Paesi Baschi, il vento sa dove pettinarsi

Non sono incontri solo fortunati, né casuali, sono piccoli segni, tracce di un racconto. Ignacio ha l’eleganza di un uomo dei Paesi Baschi, barba bianca, occhiali, occhi chiarissimi ed orgogliosi. Come molti dei suoi amici di Donostia, nome euskal, nome basco di San Sebastiàn, ama camminare, tutte le volte che è possibile, lungo la doppia spiaggia che forma la mezza luna della baia sulle cui sponde è nata la città. La spiaggia della Concha, della Conchiglia, e, poi, quella di Ondarreta. Là, in fondo, dove si alza il monte Igueldo, si trova il luogo del vento, delle tempeste, dell’orizzonte dell’oceano, della luce della luna che le onde riflettono nella notte. Là, raccontano Ignacio e sua moglie Gloria, Eduardo Chillida, un ragazzo magro e silenzioso, amava rifugiarsi a sognare, soprattutto quando il vento spingeva le onde contro gli scogli.
I baschi hanno radici profonde nella loro terra, radici che sono capaci di trasformarsi in ali quando affrontano il vento e il mare. Forse Eduardo voleva davvero diventare un portiere e giocare a calcio. Dicono che fosse niente male, giocò nelle serie A spagnola, e, per quel che ne so, difese la porta della Real Sociedad almeno quattordici volte. E invece, un grave infortunio al ginocchio ne interruppe la carriera sportiva. Fu così che divenne prima architetto e poi scultore. E, forse perché basco, alla fine scelse come uno dei suoi materiali prediletti, l’acciaio. Il ferro ha disegnato, per oltre un secolo, il destino di questa terra. Una ricchezza e una condanna.
Da adulto, Chillida ha voluto onorare quel luogo dove scogli e oceano si abbracciano con passione di fronte a un orizzonte senza fine. Quasi cinquant’anni dopo i suoi primi sogni di ragazzino, Chillida riuscì, con l’aiuto di amici architetti e ingegneri, a diventare complice della natura e a lasciare una sua traccia su quelli scogli. Tre opere in acciaio corten, materiale capace di ossidarsi, di arrugginire solo in superficie e di ricoprirsi di una patina brunastra. Tre opere che si guardano tra loro e che vengono guardate dal mare e dal vento.
Ignacio mi invita a salire su un piccolo scoglio e poi ad abbassarmi: mi fa notare le linee visive che uniscono le tre sculture. Una piattaforma in pietra consente di avvicinarsi fin quasi a toccare una di queste strutture. Nei giorni di tempesta, mi assicura Ignacio, acqua e vento cantano e gridano askatasuna, «libertà». Il vento sa che può davvero pettinare le sue raffiche nei bracci di acciaio delle sculture di Chillida. Per questo, l’artista ha voluto che fossero conosciute come «Il peine del viento», «Il pettine del vento».
C’è un’altra storia che devo dirvi. Il vento fa davvero miracoli a Donostia/San Sebastiàn: sono certo che la sua forza, la sua bellezza, abbia creato generazioni di artisti. Altrimenti come mi spiego che qui sia nato, più vecchio di quasi vent’anni di Eduardo, un altro grande scultore, Jorge Oteiza. «Non scrivere che erano nemici – si premura Ignacio –: erano artisti, cercavano entrambi qualcosa, e vivevano nella stessa città: non potevano che essere rivali». All’altro capo della baia, sotto un altro monte-scoglio, il monte Urgull, vi è un’altra scultura in acciaio, la «Construcción vacía», la «Costruzione vuota». Opera stupefacente di Jorge. Bellissime entrambe, due opere destinate a guardarsi una con l’altra per l’eternità.
Jorge ed Eduardo non si sono mai amati (o, forse, si sono troppo amati, certamente stimati). Non si sopportavano. Due galli in un pollaio. Due artisti straordinari perennemente in lite. Sfiorarono la rissa quando Jorge accusò Eduardo di plagio. «Sì, erano come duellanti» mi dice Ignacio mentre unisce con lo sguardo le due estremità della baia. E, come è quasi inevitabile in ogni sfida perenne, alla fine della loro vita, vecchi e geniali, i due scultori si riappacificarono. Un ultimo abbraccio. A favore di fotografi, certo, ma anche perché li univa l’amicizia forte con il vento, gli scogli, l’oceano, l’orizzonte, la luce. E un’ossessione: la natura non è solo il magnifico sfondo di opere d’arte ardite, ma è l’innesco (e anche la conclusione) delle possibilità infinite che l’arte stessa offre.
I due vecchi morirono a pochi mesi di distanza uno dall’altro. Eduardo, il più giovane, nell’agosto del 2002. Jorge nell’aprile del 2003. Quasi non potessero vivere uno senza l’altro. Ma il duello proseguì, credo che loro ne avrebbero riso: le due Fondazioni, che oggi curano le opere dei due artisti e la loro memoria, si opposero, per anni, a una loro grande mostra capace di unire i loro due sentieri, così diversi e così uguali. Solo venti anni dopo la loro morte, Eduardo e Jorge si ritrovarono, finalmente assieme, al museo di San Telmo, nella sottile striscia di terra e pietre là dove il promontorio di Urgull protegge il porto di Donostia. Il vento e l’oceano, ogni notte, per il tempo della grande mostra, vennero a passeggiare tra le sculture di Jorge ed Eduardo.
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