Gastel, la grazia di saper vedere

È dedicata a Giovanni Gastel, uno dei grandi creatori di immagini dell’ultimo mezzo secolo, la mostra «Rewind», curata da Uberto Frigerio, a Palazzo Citterio, a Milano, fino al 26 luglio.
27 Maggio 2026 | di

«Ho attraversato stanze di silenzio / dove il tempo si fermava a guardare». La grazia e l’eleganza non sono una conquista ma doni preziosi che segnano la vita e il percorso creativo di Giovanni Gastel (Milano, 27 dicembre 1955 – 13 marzo 2021). Il suo approccio al reale prima che visione è sentire poetico. La parola è all’origine della sua storia. Non solo a livello cronologico: il suo essere fotografo nasce ed è espressione del suo essere radicalmente e profondamente poeta per la sua capacità di andare al cuore della vita e delle cose. Gastel è stato uno dei grandi creatori di immagini dell’ultimo mezzo secolo, dalla moda al ritratto, dai fondi oro alle espressioni più artistiche e meravigliose, come testimonia la mostra «Rewind», curata da Uberto Frigerio a Palazzo Citterio a Milano fino al 26 luglio 2026, accompagnata dal bel catalogo Allemandi. Sono tanti scatti, tante opere, tante tecniche e sperimentazioni che abbracciano una vita intera: dai trent’anni del banco ottico agli ultimi decenni del digitale.

Camminando nelle sale di «Rewind» senti che non solo sei tu che guardi ma che sei soprattutto guardato, che quelle immagini entrano dentro di te con la forza potente delle icone e non puoi che provare gratitudine per tutta la bellezza che il grande maestro ti offre come in un abbraccio. «La bellezza è necessaria al progetto delle nostre vite come l’aria al progetto del nostro corpo. La visione e l’aspirazione al bello ci nutrono fin da bambini, nutrono i nostri sogni e le nostre aspirazioni», diceva Giovanni Gastel, in dialogo con Davide Rondoni nel prezioso volume Dare del tu alla Bellezza (a cura di Lamberto Fabbri). Gastel ha capito che la forza dell’immagine non è solo fermare il tempo in un volto, un oggetto, un paesaggio. Ma superare il tempo e far entrare il tutto –   storia, presente e futuro –  in quel volto, in quell’oggetto, in quel paesaggio. Saper guardare per vedere quel che vale la pena vedere perché semplicemente resti, perché non sia portato via da quel flusso universale in cui tutto sembra scomparire per non tornare più… E il tempo sia disegnato dalla luce e quella luce continui a illuminare noi e chi verrà dopo di noi. Come ogni grande poeta, come ogni grande artista, Gastel non vuole spiegare e non cerca di spiegare. Lascia che le cose appaiano per quello che sono. Nella luce della loro verità. 

Giovanni è figlio di Giuseppe Gastel e di Ida Visconti di Modrone, ultimo di sette fratelli e nipote di Luchino Visconti. Gli amori di ragazzo vanno dal teatro alla poesia, dal disegno alla fotografia. Il suo primo laboratorio è in un seminterrato di Milano. Nel 1975 lavora per Christie’s, nel 1981 approda alla fotografia di moda. Nel 1997 Germano Celant cura una retrospettiva alla Triennale di Milano. Seguiranno tante altre importanti esposizioni, fino a «The people I like» al Maxxi di Roma nel 2020: una selezione di 200 ritratti di personalità che spaziano da Obama a Monica Bellucci.  Negli ultimi venti anni i progetti fotografici sono sempre meno legati alla committenza e sempre più al desiderio di esplorare nuove tecniche e abbracciare nuovi mondi. 

