo capaci di vivere come fratelli, superando ogni tentazione divisiva e competitiva. L’eucaristia, ma potremmo affermare ogni sacramento, verifica la nostra fede reclamando concretezza, gesti coerenti con quanto si è celebrato, così che la «comunione» non può essere solo detta, ma è necessario farla e la si fa nello Spirito del Signore.

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Data di aggiornamento: 17 Aprile 2026
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