Condividere
Si può essere felici da soli? «Nessun bene senza un compagno ci dà gioia» scriveva Seneca all’amico Lucilio. E il libro sapienziale del Qoèlet è ancora più esplicito: «Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (Qo 4,9-10).
Nessuno è capace di vivere e realizzare se stesso senza gli altri, per questo imparare a condividere è una questione vitale, fonte di gioia, ma anche una delle prime grandi battaglie della vita. La prima cosa che impara a dire un bambino piccolo, infatti, appena ha l’uso della parola è: «Mio!». Educare alla condivisione è esattamente imparare a dire: «Nostro». La libertà viene dal non attaccamento; la gioia dalla condivisione. La ricercatrice di psicologia sociale Elizabeth Dunn ha dimostrato con i suoi studi e le sue ricerche sul campo che donare agli altri e condividere il proprio denaro aumenta il livello di felicità. Famosa la sua ricerca effettuata su un gruppo consistente di studenti di un campus universitario: distribuì denaro dando indicazioni al primo gruppo di spenderlo per sé e al secondo gruppo di spenderlo per qualcuno. Il risultato della ricerca evidenziò che coloro che avevano condiviso il denaro erano decisamente più felici rispetto a quelli che lo avevano utilizzato per sé.
Tutte le religioni mettono in guardia nei confronti dell’attaccamento e della cupidigia. Nella tradizione buddhista, la seconda Nobile Verità ci ricorda che è l’attaccamento ovvero la bramosia, la causa di ogni sofferenza. Nel Nuovo Testamento l’attaccamento al denaro è considerato la radice di tutti i mali. Lo scrive san Paolo a Timoteo: «L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1Tm 6,10). Celebriamo quest’anno l’ottavo centenario della morte di san Francesco, il santo che si spogliò dei suoi beni per sposare «madonna povertà», perché aveva intuito che solo così si può essere davvero liberi e dare vita a una vera fraternità.
Oggi siamo tutti più sensibili alla salvaguardia del pianeta; questo richiede un’autentica e costante educazione alla condivisione dei beni e alla sobrietà nei consumi: non abbiamo bisogno di tante cose per essere felici. Mi capita sempre più frequentemente di chiedermi, prima di acquistare qualcosa: ne ho davvero bisogno? Mi renderà più felice? Non potrei usare questo denaro per far felice qualcun altro? Ai cristiani ricchi e benestanti san Paolo ordina di dare e di condividere, per poter mettere da parte la vera ricchezza e acquistare la vita vera (Cfr. 1Tm 6,7-19). Sobrietà e condivisione sono le condizioni per acquistare la vita vera, la gioia che non tradisce, la speranza che non muore. Gesù ha parole ancora più chiare e dure nei confronti della ricchezza, definendola la forma più insidiosa di idolatria. «Nessun servitore può servire due padroni, perché odierà l’uno e amerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16,13). Servire la ricchezza è idolatria che trasforma facilmente la vita in schiavitù, la vita spirituale in tristezza: «Quando Gesù lo vide così triste, disse: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per una cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!”». (Lc 18,24-25).
Il problema del rapporto tra ricchezza e fede cristiana si presentò molto presto anche alla Chiesa delle origini e infatti il tema fu affrontato da molti Padri della Chiesa. Clemente di Alessandria (150-215) scrisse un’omelia, Quale ricco si salverà? (Quis dives salvetur), per rispondere ai dubbi e alle domande che i ricchi cristiani gli ponevano sulla possibilità di conciliare ricchezza e fede, avendo presenti le parole di Gesù nell’episodio in cui incontra un ricco che gli chiede che cosa deve fare per ereditare la vita eterna (Cfr. Mc 10,17-31).
I Padri della Chiesa che in seguito riprenderanno l’argomento (Origene, Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo, Cirillo di Alessandria tra i Padri greci; Cipriano, Ilario di Poitiers, Ambrogio di Milano, Agostino tra i Padri latini), pur nelle loro specificità, concorderanno con Clemente almeno su tre punti: la bontà dei beni in sé, l’uguaglianza degli uomini, il dovere di condividere fino a sollevare la condizione del povero (Cfr. S. Olianti, Fai fiorire la vita. Tracce per educare lo sguardo, Emp). Basilio Magno, dottore della Chiesa, poi puntualizza ancor meglio alcune delle coordinate clementine. Anzitutto stigmatizza, con parole molto forti e chiare, quello spiritualismo devoto che si coniuga facilmente con la mancanza di solidarietà: «So di molti che digiunano, che recitano preghiere, che gemono e sospirano, che praticano ogni forma di pietà che non supponga spesa, ma che non sganciano un soldo per i bisognosi. A che servirà poi tutta questa pietà? Non per questo li si ammetterà nel regno dei cieli!» (Basilio, Hom. VII, in divites, 3).
E poi con parole ancora più nette, precisa che: «È in questo modo che si diviene ricchi: in virtù del solo fatto di essersi impadroniti per primi di ciò che è di tutti» (Basilio, Hom. VI, de avaritia, 7). Basilio sottolinea perciò che i beni della terra provengono da Dio, sono sua proprietà e gli uomini ne sono solo «gli amministratori», non i padroni che possono farne ciò che vogliono. È necessario, dunque, non solo condividere i beni, ma cambiare strada. Fin dai primi secoli, la tradizione cristiana ha recepito questo messaggio circa il valore, l’uso e la pericolosità delle ricchezze, perché l’arricchimento di pochi ha come esito obbligato l’impoverimento di molti. I beni del creato sono per la gioia di tutti, non di pochi prepotenti. In questo senso si può dire che la ricchezza non condivisa è una incredibile distorsione del progetto di Dio sulla creazione. Condivisione è gioia, come ci ricorda Seneca, ma è anche giustizia come ci hanno rammentato i Padri della Chiesa. Un invito, dunque, alla conversione del cuore e alla trasformazione dei costumi e delle abitudini, evitando un consumo irresponsabile sulla pelle di tanti poveri.
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