Largo ai riparatori
Prima o poi capita a tutti. Un filo elettrico usurato, una batteria che si gonfia, un manico che si stacca… La prima reazione, di solito, è: aggiustiamolo! Ma poi siamo costretti a fare i conti con le nostre scarse competenze elettroniche, o magari con una disastrosa manualità. Così portiamo l’oggetto «malato» nel centro di assistenza più vicino, dove, con tutta probabilità, il salvataggio viene stoppato ancor prima di iniziare, perché «non ne vale la pena», «riparare l’oggetto costa più che ricomprarlo nuovo» oppure «la casa madre non produce più i ricambi per quel modello». Risultato? L’oggetto finisce in ecocentro oppure nel bidone della raccolta indifferenziata, andando a ingrossare le già mastodontiche cataste di rifiuti che stanno soffocando il nostro pianeta e il suo ecosistema.
Ma non dev’essere per forza così. I giapponesi lo sanno bene: non tutto quel che è rotto va buttato. Anzi, a volte diventa più prezioso… Vedere per credere i capolavori che nel Paese del Sol Levante vengono creati con la tecnica del kintsugi (che prevede la riparazione di ceramiche frammentate unendo i cocci con lacca e polvere d’oro). Una tendenza che, con buona pace di consumismo e progresso tecnologico, anche in Europa ha iniziato ad attecchire. L’Italia poi, tra i Paesi dell’UE, sembra essersi guadagnata un podio in questo senso. Secondo i dati diffusi da Confartigianato nel 2024, con oltre 316mila imprese e 904mila occupati, l’offerta dei servizi di riparazione di beni in Italia rappresenta una parte fondamentale dell’economia.
Stiamo parlando di un comparto a elevata vocazione artigiana: sono 237mila le imprese artigiane della riparazione, pari al 75% del settore. Ne deriva che il peso dell’occupazione nelle imprese della riparazione sul totale dell’economia in Italia è pari al 5%, di un punto superiore al 4% della media UE, collocando l’Italia al primo posto in Europa per peso della riparazione sull’economia nazionale. A confermare questi dati è anche il sito del marketplace online Prontopro che, analizzando le richieste pervenute tra marzo 2025 e febbraio 2026, ha riscontrato un forte incremento della domanda di riparazione in Italia, con picchi del +94% per casse acustiche, +104% per console videogiochi e addirittura del +250% per la riparazione di macchine da cucire.
Numeri quasi incredibili, che vanno però contestualizzati e messi in relazione anche alla recente indagine di «Altroconsumo», secondo cui, di fronte a un guasto di elettrodomestici e dispositivi hi-tech, presenti nella maggior parte delle case, quasi la metà degli intervistati – e per alcuni prodotti anche di più – ha deciso di rinunciare alla riparazione. Il motivo di questo rifiuto? I costi elevati, i tempi lunghi o la difficoltà nel reperire i pezzi di ricambio. Tre variabili che però dal 2009, cioè dalla nascita del primo Repair Cafè – per opera della giornalista Martine Postma ad Amsterdam – e dal 2012, data di fondazione del The Restart project, spaventano e impattano sempre meno sulle scelte delle persone…
Ne abbiamo parlato con Ugo Vallauri, co-direttore insieme a Fiona Dear, di questo progetto che mira a promuovere la riparazione degli oggetti rotti attraverso una rete di eventi e realtà sul territorio. «Nel 2025 abbiamo pubblicato come Open Repair Alliance dati su 400mila riparazioni effettuate dalla rete dei Repair Cafè in tutta Europa in dieci anni – spiega Vallauri –. E i numeri sono aumentati ogni anno di almeno 100mila unità, a oggi di 130mila. Segno di una progressiva crescita di consapevolezza su questo tema. In Italia, poi, esiste una particolare propensione alla riparazione nell’economia reale-artigianale, per quanto il Belpaese conti solo una cinquantina di Repair Cafè, molto meno dunque degli oltre mille presenti in Germania e delle diverse centinaia in Francia».
Ma torniamo alle origini di The Restart project. Che cosa ha spinto un laureato in scienze della comunicazione con un master di ricerca in Geografia dello sviluppo e una passione per la tecnologia a occuparsi di riparazione? «Tutto ha avuto inizio in Kenya, dove circa vent’anni fa mi trasferii lavorando per una ong inglese che si occupava di rigenerare computer usati e di ri-distribuirli a basso costo in Paesi dove non c’era sufficiente accesso ai device» ricorda Vallauri. «Da quella esperienza ho imparato che quando un prodotto si guasta c’è quasi sempre un modo per ripararlo».
Rientrato in Europa nel 2009 e trasferitosi a Londra, dal 2011 Vallauri decide di sfidare la mentalità capitalistica del «ciò che è rotto si ricompra» e intraprende una strada controcorrente. «Mi chiedevo cosa potessimo imparare noi abitanti del Nord del mondo da Paesi che non hanno ancora smesso di riparare. Una volta recepite le molte potenzialità della riparazione, con la co-fondatrice Janet Gunter, abbiamo iniziato a realizzare eventi a Londra per mettere in contatto persone con necessità e persone con abilità». Questo particolare incontro di domanda e offerta ha generato così una rete di Repair Cafè e Restart Party (feste in cui le persone si trovano per riparare insieme oggetti), oltre a un percorso di educazione e sensibilizzazione volto a dimostrare – grazie anche a The Open Repair Alliance e Right to Repair (https://repair.eu/), iniziative fondate e coordinate da The Restart Project – l’importanza della riparazione per l’ecosistema e la necessità di una legislazione che la promuova, riducendo il più possibile l’impatto ambientale.
