«Sii dimentico di ogni rancore del cuore, di ogni rivalità. Quando parli, non parlare mai di chi è assente, se non in bene...» (Sant’Antonio, Sermoni, Domenica XVI dopo Pentecoste, 5).
A ricordarlo, don Antonio Biancotto, cappellano delle due carceri veneziane. Che sottolinea come sia importante non confondere mai la persona con ciò che di male ha compiuto.
Perdono, un dono all’ennesima potenza che può liberare dall’odio chi lo offre. E che a volte, quando il dolore è troppo, solo Dio ha la forza di agire.
Il destino di Aghavnì è un racconto di dolore, di resilienza, ma anche di pacificazione e di perdono, che Antonia Arslan ha appena pubblicato. La scrittrice padovana di origine armena – nota in tutto il mondo per La masseria delle allodole e gli altri romanzi tradotti in diversi Paesi, da poco insignita del Premio Comisso alla carriera – ritorna alla tematica a lei più cara: la storia della sua famiglia.
Si insinua in una tranquilla comunità e genera emarginazione, rabbia, violenza. Come quella di cui è stato vittima Matthew Shepard. Lo spiega lo spettacolo teatrale «Il seme della violenza».