Alla scoperta degli animali nascosti in Basilica

Lupi e leoni, scoiattoli, pappagalli e corvi... Sono solo alcuni dei molti animali che popolano la Basilica del Santo. In occasione della festa di san Francesco (4 ottobre), due visite guidate accompagnano i pellegrini alla loro scoperta.
25 Settembre 2017 | di

Raccontano i Fioretti che, al tempo in cui san Francesco dimorava a Gubbio, riuscì a convertire un lupo divoratore di uomini in un «fratello» docile come un agnellino. Non a caso il Poverello di Assisi vanta il titolo di patrono degli animali! Proprio per omaggiare questo suo rapporto privilegiato con mammiferi, uccelli, rettili e pesci, mercoledì 4 ottobre, in occasione della sua ricorrenza, il «Messaggero di sant’Antonio» in collaborazione con i frati della Basilica di sant'Antonio organizzano visite guidate (alle 11,30 e alle 14,30, con prenotazione obbligatoria) alla scoperta degli animali presenti nella Basilica patavina. Sulle orme della simbologia cristiana, l’iniziativa intitolata «San Francesco e il lupo di Gubbio, sant’Antonio e i pesci di Rimini. Santi e animali nella Basilica del Santo» si propone di mettere in primo piano «personaggi» di solito ignorati. E, così facendo, spinge a riflettere sull’accoglienza del diverso, del forestiero.

Nell’arco di un’ora, tra navate e cappelle, il tour guida alla scoperta di un bestiario vasto e curioso che attinge alla zoologia, ma anche ai miti antichi. Dipinti e scolpiti, animali reali e fantastici spuntano da pareti, soffitti, cornicioni. Per incontrarli si parte dalla Cappella di san Francesco, affrescata da Adolfo De Carolis nel 1928, e successivamente da Ubaldo Oppi. Ogni riquadro rappresenta un episodio della vita di san Francesco. Ecco dunque il famoso lupo di Gubbio che porge la zampa al Poverello sotto gli occhi stupefatti di due confratelli. Poco più a destra, si nasconde un altro quadrupede. È il musso, l’asino che orna uno scudo del monumento funebre di Cassandra Mussato (realizzato nel 1506 da Andrea Briosco detto il Riccio). L’animale era infatti simbolo della prestigiosa famiglia padovana che patrocinò la Cappella.

Procediamo costeggiando il retro del presbiterio. Dalla Cappella di san Stanislao notiamo tre aquile intente a sorvegliare il corpo martirizzato del santo polacco. Anziché volarci intorno e scendere in picchiata per cibarsene, gli restano accanto, con le zampe ben ancorate a terra, quasi a proteggerlo dagli attacchi di altri eventuali rapaci. Niente di strano; l’aquila nutre da sempre un rapporto privilegiato col divino, perché tra tutti gli uccelli è quella che vola più in alto. Ma chi ha detto che per volare servono necessariamente due grandi ali piumate? Alziamo gli occhi al soffitto. Lassù su un arco della grande cupola tre delfini nuotano fianco a fianco. Anche loro – proprio per il loro legame speciale con l’uomo – sono stati spesso utilizzati nell’iconografia come simbolo dell’assoluto.

Altra cappella altri animali. In quella delle Benedizioni, affrescata da Pietro Annigoni nei primi anni ’80, distinguiamo il topo grigiastro che si fonde a meraviglia con l’ambiente squallido nell’Incontro di sant’Antonio con Ezzelino (da Romano); il granchio che assiste da un angolino alla Predica di sant’Antonio ai pesci, il pettirosso ai piedi del Crocifisso che domina l’altare… Li ha dipinti tutti Rossella, che era solita controfirmare ogni opera del marito con una «mascotte». Il viaggio prosegue nell’atrio della sacrestia per ammirare un’altra predica ai pesci (Sant’Antonio predica ai pesci): quella di Girolamo Tessari del 1518, e quindi nella Cappella di san Giacomo, già Cappella dei Lupi di Soragna (perché tenuta in patronato dalla potente famiglia amica dei Carraresi). Non a caso la presenza del lupo scolpito nel marmo e illustrato a mo’ di stemma, sormontato da un ariete, su un arco.

Ci avviamo verso l’uscita della Basilica. A sinistra l’Altare delle anime (1648) è un mosaico in marmo di rara bellezza. Intorno alla figura di san Francesco con le stimmate si avviluppano fronde, fiori e uccelli dai colori vivaci. L’upupa e il pappagallo esaltano la maestria degli scultori Matteo e Tommaso Garvo Allio. Ancora una volta alziamo lo sguardo. Sopra la porta d’ingresso al Santuario un simpatico scoiattolino, contempla in disparte Sant’Antonio che predica dal noce (dipinto da Piero Annigoni nel 1985). Meno accattivante il corvo nero scolpito ai piedi di san Benedetto da Francesco Cavrioli nel 1654 per l’Altare dell’Addolorata. Narra la leggenda che l’animale portò via dalle mani del monaco del pane avvelenato che il diavolo gli aveva fatto recapitare per ucciderlo.

La rassegna di animali è ancora lunga (e chissà quanti altri resteranno nell’ombra!). Tartarughe, chiocciole, ghepardi, draghi e orsi stanno a guardare mentre completiamo il percorso ad anello verso l’ultima tappa: il monumento funebre a Pietro e Domenico De Marchetti (1690) di Giovanni Comini. Una piramide di corpi e allegorie scolpite ci sovrasta. In cima distinguiamo l’araba fenice, l’uccello che risorge dalle sue ceneri e che, per questo, è divenuto simbolo di immortalità. Più in basso un gallo si stacca dalla massa e ci congeda. Anche se ha il becco chiuso, il suo «chicchirichi» riecheggia nella testa fino all’uscita. Il rimando alla passione di Cristo è servito.

Per ulteriori informazioni e iscrizioni:
http://www.santantonio.org/it/content/santi-e-animali-nella-basilica-del-santo

oppure, Ufficio informazioni della Basilica: tel. (+39) 049 8225652 o e-mail infobasilica@santantonio.org.

 

Data di aggiornamento: 25 Settembre 2017
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