Sì, è vero, una direttiva che sancisce il diritto alla riparazione a livello europeo (2024/1799) esiste già, e teoricamente l’Italia dovrebbe recepirla entro il 31 luglio, «ma la direttiva non obbliga gli Stati membri a investire risorse per incentivi fiscali alla riparazione – precisa Vallauri –. L’ideale sarebbe che l’Italia, prendendo spunto dall’Austria, creasse dei fondi dedicati a ridurre il prezzo delle riparazioni. Ma il nostro Paese potrebbe anche solo limitarsi a realizzare una campagna informativa», il che avrebbe decisamente un altro peso sul risultato finale.
Così, mentre le nazioni fanno i loro conti, a noi singoli individui che cosa resta da fare per ridurre gli sprechi e favorire la riparazione, nell’ottica di un’economia circolare? «Anzitutto non darsi per vinti quando un centro di assistenza vi comunica che non vale la pena riparare l’oggetto rotto che gli avete appena portato – risponde Ugo Vallauri –. Meglio cercare sempre un secondo parere e, se possibile, rivolgersi a un Repair Cafè o partecipare a un Restart Party». Per il fondatore di The Restart Project, infatti, il verbo «riparare» non rimanda solo alla capacità di risolvere un problema. «Riparare significa anche dare nuova vita a un oggetto e comprendere come usare le risorse che abbiamo a disposizione».
Una comunità per Roma
«L’importante è il viaggio, non (solo) la meta» recita un famoso aforisma. Un viaggio – aggiungiamo noi – che sia il più possibile ricco di relazioni e condivisione. Di questo avviso sembra essere anche Carlo Campanile, ingegnere «smanettone» dalla nascita, che, nel 2019, assieme all’amico informatico Fabio Petrosillo, fonda il Repair Cafè San Paolo di Roma. Non un normale negozio dove si aggiustano le cose, bensì un laboratorio di volontari che mettono in rete competenze specifiche per ripristinare la funzionalità di oggetti rotti assieme ai proprietari. Il tutto a costo zero (eventuali offerte vengono reinvestite per acquistare materiali). Fin dall’inizio, dunque, al di là della riparazione in sé, la meta di Carlo e Fabio è condividere il know-how e creare una community, magari bevendo un caffè insieme (non a caso il nome Repair Cafè).
A ispirarli, sette anni fa, è stato un amico italiano attivo a Bruxelles, che aveva contribuito a far nascere un centinaio di laboratori simili. Da allora, le richieste nello spazio di via Valeriano (all’interno de La città dell’utopia) sono aumentate ogni anno e la «rete sociale» continua ad allargarsi… «Il Repair Cafè San Paolo (www.repaircaferoma8.it) è aperto il terzo sabato di ogni mese. A oggi la community, partita con 4/5 volontari, ne conta una ventina che vanno dai 20 anni fino ai 70 e oltre». Sì, perché i pensionati sono una risorsa preziosa: «Operare come riparatori è per loro un’occasione di rimettersi in gioco, di sentirsi utili, di trascorrere del tempo in compagnia e di mettere al servizio del prossimo le personali competenze» spiega Carlo Campanile. In questo senso il Repair Cafè, riunendo sotto lo stesso tetto diverse professionalità e generazioni, riesce a garantire un servizio diversificato.
«Gli oggetti che più spesso arrivano sul nostro tavolo? Macchine per il caffè a cialde, phon e piccoli elettrodomestici, giocattoli per bambini» racconta Matteo Ghibelli, volontario con una laurea in scienze economiche e un dottorato in economia aziendale. «Tra gli oggetti più curiosi: un orologio a pendolo degli inizi del ’900. Ma anche un vecchio macinino per il caffè: la proprietaria lo aveva usato per preparare il pesto, finendo per intasarne il meccanismo». Dai pezzi di antiquariato a quelli tecnologici, ogni oggetto al Repair Cafè San Paolo merita di essere aggiustato. Perché ognuno di essi porta con sé non solo le rispettive funzionalità, ma anche legami e ricordi. «Più l’oggetto ha un valore affettivo, più volentieri noi lo aggiustiamo – conferma Campanile –. Vedere il sorriso di un bambino a cui hai appena riparato il suo giocattolo preferito non ha prezzo! Per non parlare poi di tutte le amicizie che in questi anni si sono consolidate nel nostro laboratorio».
La riparazione, dunque, fa bene allo spirito e alla comunità, oltre che all’ambiente. I volontari del Repair Cafè romano lo sanno bene. Non a caso hanno già replicato la loro formula aprendo altri due Repair Cafè in provincia di Roma. E l’idea è di continuare questa diffusione. «Nei nostri piani – conclude Carlo Campanile – c’è il progetto di un centro di riutilizzo, dove raccogliere pezzi vecchi, ma non rotti», una sorta di magazzino salva oggetti destinati alla discarica. Un ulteriore passo verso l’economia circolare. Chi ben comincia…
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