Stupore
Stupirsi è guardare il mondo e tutto ciò che ci circonda con occhi nuovi, riconoscendo l’essenza delle cose e riscoprendo la dignità di ogni gesto quotidiano. Le piccole abitudini di ogni giorno, la routine della vita, dalle cose più ovvie agli imprevisti inaspettati, assumono un sapore e un colore diverso. Senza stupore gli accadimenti quotidiani sarebbero piatti, sterili, noiosi. «Ci sono soltanto due modi di vivere – amava ripetere Albert Einstein –, uno è pensare che nulla sia un miracolo, l’altro è pensare che tutto sia un miracolo».
Stupirsi, come esercizio degli occhi e del cuore, per intuire le tracce dell’invisibile nella trama quotidiana della nostra vita e per imparare a scorgere il meraviglioso nell’ovvio, nel consueto, in ciò che ci è familiare e a cui non facciamo più caso. A partire dalle persone che abbiamo accanto e che diciamo di amare e che troppo spesso non vediamo più; le diamo per scontate. Così come diamo per scontato di avere la salute, finché qualcosa non si guasta e ci getta nello scompiglio. Chi si stupisce, al risveglio, di essere vivo? Chi esprime gratitudine perché il cervello e il fegato hanno fatto un lavoro fantastico durante il sonno, i polmoni hanno continuato a pompare ossigeno con regolare frequenza e il cuore non ha mai cessato il suo lavoro prezioso? È ovvio, ci diciamo; tutto questo è normale. Ecco, stupirsi è portare attenzione a ogni gesto in modo che ogni azione diventi imperitura, ogni parola necessaria, ogni sguardo come una carezza di Dio sulla pelle.
Quanta vita ci perdiamo senza attenzione? La trama quotidiana della nostra esistenza è scandita da procedure sempre uguali: ci svegliamo e ci alziamo, talvolta con fatica, ci laviamo e facciamo colazione. Qualcuno prega e poi si mette in macchina o prende il tram per andare al lavoro. Poi ci dedichiamo ai nostri doveri professionali fino a sera. Quando andavamo a scuola, stavamo lì aspettando con ansia il suono della campanella. È tutto qui? Se tutte queste attività restano puramente esteriori, come se non fossimo davvero noi a viverle, avrebbe ragione Schopenhauer quando scriveva che la vita è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore con qualche breve parentesi di piaceri, peraltro fugaci. Ma se ogni istante donato è condito di attenzione e di stupore «all’improvviso il vuoto diventa pieno, il banale sacro e la routine viene aperta alle sorprese in cui irrompe nella mia quotidianità l’amore divino» (A. Grun, Stupore, Queriniana 2020).
La quotidianità diventa così un campo importante di esercizio spirituale. Lo stupore ci mette in contatto con la nostra natura più autentica, ci permette di sfiorare e gustare il senso profondo delle cose nella sua essenza. Lo stupore ci risveglia all’ebbrezza di sentirci vivi. Se vissuto in compagnia dell’attenzione, diventiamo totalmente presenti a quello che facciamo e ogni attività, ogni faticosa incombenza, le inevitabili scocciature che tinteggiano la trama convulsa della nostra vita si colorano di una luce sfolgorante: ci siamo. Qui e ora, mai altrove, non in un altro momento. Non è casuale che la filosofia occidentale nasca dalla consapevolezza della meraviglia: «Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa dalla meraviglia» (Aristotele, Metafisica, a cura di G.Reale, Bompiani, Milano 2004, A, 2, 982b). La filosofia nasce dallo stupore, misto a curiosità, di fronte a qualcosa di inspiegabile, che ci affascina e ci sovrasta. Lo stupore cambia lo sguardo su quello che ci circonda e ci apre al mistero della vita, ci consente di intuire ciò che è inafferrabile e di incominciare ogni giorno qualcosa di nuovo.
«Chi non si meraviglia di niente, non farà mai nulla di meraviglioso» (Lao Tse). Meravigliarsi è non dare nulla per scontato, neanche il fatto di respirare. Respirare è un miracolo: ne siamo più consapevoli da quando c’è stata la pandemia e molte persone hanno avuto problemi di respirazione. La vita non è sempre uguale a se stessa: siamo noi che non sappiamo riconoscere le sfumature, le differenze, la varietà che la rende ricca e gustosa. La meraviglia è stare semplicemente con la vita in questo preciso momento. Risvegliarsi è accorgersi che, per quanto talvolta faticosa o disperata, la nostra vita è meravigliosa. È perfetta così com’è. Non c’è da far altro che vivere semplicemente quello che accade: rimpiangere il passato o anticipare il futuro con la sfera di cristallo è solo uno spreco di istanti preziosi. I bambini lo sanno, i bambini lo vivono: si offrono alla vita senza pregiudizi né aspettative, completamente assorbiti in quello che stanno facendo. Chissà cosa intendeva veramente Gesù quando, alla domanda dei discepoli su chi fosse il più grande nel regno dei cieli, chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,3-4).
Per non sprecare la vita in rimpianti e lamentele bisogna esercitare la meraviglia. In fondo che cos’è lo stupore se non la consapevolezza del presente, esserci davvero in ogni cosa che ci è dato di vivere? Semplicemente vivere. Che avesse ragione il grande poeta e mistico sufi, Gialal al-Din Rumi, quando diceva che vale la pena vendere tutti i beni per comprare stupore e meraviglia?
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