04 Luglio 2026

Una Rivoluzione incompiuta (1^ parte)

Nel 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, storici, analisti ed esperti si confrontano sull’attualità dei principi fondatori della più grande democrazia del mondo.
Una Rivoluzione incompiuta

© tetra images / Getty Images

Philadelphia (Pennsylvania), 4 luglio 1776. Quel giorno i delegati del Secondo Congresso continentale sottoscrissero un documento che avrebbe cambiato per sempre il corso della storia. Era la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, di cui questo mese ricorre il 250º anniversario. Le tredici colonie britanniche tagliarono definitivamente i ponti con la madrepatria. Quel documento divenne un manifesto politico e filosofico che ribadiva principi rivoluzionari per l’epoca: tutti gli uomini venivano considerati uguali. A ciascuno spettavano la vita, la libertà e la ricerca della felicità per diritto naturale e inalienabile. Ma come si arrivò al divorzio con la Corona britannica?

La Dichiarazione d’Indipendenza fu l’atto finale di una sequela di tensioni durata oltre un decennio. Tutto era iniziato con la Guerra dei Sette Anni (1756-1763), combattuta contro la Francia anche sul territorio delle colonie americane. Londra pretendeva di essere risarcita per una quota delle spese belliche ritenendo di averle sostenute per difendere anche le sue colonie. E così varò una serie di misure fiscali – dal Revenue Act del 1764 (o Sugar Act perché colpiva soprattutto l’importazione dello zucchero) ai Townshend Acts del 1767 (dazi su merci importate nelle colonie, come tè, piombo, vetro e carta) – che furono sistematicamente respinte al mittente dai coloni americani che si sentivano vessati da un Parlamento, quello britannico, nel quale non avevano rappresentanti. Fu l’inizio di una spirale di violenza segnata da episodi sanguinosi come il «Massacro di Boston» del 1770, in occasione del quale le truppe britanniche aprirono il fuoco contro i manifestanti uccidendone cinque, oppure da atti dimostrativi come il «Boston Tea Party» del 1773 quando i coloni, travestiti da nativi americani, gettarono in mare un carico di tè della Compagnia Britannica delle Indie Orientali piuttosto che pagare i dazi. Ormai la tensione era alle stelle.

Il Parlamento inglese alzò il tiro promulgando le cosiddette «Leggi Intollerabili» (Coercive Acts) del 1774, che sospendevano la potestà governativa del Massachusetts e chiudevano il porto di Boston. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il conflitto armato esplose nell’aprile del 1775 con gli scontri di Lexington e di Concord. Cominciava così La Guerra d’Indipendenza americana, chiamata dagli inglesi American Revolutionary War. A nulla valsero i tentativi di riconciliazione tra le parti nonostante le colonie fossero rimaste formalmente fedeli a re Giorgio III. 

Nel gennaio del 1776 Thomas Paine pubblicò il pamphlet dal titolo Common Sense. Fu uno straordinario successo editoriale. Paine convinse l’opinione pubblica dei coloni che l’indipendenza completa dalla Gran Bretagna era l’unica soluzione al conflitto. Il Congresso continentale incaricò una commissione di redigere il documento formale di separazione. Quel testo fu vergato quasi interamente da Thomas Jefferson, un brillante trentaduenne con fama di polemista politico. Il Congresso discusse la bozza, fece alcune modifiche e il 4 luglio 1776 lo approvò. Ciò nonostante, la guerra si protrasse per altri sette anni. Alcune pietre miliari contraddistinsero le sorti di un conflitto che fu a lungo incerto, come la disperata ritirata, nell’inverno del 1776, dell’esercito di George Washington, che sarebbe divenuto il primo presidente degli Stati Uniti nel 1789; le vittorie di Trenton e Princeton che risollevarono il morale dei coloni americani, la resa inglese a Saratoga nell’ottobre del 1777 che convinse la Francia ad allearsi con i patrioti ribelli. Ma fu l’interminabile assedio di Yorktown, che nel 1781 portò alla resa del generale britannico Charles Cornwallis, a sancire, di fatto, la fine delle ostilità. Con il Trattato di Parigi del 3 settembre 1783, la Gran Bretagna riconobbe l’indipendenza degli Stati Uniti cedendo tutti i territori a est del fiume Mississippi. 

