Dio assenteista

Quando ci pare che il Signore sia indifferente al nostro dolore, andiamo al ricordo del bene ricevuto, alla memoria di esso. Solo così ritroveremo le Sue tracce nella nostra esistenza.
08 Settembre 2026 | di

«Dio è un grande assenteista» disse Loredana Bertè in una intervista. E a volte è questa l’impressione che possiamo avere. Sembra che Dio sia latitante quando ne abbiamo bisogno. Anche nell’Esodo abbiamo la narrazione di un Dio apparentemente distante. Al capitolo 33, Mosè chiede a Dio di mostrargli la sua gloria, cioè di rivelarsi a lui. Ma Dio gli risponde: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo… quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es 33,18-22). Il testo ci dice che non dobbiamo ridurre Dio alle nostre immagini, alle nostre idee: egli è oltre ogni oltre. È al di là di ogni concetto. Possiamo solo vedere le sue spalle, cogliere che è passato anche quando tutto sembrava negarlo, e poi seguirlo. Si tratta di accettare non l’arcano occulto, ma il Mistero di Dio, che non è quello che non conosciamo, ma quello che non finiremo mai di conoscere. 

Anche il Salmo 77 (76) nel quale l’orante grida a Dio, ci presenta un dubbio terribile: «Forse Dio ci respingerà per sempre, non sarà più benevolo con noi? È forse cessato il suo amore per sempre? Può Dio aver dimenticato la sua misericordia?». Il salmista, preoccupato, scopre dentro di sé i germi della negazione di Dio: nella fatica della sua vita difficile, è tormentato dalle domande che minacciano la sua pace e gli propongono la visione di un Dio distante e irraggiungibile, indifferente alle richieste, alle invocazioni del povero: «Questo è il mio tormento: è mutata la destra dell’Altissimo». Sono sentimenti del credente che non vive in un’isola felice al riparo dal dubbio. Piuttosto, nei giorni del dolore, può essere tormentato da domande che minacciano la sua pace.

Il salmista comprende che nei periodi difficili quello che bisogna fare è rinnovare la fede grazie al ricordo: «Ricordo i prodigi del Signore, ricordo le tue meraviglie di un tempo». Bisogna fare memoria del Mar Rosso, della liberazione, quando il cammino nel deserto prosciuga le nostre energie e dissecca le nostre forze. La fine del Salmo: «Guidasti come un gregge il tuo popolo per mano di Mosè e di Aronne» presenta la riflessione personale del salmista che nella preghiera ricorda gli eventi della salvezza. È il ricordo del bene ricevuto, la memoria di esso, l’ambito in cui possiamo ritrovare le tracce di Dio nella nostra esistenza, anche quando, come nel salmo, tutto rimane in sospeso, vago: «Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme non furono riconosciute». Rimangono spesso impercettibili le orme di Colui che passa.

Tu solo conti i passi / del mio vagare / 
e io non distinguo / le tue orme invisibili.
Non ti vedo, / ma tu mi guardi: / 
serve un cono d’ombra / per dirigersi alla Luce / senza esserne abbagliati.

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Data di aggiornamento: 08 Settembre 2026

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