Non siamo fatti per la guerra
Secondo «War Watch» (https://warwatch.ch), la piattaforma curata dall’Accademia di Ginevra per le leggi umanitarie internazionali e i diritti umani, oggi sono in corso ben 112 conflitti armati nel mondo. Di questi, 34 coinvolgono più Paesi, sono, cioè, guerre internazionali. Eppure, come sottolinea Manlio Graziano, analista geopolitico e autore di Come si va in guerra. Propaganda, interessi, ideologie: cosa infiamma lo scontro tra potenze (Mondadori), «l’essere umano non ha alcuna predisposizione naturale alla guerra. Non è la “natura umana” a spingere gli individui e le masse alla mutua carneficina, ma la società».
Msa. Professor Graziano, partendo proprio dal titolo del suo libro, le chiedo: come definirebbe la guerra oggi?
Graziano. In realtà non credo che siano i modi di definirla a essere cambiati, quanto le guerre stesse che non rispondono più ai criteri riconosciuti dal generale dell’esercito prussiano Carl von Clausewitz. Lui infatti riteneva che la guerra fosse la continuazione della politica con altri mezzi. Questo significa che, proprio come in politica, anche nelle guerre bisogna anzitutto sapere che cosa si vuole ottenere e quindi valutare con quali mezzi raggiungere il risultato e quali sono gli ostacoli da superare. Oggi, invece, le tre guerre più note in questo momento, cioè in Iran, in Ucraina e nel Medio Oriente, sono conflitti fatti senza seguire questo principio, sono, cioè, iniziate senza sapere che cosa realmente si volesse ottenere. Per Clausewitz questo era inevitabilmente la premessa di una sconfitta. Quindi non è la natura né la definizione di guerra a essere cambiata, ma il fatto che ci sono delle potenze, cioè Usa, Russia e Israele, che pensano che la guerra sia semplicemente l’applicazione della forza: se uno è forte può fare ciò che vuole. Ma non è mai stato così: l’idea che solo la forza sia risolutiva in una guerra non può che portare alla sconfitta. Per questo le tre potenze sono già sconfitte in partenza.
Ed è per queste ragioni che, come scrive lei, alla guerra si va impreparati?
Sì e no. La mia affermazione ha un carattere generale: fino al momento in cui non inizia davvero la guerra, tutti pensano che non accadrà mai. Si preferisce ignorare i rischi. A maggior ragione se, come si diceva prima, una guerra non ha senso, allora sicuramente ci si arriva impreparati. Prendiamo il caso dell’Ucraina: si vedeva l’ammassamento delle truppe russe alla frontiera, ma fino all’ultimo si riteneva che un attacco di Putin non avesse alcun senso politico. In effetti non l’aveva, ma la guerra c’è stata lo stesso. Oppure pensiamo al luglio 1914: nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe scoppiata quella carneficina che fu la prima guerra mondiale; si pensava che al massimo ci sarebbe stata una terza guerra balcanica risolta in breve. L’impreparazione di cui parlo è di carattere generale: non si è psicologicamente preparati ad affrontare guerre.
Secondo lei è corretto dire che il primo fronte di una guerra è quello interno, cioè la necessità di convincere la popolazione della necessità della guerra?
Certo, e lo è sempre di più. Mano a mano che la guerra è diventata totale, coinvolgendo quindi tutta la società, tutte le sue risorse e quindi tutta la popolazione, la necessità di un fronte interno unito è sempre più indispensabile e ha un valore importante tanto quanto il fronte esterno.
E in tutto questo la propaganda assume un ruolo essenziale. Certo, è indispensabile, ma come tutte ideologie anche la propaganda non attecchisce se non c’è un terreno fertile. E questo terreno è la predisposizione psicologica degli esseri umani a rifugiarsi nel gruppo di appartenenza quando si avverte un pericolo. È una reazione atavica che risale a quando vivevamo in mandrie, in greggi, come gli altri animali, in gruppo, e la salvezza dell’individuo dipendeva dalla sopravvivenza del gruppo. La propaganda non fa altro che dare una giustificazione morale a questo comportamento trasformando un atto dettato dalla paura in un atto di eroismo.
L’informazione che ruolo può avere? Può essere un’alternativa alla propaganda?
È molto difficile che possa farlo, ma non a causa di censura e controllo che sicuramente vengono messi in atto in tutte le guerre. L’aspetto più importante in realtà è che chi fa l’informazione fa comunque parte del gruppo e quindi si rifugia nel gruppo proprio come tutti gli altri. Il nemico sarà sempre l’altro, anche per chi fa informazione in buona fede.
