Jimmy Lai, la libertà è finita in prigione
Il 9 febbraio scorso, l’Alta Corte di Hong Kong ha condannato a vent’anni di carcere Jimmy Lai, 78 anni, il magnate miliardario dei media, attivista per la democrazia con il suo quotidiano indipendente «Apple Daily», costretto a chiudere nel giugno del 2021. Lai, tra le sbarre di una prigione di Hong Kong già dal 31 dicembre 2020, è stato giudicato colpevole di cospirazione e collusione con poteri stranieri, e di cospirazione a scopo di sedizione. «Questa sentenza è un’altra pietra miliare nella trasformazione di Hong Kong da città governata dallo stato di diritto a luogo dominato dalla paura. Aver condannato un uomo che ha esercitato i suoi diritti, dimostra un totale disprezzo per la dignità umana. Ogni giorno che egli trascorre in carcere è una grave ingiustizia – ha dichiarato Sarah Brooks, vicedirettrice di Amnesty International per l’Asia –. Ancora una volta la legge sulla Sicurezza nazionale voluta da Pechino è stata usata per giudicare l’esercizio delle libertà fondamentali come un’azione criminale. La condanna di Jimmy Lai è un attacco alla libertà d’espressione».
Il 15 dicembre 2025, Jimmy Lai era stato dichiarato colpevole con l’accusa di minaccia alla sicurezza nazionale e di sedizione. L’accusa aveva sostenuto che vi fossero prove evidenti del fatto che Lai aveva rapporti con potenze straniere e che fosse la mente dietro a cospirazioni volte a chiedere a Paesi stranieri di intraprendere azioni contro Hong Kong e la Cina. Lai, convertito al cattolicesimo, aveva replicato dicendo di aver difeso i valori di Hong Kong: «Stato di diritto, libertà, ricerca della democrazia, libertà di parola, libertà di religione, libertà di riunione». Perciò si era dichiarato non colpevole rispetto alle accuse mossegli dalle autorità cinesi contro le quali, in questi anni, sono state numerose le proteste, puntualmente represse stringendo sempre di più i cordoni delle libertà che invece Pechino si era impegnata a garantire a Hong Kong in virtù del trattato che poneva fine al dominio britannico sull’isola.
Governi e gruppi per i diritti umani e civili di tutto il mondo hanno biasimato le accuse e la condanna a Lai. Tra questi, i rappresentanti diplomatici di Stati Uniti, Unione Europea e Francia, oltre che gli attivisti del movimento per la democrazia di Hong Kong, tra cui il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong. La famiglia di Lai ha riferito più volte che Jimmy è in cattive condizioni di salute, e che l’accesso a cure mediche adeguate, così come al sacramento della comunione, era stato limitato, ancorché le autorità abbiano smentito. Sua figlia, Claire, ha descritto il padre, un tempo figura carismatica, come molto dimagrito, affetto da diabete, malattie cardiache e infezioni, e in procinto di perdere la vista e l’udito. Il figlio di Jimmy, Sebastien, ha dichiarato che suo padre, sebbene corra il rischio concreto di morire in prigione, è rimasto «un uomo che vive senza rimpianti».
Il sapore del cioccolato
Jimmy Lai è nato nel 1947 a Guangzhou, in Cina. È arrivato a Hong Kong all’età di 12 anni, a bordo di un peschereccio, come un clandestino. In un’intervista del 2007 raccontò che ciò che lo aveva attirato inizialmente a Hong Kong era il fatto di aver assaggiato del cioccolato. Dopo aver portato i bagagli di un passeggero in una stazione ferroviaria in Cina, il piccolo Jimmy aveva infatti ricevuto la mancia e una barretta di cioccolato a cui aveva dato un morso. «Io chiesi a quel viaggiatore da dove venisse, e lui mi rispose: “da Hong Kong”. Così pensai: Hong Kong deve essere il paradiso, perché non avevo mai assaggiato nulla di simile fino a quel momento».
Un altro elemento chiave fu il fatto che la Cina era segnata da campagne oppressive dopo la Rivoluzione comunista del 1949. I Lai, un tempo famiglia di imprenditori, erano finiti sulla lista nera. Il padre era fuggito a Hong Kong, lasciando indietro la sua famiglia. La madre di Jimmy fu mandata in un campo di lavoro. Il giorno in cui Jimmy arrivò a Hong Kong, fu assunto in una fabbrica di abbigliamento. E descrisse le lunghe ore di lavoro come «un periodo molto felice della mia vita, un momento in cui sapevo di avere un futuro». Intanto uno dei suoi colleghi lo aiutò a imparare l’inglese.