Le sue prime foto sono still life: «Ma voi, oggetti, cose del mondo inanimato, a voi ho cercato sempre di ridare vita. Ho cercato la vostra storia nascosta. Le cose, sempre raccontano, se lo vuoi, altre cose. E allora vivete, oggetti, ballate, svelatevi, con ironia, con humor, raccontate le vostre storie nascoste». Nella moda riesce a donarci, grazie alla misura e al pudore, non l’artefatto della bellezza ma la bellezza stessa in una declinazione di emozioni che va dalla seduzione alla gioia, dal gioco alla passione: «Le immagini sono sogni che accettano la luce». La ricchezza della realtà supera ogni universo fantastico, ma quella ricchezza per mostrarsi ha sempre bisogno di uno sguardo capace di andare nel profondo. La fotografia di Giovanni Gastel è l’esatto opposto del «sotto il vestito niente». Nelle sue immagini corpo e vestito sono tutt’uno perché sa cogliere l’anima delle modelle: c’è una grazia viva, di cui avvertiamo il respiro. La sua estetica è nella purezza delle linee: corpi mai esibiti, sempre pensati; luce che rivela perché non acceca. Anche quando lavora con il lusso, non c’è ostentazione, ma il fascino dell’oggetto e dell’idea e della sapienza che l’hanno creato. «Non possiedo nulla, / se non lo sguardo che mi attraversa».

I suoi ritratti incantano. La vita scorre in quei volti iconici. Al centro ci sono sempre gli occhi, il loro sguardo sul mondo, ma prima ancora traspare il loro mondo, la loro anima che attraverso quegli occhi guarda noi. «Dico sempre alla persona che sto per fotografare una frase che spiega come intendo il ritratto: “Io non sono uno specchio, io sono un filtro, il ritratto che io farò di te sei tu, filtrato da quello che sono io, le mie paure, le mie gioie, le mie solitudini, le mie poesie. Uscirai sotto forma di interpretazione di te. Io do la mia lettura che non è una lettura assoluta. Io filtro attraverso quello che ho letto, visto, studiato e ti restituisco”».

La sua vita è stata una vita ricca di bellezza e di amore fin dall’infanzia, eppure resta nel fondo di Gastel un’inquietudine: «Ma allora, se tutto è andato bene, se la vita è stata generosa e materna con me, da dove viene questa malinconia profonda, questo immaginare l’esistenza come un naufrago da un’isola remota? Perché dal cuore escono fantasmi ogni volta che prendo la penna e scrivo poesie?». Non ci sarebbe ricerca senza quell’inquietudine che Giovanni sentiva dentro, non ci sarebbe desiderio di bellezza, non ci sarebbero domande a cui dare risposte di arte e di pensiero…  E insieme all’inquietudine la solitudine del naufrago: per cogliere l’essenza delle cose è necessaria una distanza rispetto al fluire continuo delle cose e del tempo e solo il silenzio interiore mette a tacere il vano chiacchiericcio del mondo.

Dice il figlio Marco: «Una delle lezioni più preziose che papà mi ha trasmesso è che ognuno di noi sceglie la prospettiva attraverso cui guardare e interpretare il mondo. Mi ha insegnato che è proprio quella prospettiva a plasmare il nostro modo di vivere, di porci e di cogliere ciò che ci circonda. Lui ha sempre dimostrato una straordinaria saggezza nello scegliere la prospettiva migliore, quella capace di mettere a fuoco il buono e il giusto». Lo sguardo che hai sulle cose, sulle persone e sul mondo non può essere altro rispetto allo sguardo che ti porti dentro: la grazia è l’aura del buono e del giusto che traspare nelle immagini di Giovanni.

Così Gastel si racconta in questi versi del 2018: «Dice il poeta che come battelli ubriachi / sono le correnti a portarci. / Io invece ho tentato di imbrigliare il vento / con tele di bellezza / alla ricerca della rotta perduta». E in una poesia dello stesso anno nata a Shanghai svela il suo e il nostro destino: «Io sono / ogni cosa che ho fatto / ogni medicina che ho preso / ogni parola che ho ascoltato […] ogni persona amata / ogni persona dimenticata / ogni ricordo addolorato o felice. / Io sono tutto quello che ho assorbito / durante questo viaggio scriteriato / vissuto in una accelerazione continua. / Aspettando il ritorno di Dio».  

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Data di aggiornamento: 27 Maggio 2026
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