Su quali premesse nacque la nuova nazione? La Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 e poi la Costituzione del 1787 e i Bill of Rights del 1791 rivendicavano principi di straordinaria modernità: la sovranità del popolo, i diritti individuali come limite invalicabile all’autorità dello Stato, e i Separate institutions sharing powers (istituzioni separate che condividono i poteri), secondo la formula del politologo Richard E. Neustadt (Presidential Power. The Politics of Leadership, New York, Wiley, 1960).

Gli schiavi di Jefferson

Tuttavia la Dichiarazione d’Indipendenza denunciava un vulnus per molto tempo non sanato, anzi destinato ad avvelenare per decenni la vita americana: Thomas Jefferson era proprietario di schiavi. I principi universali di libertà e uguaglianza proclamati nel documento si arrestavano ai confini del gruppo etnico dei coloni bianchi maschi. Quella contraddizione originaria, tra l’universalità dei principi dichiarati e la realtà escludente della loro applicazione, è il fil rouge che ha percorso l’intera storia americana, fino ai giorni nostri. Ferdinando Fasce, già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Genova, non usa mezzi termini: «Nel corso della storia si sono accumulate molte “Dichiarazioni d’Indipendenza”, redatte da strati popolari e discriminati, all’interno e all’esterno degli Stati Uniti, per rivendicare l’estensione della promessa di libertà della Dichiarazione del 1776 in un’accezione più ampia possibile, cioè estesa a tutti, e su tutti i fronti, dalla politica all’economia». Raffaella Baritono, professoressa ordinaria di Storia e politica degli Stati Uniti all’Università di Bologna, sottolinea il paradosso di un documento che ha avuto una portata planetaria andando ben oltre i confini dell’America: «La battaglia per l’attuazione dei principi universali espressi dalla Dichiarazione d’Indipendenza ha costellato le vicende della storia americana, non solo nei termini della lotta per l’allargamento dei confini della democrazia, ma anche per la ridefinizione di quei diritti».

A spostare l’analisi su un piano statistico, ricordando che ancora oggi le promesse di vita, libertà e felicità rimangono per molti americani lettera morta, è Stefano Luconi, professore associato di Storia degli Stati Uniti d’America al Dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell’antichità dell’Università di Padova, e autore del saggio La «nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (Mondadori Education, 2026). Secondo Luconi, «a causa della schiavitù (legale fino al 1865), della segregazione razziale (terminata solo con il Civil Rights Act del 1964), e dell’espulsione degli afroamericani dall’elettorato attivo (superata con il Voting Rights Act del 1965), i valori della Dichiarazione d’Indipendenza sono rimasti a lungo inattuati». I numeri che Luconi snocciola sono impietosi: «Per lo scarso sviluppo del welfare state, restano esclusi dalla “felicità” quei 35,9 milioni di statunitensi, pari a circa il 10,6% della popolazione totale, che vivono in povertà». Non solo. «L’uccisione di Renée Good e Alex Pretti da parte di alcuni agenti di ICE e Border Patrol nel gennaio scorso a Minneapolis (Minnesota), dimostra che il diritto alla vita è messo a repentaglio da quelle stesse forze dell’ordine che dovrebbero proteggerlo, e che invece, nel solo 2025, hanno ucciso 98 persone disarmate che non costituivano una minaccia». Inoltre «la carcerazione di massa ridimensiona il diritto alla libertà in assenza di misure alternative alla detenzione perfino per i reati minori. Gli Stati Uniti, con il 5% della popolazione mondiale, hanno il 20% dei reclusi di tutto il pianeta».

Diritti civili, battaglia infinita

Come si è evoluto, nel corso di questi 250 anni, il contratto sociale americano? «Negli Stati Uniti il processo di democratizzazione prese il via dagli anni Venti del XIX secolo all’interno di un confronto continuo e sempre più radicalizzato fra libertà e schiavitù – ricorda Raffaella Baritono –. La democrazia americana ottocentesca era, letteralmente, la democrazia dell’uomo (soggetto maschile) bianco. L’allargamento dello spettro dei diritti si è avuto all’interno di un confronto aspro, culminato con la Guerra civile che ha devastato gli Stati Uniti dal 1861 al 1865. La schiavitù e la sua sopravvivenza furono al centro dello scontro sanguinoso fra le due fazioni del Paese (Nordisti e Sudisti, ndr) a dimostrazione della pervasività e centralità che questa istituzione aveva nella struttura economica del Paese».

