06 Giugno 2026

«Eh eh eh, viva sant’Antonio». La magia dei ragazzi

Tra la primavera e la fine dell’estate, nei boschi della Basilicata, avvengono ben undici riti arborei, cinque dei quali sono dedicati a sant’Antonio.

Eh eh eh, viva Sant’Antonio. La magia dei ragazzi

Ho visto crescere Domenico. Aveva meno di 10 anni quando accompagnava con il suo organetto i cortei tumultuosi della Festa di Accettura, uno dei grandiosi riti arborei che accadono tra la primavera e l’estate nei boschi della Basilicata (con uno sconfinamento nella Calabria del Pollino). So che Domenico ha cominciato a suonare, grazie a suo zio, a 4 anni e mezzo. Negli anni ho visto come ha imparato anche la zampogna. Ho saputo che ha frequentato il conservatorio di Potenza. Oggi, 28 anni, ha un lavoro alla guida del camion della raccolta dei rifiuti: e appena smonta, corre a insegnare organetto, zampogna, la magia della musica, a sessantatré ragazzini dei paesi delle Dolomiti Lucane.

Pochi giorni fa gli ho visto compiere un piccolo miracolo. Era il giorno dei «preliminari» della Festa, il taglio del Grande Albero. Attorno a Domenico una decina di ragazzi (12 anni, poco più, poco meno) e nessuno di loro sa di musica, ma hanno in mano tamburi, piatti e tamburelli, uno di loro sostiene una grancassa più grande di lui. Strumenti che Domenico si è portato dietro. Ora sta facendo una breve lezione: insegna il ritmo della musica, «le cose basiche», e allora vedi i ragazzini fremere. Al momento giusto Domenico dà il via e parte un corteo, festoso e suonante, in omaggio al Grande Albero, il Maggio, appena tagliato perché diventi protagonista della Festa.

Tra la primavera e la fine dell’estate, in questa piccola parte del Sud d’Italia, avvengono ben undici riti arborei. Un meridione dei boschi e una storia, popolare e religiosa, di grande bellezza. Cinque di questi riti sono dedicati a sant’Antonio. Castelmezzano celebra la sua festa a settembre. A Terranova del Pollino, a Castelsaraceno, a Rotonda, a Pietrapertosa si festeggia quasi in contemporanea, il 13 giugno, giorno del Santo, giorno sacro e gioioso nelle montagne lucane. E accade sempre che un popolo di ragazze e ragazzi, di giovani e giovanissimi animi queste feste. Danzano, cantano, accendono candele, fanno casino e baldoria, pregano, toccano la statua del Santo, chiedono, guardano negli occhi il Santo, saltano, si impossessano di parti importanti della Festa.

Una volta, ad Accettura ho visto sfilare due ragazze, 16 anni, non di più, stremate dalla fatica di correre da ore dietro a un albero che deve raggiungere il paese: si erano disegnate, e indossavano, una maglietta con su scritto: «Se ripassate fra cento anni, noi saremo ancora qui». Ora, una ragazza di queste montagne sa che è quasi certo che se ne andrà dal paese, fosse solo per studiare. E non sa se tornerà. Ma promette: «Ci sarò, fra cento anni sarò ancora qui». Mi venne la pelle d’oca. Capii allora cosa è «sentirsi parte» di una comunità.

I ragazzi, in questa parte d’Italia, ma credo che avvenga anche altrove, vogliono essere parte e protagonisti di queste feste. A Rotonda, in Pollino, sono loro a fermare il magnifico corteo-processione di buoi e alberi per gridare alla montagna: «Eh eh eh, viva sant’Antonio». Un momento di pausa e devozione gridata in una tumultuosa marcia verso il paese. I santi, come i ragazzi, fanno vivere queste feste, è qualcosa di più di una tradizione.

E c’è sempre la musica. Come Domenico venti anni fa, queste ragazzine e questi ragazzini suonano. Qui in Basilicata, Calabria, Puglia (e immagino altrove) azzardano soprattutto l’organetto. Anche i più stonati o i più bulli. Allora chiedo a chi sa ben più di me. Massimiliano Morabito è un musicista ed un etnomusicologo. Vive a Cisternino, in Val d’Itria, Puglia centrale, la terra dei trulli. E di cento musicisti popolari. «Sta accadendo qualcosa – dice –. Noi abbiamo imparato dagli anziani, ma intuivamo che era vicina la scomparsa di quel mondo, ne stavamo vivendo gli ultimi tempi. E invece…». E invece i ragazzi di questo Sud di oggi hanno voglia, desiderio, «ardore», dice Morabito. E capacità di suonare, come se l’avessero nel sangue. Nonostante le rivalità feroci di cellulari, consolle, youtube, spotify. «I ragazzi hanno un modo nuovo di avvicinarsi a uno strumento, cercano inconsapevolmente un nuovo linguaggio, un altro modo di suonare. Senza dimenticare il passato dei vecchi, la loro eredità, conoscono le loro origini. È come se in queste feste fosse nato un nuovo fuoco, dalla cenere è riapparsa una brace e sta diventando fiamma. E noi, ricercatori, davvero ne sappiamo ben poco, i ragazzi ci hanno colto di sorpresa».

Come a dire: gli antropologi erano troppo presi a esplorare il passato e si sono distratti con il presente. Morabito è un ricercatore attento, un musicista. E la pensa come Carlo Greco. Carlo ha 69 anni, è il «caporale» della pitu, il Grande Albero, protagonista della festa di Rotonda. Emigrato da giovane in Svizzera, Carlo è in pensione, può stare a lungo al paese, non mancherebbe mai una Festa. Ma anche quando lavorava, tornava ogni anno a Rotonda per sant’Antonio: «Li vedo, li vedo, questi ragazzi. Hanno già il ritmo della Festa dentro di loro. A differenza di noi suonano. Vogliono imparare i “lavori” necessari per trasportare l’albero. Ci guardano, hanno l’energia dei loro anni, hanno sprint, eravamo anche noi così».

Sant’Antonio e gli altri santi (Alessandro, Cipriano, Francesco di Paola, e la Madonna del Soccorso con la Madonna del Pergamo) hanno a cuore i riti arborei di questa terra: possono stare tranquilli ed essere felici, i ragazzi portano una nuova allegria e una nuova fede nelle Feste di questi boschi. Ancora un grido: «eh, eh, eh, Viva Sant’Antonio».

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Data di aggiornamento: 06 Giugno 2026

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