Chang’aa. Kill me fast

«Kill me fast», «uccidimi in fretta». È chiamato così il chang’aa, liquore domestico tradizionale, ora divenuto miscela letale perché mescolato a sostanze tossiche. Una bevanda diffusa tra i poveri del Kenya, che sta mettendo in crisi l’intera nazione.
14 Settembre 2026 | di

Kibera all’alba. Nella più grande baraccopoli di Nairobi si accendono i primi fuochi. Il fumo si mischia all’umidità e, camminando tra vicoli di fango e lamiere, l’odore, a tratti, diventa dolce e pungente, simile a quello dell’aceto e del carburante. La distillazione del chang’aa è iniziata. Lo chiamano kill me fast, «uccidimi in fretta». È un modo di dire ed è ciò che succede a chi lo beve regolarmente. In origine, questa bevanda faceva parte della cultura rurale, un liquore domestico ottenuto fermentando i cereali disponibili: mais, miglio o sorgo. Nel 2010 il governo keniota, decidendo di legalizzarla, ha imposto requisiti igienici, licenze e tasse. L’intenzione era quella di ripulire il mercato e contrastare l’alcolismo, ma l’effetto pratico è stato l’opposto. I costi di produzione della versione regolare hanno fatto salire il prezzo a 30 scellini a bicchiere (circa 0,26 euro): per una larga fetta di popolazione una cifra troppo alta. La domanda si è quindi spostata verso la produzione clandestina, in zone isolate, lungo i fiumi, nelle baraccopoli o in piena campagna, modificando radicalmente la ricetta originaria per abbattere i costi di gestione.

Oggi, nei fusti metallici usati per la distillazione, il mais e il sorgo sono solo una base a cui viene aggiunto dell’altro. Per acuire la dipendenza, i produttori clandestini versano nei composti metanolo industriale, benzina e acido recuperato dalle batterie d’auto usate nelle discariche urbane. In alcune zone si registra anche l’uso di indumenti femminili sporchi di sangue mestruale, credenze locali che attribuiscono a questo elemento il potere di attrarre gli uomini. Negli slum (baraccopoli, ndr) di Nairobi, come Mlango Kubwa e Kibera, un bicchiere di chang’aa di contrabbando costa 12 scellini kenioti, appena 10 centesimi di euro. Secondo i dati ufficiali della NACADA (l’Autorità nazionale per la campagna contro l’abuso di alcol e droghe), il 5% della popolazione totale del Kenya, ovvero circa due milioni e mezzo di persone, è dipendente dal chang’aa. 

A Nyahururu, cittadina delle aree agricole della Rift Valley, la diffusione del liquore ha alterato le dinamiche del lavoro e delle relazioni, come riporta la Fondazione Saint Martin, sostenuta da Fondazione Fontana di Padova, che a Nyahururu ha in attivo un progetto sulla salute mentale e le dipendenze. Gli uomini accettano di lavorare un’intera giornata nei campi in cambio di chang’aa anziché del salario. Le donne offrono prestazioni sessuali ai distillatori. Produzione e vendita sono, nella maggior parte dei casi, un affare gestito dalle donne. Vendere il distillato nei locali clandestini, gli shebeens, rappresenta spesso l’unico modo per una madre di rimediare i soldi per il cibo o per le tasse scolastiche dei figli e, in un sistema a forte dominanza maschile, anche per imporre la propria importanza all’interno della comunità. 

Quella legata al chang’aa è un’economia basata sulla distruzione degli stessi clienti. Il metanolo presente nella miscela attacca direttamente il nervo ottico e gli organi interni. I primi effetti visibili riguardano la perdita della coordinazione motoria; i consumatori abituali mostrano difficoltà a camminare e a parlare già dopo pochi mesi di abuso. Successivamente subentrano cecità, alterazioni cerebrali permanenti, e infine il decesso. Per le comunità il peggioramento delle relazioni è dovuto alla perdita dell’impiego del consumatore e all’allontanamento da parte delle famiglie. I laboratori clandestini sorgono spesso all’interno dei cortili comuni o degli stessi spazi abitativi. I bambini crescono respirando i vapori tossici dei solventi fin dai primi mesi di vita. La presenza costante del chang’aa all’interno delle case è direttamente collegata all’alto tasso di violenze domestiche e abusi su donne e minori registrati dalle associazioni locali. L’abbandono scolastico in queste aree è frequente, poiché i figli dei produttori vengono spesso impiegati nel trasporto dell’alcol o nella guardiania dei siti di distillazione per intercettare l’arrivo della polizia.

Con quasi il 60% degli alcolici in circolazione nel Paese riconducibile al mercato nero, lo Stato ha dovuto cambiare strategia. Di recente, il governo keniota ha approvato una nuova e severa politica nazionale per il controllo delle sostanze stupefacenti, innalzando l’età legale per il consumo e l’acquisto di alcolici a 21 anni e vietandone il commercio in prossimità delle scuole. Parallelamente alla morsa legislativa, le forze dell’ordine hanno avviato imponenti operazioni sul campo. I dati presentati al Parlamento dalla direzione della Polizia nazionale evidenziano un aumento dei sequestri: la Rift Valley si conferma l’epicentro della crisi, con centinaia di litri di distillato tossico intercettati e distrutti dalle task force congiunte. I blitz si sono estesi fino alle aree semiaride di Isiolo, portando allo smantellamento di intere reti di shebeens nascosti e all’arresto di decine di produttori clandestini. Tuttavia, gli istituti di ricerca sociale kenioti sollevano dubbi sull’efficacia a lungo termine di un approccio esclusivamente repressivo. I centri di riabilitazione pubblici aperti sul territorio continuano ad avere liste d’attesa insostenibili rispetto ai milioni di persone dipendenti censite, mentre quelli privati, aperti in gran parte da incompetenti, promettono cicli di guarigione di poche settimane irrealizzabili. Il risultato è la quasi totalità di ricadute appena usciti da questi centri. 

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Data di aggiornamento: 14 Settembre 2026
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