Utilizzare espressioni come «operazioni militari speciali» al posto di «guerre», è significativo?
Ha sicuramente un’influenza, ma quello dell’operazione militare speciale è un lapsus lessicale: la Russia inizialmente davvero pensava che quello in Ucraina sarebbe stato un intervento veloce, ma come sappiamo non è andata così. Chiaramente, dopo quattro anni e mezzo non si può più considerare un’operazione militare speciale, ma nessuno ha mai voluto fare il salto lessicale e dire la verità. Questo uso delle parole per mascherare la realtà ha però le gambe cortissime, a meno di avere una fede quasi religiosa nel proprio capo e nei propri ideologi per continuare a crederci, come succede nel caso dei fedeli della religione trumpiana.
L’Intelligenza artificiale ha un ruolo nella propaganda?
Sì certo, così come tutte le tecnologie hanno un ruolo. Ogni passo in avanti che la tecnologia fa viene messo al servizio di queste operazioni. Ma anche in questo caso occorre che ci sia un terreno fertile. Se guardiamo, ad esempio, alla riforma protestante, si dice che alla base ci sia stata l’invenzione tecnologica dei caratteri mobili di Gutenberg che ha permesso di stampare la Bibbia in tedesco e tutto ciò avrebbe favorito l’espandersi della riforma. In realtà, la vera ragione era la volontà dei principi tedeschi di emanciparsi dalle tasse pagate alla Chiesa: hanno dato una copertura religiosa alla loro volontà e hanno usato le Bibbie in tedesco per i loro scopi. L’IA, quindi, può essere importante, ma deve sempre trovare un terreno fertile: ci deve essere in circolazione gente che vuole davvero credere a quello che viene raccontato con questa nuova tecnologia.
Nel suo libro lei afferma che una delle cause delle guerre è lo sviluppo ineguale delle nazioni.
Non è solo una, ma è proprio la causa. Sicuramente non esiste solo un motivo per lo scoppio dei conflitti, ma se dovessimo trovare l’elemento fondamentale è sicuramente questo. Tutti i Paesi hanno ritmi di sviluppo diversi. Il meccanismo alla base è piuttosto semplice: i pesi relativi tra i vari Paesi (economici, militari, politici, culturali etc.) si spostano in continuazione, e chi diventa relativamente più forte potrà far valere i propri interessi più di quando era più debole. Questo però non porta inevitabilmente alla guerra: ciò accade quando questi spostamenti provocano una rottura: un po’ come se fossero delle faglie che si spostano quotidianamente, ma a un certo punto si scontrano e generano i terremoti.
Che ruolo hanno le religioni nello sviluppo delle guerre?
La religione è sempre stato un pretesto nelle guerre. Nel libro analizzo, ad esempio, i casi delle crociate e della guerra dei 30 anni, rappresentate erroneamente come guerre di religione senza raccontare le vere ragioni dietro quei conflitti. Le religioni hanno un ruolo importante grazie al loro grande potenziale di mobilitazione, alla capacità cioè di smuovere le passioni delle persone. Oggi bisogna dire che l’uso verbale delle religioni è di una superficialità disarmante con, ad esempio, Pete Hegseth, il Segretario alla guerra degli Stati Uniti d’America, che fa prediche dal Pentagono e non sa distinguere la Bibbia dai film di Quentin Tarantino. È ridicolo e non si capisce come una cosa del genere possa mobilitare le persone. Ma l’uso strumentale della religione fatto in questo modo parodistico non avviene solo negli Usa, bensì anche in Iran, e ha come effetto quello di allontanare la popolazione dalla religione. Più si recluta la religione per battaglie politiche partigiane polarizzanti, meno la gente è religiosa. La religione, infatti, dovrebbe avere altre finalità che non la battaglia politica.
Un’ultima domanda: è utopistico immaginare o sperare in un futuro senza guerre?
Non direi. In realtà l’umanità, intesa come homo sapiens, ha vissuto il 98% della sua esistenza senza sapere cosa fosse la guerra. Poi 10mila anni fa l’evoluzione delle nostre capacità ha portato alla creazione degli imperi e agli scontri tra di essi. Ma se abbiamo vissuto così a lungo senza guerre, non c’è ragione per non pensare che in futuro si possa vivere di nuovo senza conflitti. Se le guerre dell’oggi non porteranno all’estinzione dell’umanità abbiamo tutto il diritto di pensare che ci sarà un futuro senza guerre.
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