Nonostante le sue umili condizioni economiche, Lai fondò «Giordano», un marchio asiatico di abbigliamento; e «Next Digital», una società di mass media quotata alla Borsa di Hong Kong. Lai, una volta, si descrisse come un «ribelle nato» e sfidò il Partito comunista cinese per anni. Nel 1989, le autorità cinesi repressero le proteste a favore della democrazia in piazza Tienanmen a Pechino. Fu un brusco risveglio per Lai e per Hong Kong. L’isola era infatti destinata a tornare sotto il dominio cinese nel 1997, in base a un accordo tra Cina e Regno Unito. I negozi «Giordano» vendettero magliette con le foto dei leader delle proteste di piazza Tienanmen, e con slogan anti-Pechino, esponendo cartelli a sostegno della democrazia in tutta Hong Kong.
Difesa della democrazia
Lai conduceva una vita agiata, ed era noto per il suo amore per la buona tavola e per le cene che organizzava. Insomma avrebbe potuto andarsene da Hong Kong, ma, sebbene fosse cittadino britannico, si rifiutò di partire. «Quello che ho, l’ho ottenuto grazie a Hong Kong», disse poche ore prima del suo arresto, nel 2020, quando criticava da tempo il Partito comunista cinese.
Nel 1994 aveva scritto: «Mi oppongo totalmente al Partito comunista perché detesto tutto ciò che limita le libertà personali». Manifestò molto presto le sue preoccupazioni circa l’imminente passaggio di consegne di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina, ancorché Pechino avesse promesso di garantirne le libertà. Designata come Ras (Regione amministrativa speciale) della Cina nel 1997, Hong Kong avrebbe dovuto avere il privilegio di «esercitare un alto grado di autonomia, e di godere dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario indipendenti». Lai temeva che questo ? come poi, in effetti, è avvenuto ? non sarebbe accaduto.
Nel 1995 fondò «Apple Daily», un quotidiano in lingua cinese con un’edizione online in lingua inglese lanciata nel 2020. Lai è stato una figura chiave nelle proteste per la democrazia, e ha usato l’«Apple Daily» per sostenere la trasformazione di Hong Kong in una democrazia liberale. Un’attività rischiosa alla luce della controversa legge sulla Sicurezza nazionale imposta nel 2020 dalla leadership cinese, in seguito alle proteste a favore della democrazia del 2019. Lai era ormai ai ferri corti con Pechino, ed è stato una tra le decine di figure di spicco dell’opposizione, arrestate dopo il 2020. La sede del suo giornale subì due irruzioni della polizia, e fu chiusa nel 2021. Come atto di sfida contro l’arresto di Lai e la chiusura della testata, gli abitanti di Hong Kong si misero in fila per acquistare un milione di copie dell’ultima edizione del quotidiano.
La conversione al cattolicesimo
Jimmy Lai si convertì al cattolicesimo al momento del passaggio delle consegne di Hong Kong nel 1997, quando la maggior parte degli abitanti temeva per il futuro dell’isola. Riflettendo sulla conversione di suo padre, la figlia Claire ha affermato che Jimmy «ha sentito fin dall’inizio la vicinanza di Cristo, e siamo tutti molto fortunati ad essere circondati da persone che alimentano la nostra fede», in particolare il cardinale Zen, che lo ha «accolto nella Chiesa». Jimmy Lai trovò conforto nella fede. Claire, ricordando la sua prima visita a suo padre in prigione nel 2020, ha raccontato: «La prima cosa che mi ha chiesto di portargli è stata la Bibbia, che ha tenuto sul comodino. Si sveglia verso mezzanotte, ogni notte, per pregare, e si sveglia anche prima dell’alba per leggere il Vangelo e altri testi religiosi». Claire descrive suo padre come un uomo che confida nel Signore in ogni momento, e si sente sostenuto dalle preghiere della gente. «A volte mi preoccupo perché sembra in cattive condizioni di salute – confida Claire –, ma poi papà mi dice: “Non temere. Sento che le persone pregano per me, e questo significa molto”». Sarebbe sciocco, da parte delle autorità di Hong Kong, trasformare Jimmy in un martire. «Mio padre – prosegue Claire – rappresenta molti dei valori che hanno contribuito a segnare il successo di Hong Kong; ed è sulle spalle di persone come lui che l’isola ha costruito il proprio successo».
Dato che Jimmy Lai è cittadino britannico, il primo ministro inglese Keir Starmer ha subito pressioni da parte di gruppi per la difesa dei diritti umani e civili affinché si adoperasse per ottenerne il rilascio. Il ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, nel dicembre scorso ha detto in Parlamento che «Jimmy Lai è un cittadino britannico preso di mira dai governi cinese e di Hong Kong per aver esercitato pacificamente il suo diritto alla libertà di espressione. Questa è stata un’azione penale, politicamente motivata, che condanno fermamente. Chiedo ancora una volta l’immediato rilascio di Jimmy Lai». Passato dall’essere un bambino lavoratore al ruolo di miliardario, Lai ha usato il suo potere e la sua ricchezza per l’attivismo, finanziando e partecipando agli sforzi a favore della promozione e della difesa della democrazia a Hong Kong. Ideali che gli sono costati la libertà.
(Traduzione e adattamento dall’inglese di Alessandro Bettero).
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