Ma la fine della schiavitù non coincise con la piena emancipazione degli afroamericani. «Se la Guerra civile contribuì alla fine della schiavitù, non significò il riconoscimento a pieno titolo degli afroamericani nel tessuto sociale e politico della nazione. Il regime di segregazione razziale in vigore fino agli anni Sessanta del secolo scorso ha testimoniato l’inclusione differenziata e la presenza di forti gerarchie etnico-razziali a fondamento dello sviluppo statunitense». Questo modello si è ripetuto per tutti i migranti che hanno raggiunto le coste americane. «Forme di nativismo e di xenofobia hanno costellato la storia americana, a partire dai pregiudizi contro l’immigrazione irlandese e cattolica negli anni Quaranta del XIX secolo, alle ondate migratorie provenienti dall’Europa sud-orientale alla fine dell’Ottocento, e a quelle dal confine messicano e dai Paesi del Sud del mondo, in particolare dagli anni Settanta del secolo scorso».

La grande stagione dei diritti civili degli anni Sessanta, con figure come Rosa Parks, Martin Luther King, Ella Baker e Malcolm X, ha rappresentato una svolta storica, ma non una vittoria definitiva. «Il riconoscimento formale dei diritti civili non ha significato la fine dei pregiudizi di una società che ha introiettato visioni gerarchiche e razzializzate – avverte Baritono –. Le battaglie per i diritti civili hanno dovuto fare i conti con le resistenze espresse dal suprematismo bianco e dal riemergere di gruppi come il Ku Klux Klan. Inoltre le battaglie del femminismo radicale degli anni Sessanta, come pure dei movimenti LGBTQ+ hanno anch’esse prodotto reazioni da parte dei gruppi tradizionalisti e di quelle forze politiche che hanno sfruttato le paure e le ansie di chi non si è più sentito al centro della narrazione identitaria». Va detto che alcuni progressi ci sono stati. Baritono nota come «alcuni di questi diritti – libertà e uguaglianza in primis – sono stati riconosciuti a soggetti che nel 1776 erano considerati o non pienamente inclusi, come le donne bianche, o non ritenuti parte del popolo americano, come afroamericani e membri delle nazioni indiane». Tuttavia, «la battaglia per il riconoscimento delle donne, degli afroamericani, degli appartenenti alle minoranze etniche, si è consumata all’interno di profondi conflitti e movimenti di opposizione che hanno avuto come esito non l’acquisizione definitiva di tali diritti, ma un riconoscimento costantemente sfidato».

Capitalismo tra luci e ombre

Per comprendere la storia americana non si può prescindere dal suo modello economico. Ferdinando Fasce ritiene che il successo del capitalismo americano dipenda da una serie di fattori strutturali come «materie prime abbondanti; mercato interno di straordinaria ampiezza, grazie all’espansione del Paese sulla pelle dei nativi americani; forza lavoro disponibile a basso costo, come effetto della tratta e delle migrazioni incessanti; impulso all’innovazione tecnologica, labor-saving (innovazioni tecnologiche che efficientano la produttività, ndr) come conseguenza della mancanza cronica di braccia; mobilità e dinamismo complessivo derivanti dall’assenza di residui feudali e dagli impulsi all’intrapresa, frutto di culture e pratiche esaltate dalle opportunità». A questi fattori si aggiungono, secondo Fasce, «la tradizione del sostegno, da parte delle autorità pubbliche dei diversi Stati dell’Unione, allo sviluppo economico; la difficoltà nella costruzione di organizzazioni operaie a causa della volatilità dell’occupazione e dell’eterogeneità della forza lavoro; una politica estera improntata a privilegiare una logica da impero informale, delle merci e dei modi di vivere».

Il risultato di questa mistura è stato «il successo del capitalismo americano e lo sviluppo della sua più significativa creatura: la moderna impresa integrata, fulcro della cosiddetta seconda rivoluzione industriale, e di una società dei consumi che parla fortemente “americano” a livello globale». Un capitolo fondamentale di questa storia è l’emersione dello Stato federale come soggetto di riequilibrio, a partire dall’azione del New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt. Lo Stato federale «dal New Deal in poi si è rivelato decisivo per la stabilità del sistema». Ma poi qualcosa si è rotto: «Lo smantellamento di questo assetto nell’ultimo mezzo secolo – lamenta Fasce – ha aperto la strada a nuove, crescenti e preoccupanti disuguaglianze di classe, etniche e di genere». (Continua...)

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Data di aggiornamento: 04 Luglio 2026
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